PETROLIO, CARBONE E GAS SALVERANNO IL LAVORO? di Mario Agostinelli


I delegati di oltre 200 Paesi delle Nazioni Unite erano arrivati ai colloqui sul clima a Katowice con l’incarico di sostenere l’accordo di Parigi 2015 (v. https://www.energiafelice.it/). Pur trattandosi di un appuntamento “tecnico” per fare il punto sui progressi o i ritardi rispetto all’agenda fissata tre anni orsono, l’attenzione si è focalizzata sulle responsabilità che i leader mondiali si sarebbero assunti nei confronti dell’emergenza climatica. A un mese dalla conclusione della Conferenza possiamo dire che sono state confermate le previsioni più pessimistiche: in tre anni non solo non si sono verificati miglioramenti apprezzabili, ma, alla luce degli ultimi dati diffusi dal Global Carbon Project, le emissioni di gas serra sono aumentate per il secondo anno consecutivo nel 2018.

Preso atto di ciò, si deve constatare che l’incombente crisi climatica sta andando oltre le nostre capacità di controllo: vale allora la pena di andare oltre la ricerca dei colpevoli del passato (peraltro tanto noti quanto insensibili), per metterci in azione come persone e soggetti sociali attivi, capaci con le loro reazioni e comportamenti di imporre un cambiamento di rotta. Tanto urgente da doversi realizzare in un arco temporale breve, che, secondo l’IPCC (v. http://www.meteoweb.eu/2018/10/cambiamenti-climatici-allarme-ipcc/1161519/ ), non può andare oltre i prossimi quindici anni. Se questo è il contesto, occorre rendersi conto che la fobia verso i migranti e l’inganno della crescita a spese della natura non servono ad altro che a distrarre l’opinione pubblica, per mantenere immutate le disuguaglianze sociali anche a fronte della sfida del clima. Una sfida di primaria importanza che richiede due impegni cogenti: lasciare sottoterra i combustibili fossili e garantire i diritti umani e sociali nella transizione energetica. Sono queste le autentiche ipoteche per la civiltà a venire e non si riscuoteranno senza conflitti, per cui ogni individuo, ogni soggetto, ogni associazione, ogni organizzazione di interessi o di valori sarà tenuta a contrapporre una visione strategica all’interesse a breve, come è sempre avvenuto nelle fasi di profonda trasformazione.

Sappiamo da dove partire. Il mantenimento della crescita economica avviene tuttora al prezzo di un aumentato consumo di combustibili fossili. Negli ultimi anni – senza andare lontano e tirare in ballo la sconsiderata imprevidenza di Trump – Polonia, Germania e Italia non hanno fatto alcun passo indietro nel ricorso al carbone e al gas. In fondo, Katowice ha messo in luce quanto le élite globali, compresi i sovranisti nostrani del “cambiamento”, si aggrappino al business dei fossili e quanto i governi difendano i loro interessi nazionali ad essi associati, accettando in compenso l’ineluttabilità del disastro climatico. La situazione è così compromessa e l’inerzia del sistema economico-finanziario così rigida, da richiedere che tutte le componenti sociali forniscano un supporto per attuare quella che altro non è se non una vera rivoluzione dell’economia mondiale. Ad ora manca totalmente quella consapevolezza espressa con lucidità nella “Laudato Sì” e cioè che “un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale”.

Data la mia esperienza, ritengo che sia ora che entri in gioco il sindacato, fin troppo silenzioso ma, mi auguro, già capace di segnali al prossimo congresso CGIL. L’accordo di Parigi, oggi messo da parte perfino dall’Europa, accanto ai diritti umani, parla esplicitamente di sicurezza alimentare, diritti delle popolazioni indigene, uguaglianza di genere, partecipazione pubblica, equità intergenerazionale, integrità degli ecosistemi e, per il clima, propone una transizione giusta. C’è da chiedersi: su quali gambe? Forse su quelle malferme e incapaci di murare strada delle corporation e della grande finanza? Al punto in cui siamo, continuare a fare della combustione dei fossili una ragione primaria di profitto porta a violare i diritti umani e a ricattare i lavoratori sotto il profilo occupazionale e dei diritti sociali. Ed è altrettanto chiaro, anche se ce ne scordiamo facilmente, come le persone possano perdere i loro diritti tradizionali di vivere in una foresta (Amazzonia), o in una valle (TAV) o lungo un litorale marino (TAP) quando si infrange l’equilibrio climatico potenziando la filiera fossile oltre il tollerabile.  Tutte materie su cui il sindacato ha titolo pieno per essere informato e per negoziare a favore dei suoi organizzati.

I crescenti conflitti sociali legati all’eliminazione progressiva delle industrie fossili danno senso al termine “giusta transizione”, che non può che basarsisu un’attuazione completa della giustizia climatica. Per cominciare, ciò dovrà includere la limitazione del riscaldamento globale a un massimo di 1,5 gradi °C, altrimenti il ​​cambiamento climatico aggraverà globalmente le ingiustizie sociali. Carbone, petrolio e gas vanno rapidamente eliminati con una radicalità cui ci ha costretto lo sviluppo industriale ininterrotto e la cui espansione non è negoziabile, anche se ciò minaccia posti di lavoro. E’ d’obbligo che i lavoratori dipendenti dal sistema fossile non vengano lasciati a se stessi, ma affidati ad una rete di sicurezza che li faccia transitare verso un lavoro socialmente significativo e che conservi la loro dignità. Non si tratta di assistenza, ma di diritti, di riconversione “win to win”.

Proprio con una visione strategica un sindacato non corporativo può prevenire una divisione irreparabile tra lavoratori e le comunità colpite dai cambiamenti climatici. Oggi è in atto una campagna insidiosa al riparo della quale governi e grandi attori fossili, in particolare nei Paesi industrializzati, hanno iniziato a chiedere solo compensazioni finanziarie e sgravi per le loro attività inquinanti, al fine di allungare il più possibile i tempi della fuoriuscita da carbone petrolio e gas e usando come grimaldello per i loro interessi la questione dei posti di lavoro nelle filiere fossili inquinanti. Le stesse associazioni imprenditoriali e le corporation che sostenevano la necessità di chiudere impianti e delocalizzare per competere, di fronte alla crisi climatica si scoprono accaniti difensori del valore sociale e professionale del lavoro nei territori da cui traggono profitti, chiedendo nel contempo una sponda nel sindacato. Capisco come la situazione non sia facile e le cose non siano limpide, ma la posta è troppo alta perché il ricatto ricada su tutti sotto la veste di un interesse di pochi.

I tempi si avvicinano più di quanto si prevedesse e l’attacco è già in corso. Il governo polacco ha ottenuto a Katowice una ambigua dichiarazione (Solidarity and Just Transition Silesia (v. https://cop24.gov.pl/presidency/initiatives/just-transition-declaration )) per ottenere con l’appoggio di 49 delegati una marcia più lenta rispetto agli accordi internazionali nell’abbandono del carbone.  La Commissione UE è alle prese con un protocollo di sostegno all’industria del carbone e alla siderurgia nei paesi dell’Europa centrale e orientale che hanno chiesto di aderire all’UE. In entrambi i casi non c’è ombra di organizzazioni sindacali, ancora prede forse delle storiche contraddizioni tra ambiente e lavoro. Basta rammentare quanto sia preveggente la posizione dei metalmeccanici piemontesi a fianco delle ragioni degli abitanti della Valle Susa e quanto imprudente sia l’annuncio di uno sciopero dei lavoratori impegnati nelle grandi opere, senza distinzione della loro utilità e del loro impatto ecologico, da parte del sindacato nazionale degli edili (https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/10/27/cantieri-bloccati-30mila-posti-a-rischio-lavoratori-pronti-piazza06.html . Temi vecchi e nuovi su cui dibattere, non privi della massima urgenza, per non trascurare l’ineluttabilità di quanto accade in atmosfera e non cedere alla favola che la salute climatica la debbano pagare i lavoratori e i più indigenti.

A qualcuno piace caldo, 10 anni dopo – su Climalteranti.it

A qualcuno piace caldo, 10 anni dopo

Poco più di 10 anni fa ho pubblicato il mio primo libro “A qualcuno piace caldo”, in cui avevo scelto di spiegare il problema dei cambiamenti climatici a partire dalle teorie “alternative” a quella proposta dalla (già allora) stragrande maggioranza della comunità scientifica. Teorie che 10 anni fa trovavano spazio molto più facilmente su giornali e televisioni. Dopo un’introduzione sui temi delle inevitabili incertezze presenti nella scienza del clima e della necessità e importanza del consenso scientifico (Parte 1), avevo mostrato lo scarso spessore di queste teorie (Parte 2), che si rifacevano a miti e storielle già più volte confutate nella letteratura scientifica. La parte più impegnativa è stata raccontare i soggetti che le propagandavano (Parte 3), il loro linguaggio e il loro contesto, cercando di far intuire le ragioni (es. esibizionismo, narcisismo, necessità di visibilità politica) che motivavano alcuni a proporre sistematicamente un vero e proprio negazionismo climatico. Nella parte “In limine” (Parte 4) avevo infine mostrato l’impreparazione del mondo dell’informazione e di suoi autorevoli protagonisti nell’affrontare questo grande problema.

Il libro ha avuto un discreto successo, anche fra gli addetti ai lavori, e questo ha fatto piacere.  L’idea di fondare Climalteranti è nata anche sulla spinta dei riconoscimenti ricevuti, e sull’importanza di aggiornare costantemente le analisi contenute nel libro.

Dopo dieci anni, mi sembra che il libro sia tuttora utile perché gli argomenti del negazionismo climatico non sono cambiati. Invece la loro confutazione è stata rinforzata da migliaia di nuovi articoli scientifici, come spesso mostrato su questo blog.

Molte voci del negazionismo d’allora si sono spente, altre affievolite; solo pochi (es. i proff. Battaglia e Zichichi) hanno continuato imperterriti la loro litania, raggiungendo punte di palese insensatezza (es. questo ultimo scritto di Zichichi).

Alcuni capitoli del libro sono stati disponibili da sempre sulla pagina di Climalteranti. Visto che dopo due edizioni andate esaurite il libro non sarà ristampato, col permesso dell’editore (Edizioni Ambiente) ho messo i 5 file delle parti del libro su questa pagina, per chi lo volesse leggere.

Indice

Parte 1 – Un’introduzione al negazionismo climatico

Parte 2 – Argomenti negazionisti

Parte 3 – Profili negazionisti

Parte 4 – In limine

Parte 5 – Riferimenti

Buona lettura.

Testo di Stefano Caserini, con contributi di Mario Grosso e Sylvie Coyaud

Francia, la petizione ecologista sfida lo Stato. È «l’affare del secolo» – di Anna Maria Merlo su il manifesto

Clima. Quattro ong chiedono il rispetto degli impegni presi con la Cop21, altrimenti si rivolgeranno alla giustizia. Raccolte 1,8 milioni di firme in dieci giorni, un record storico. Il ministro dell’Ecologia riceverà le associazioni a gennaio

Manifestazione per il clima a Parigi
Manifestazione per il clima a Parigi

Anna Maria Merlo PARIGI

Edizione del 28.12.2018

Pubblicato 27.12.2018, 23:28

Non si sono ancora esauriti gli effetti della petizione contro l’aumento delle tasse sui carburanti, che hanno scatenato il movimento dei gilet gialli, che già un’altra petizione – più potente come numero di firme raccolte in soli 10 giorni, un record storico – scuote di nuovo governo e presidente: L’Affaire du siècle ha raccolto 1,8 milioni di firme per un ultimatum alle autorità, a cui viene chiesto di rispettare gli impegni della Cop21 sulla lotta al riscaldamento climatico. Il testo della petizione è stato spedito all’Eliseo, a Matignon e ai parlamentari il 18 dicembre e se non ci saranno risposte soddisfacenti le 4 organizzazioni ecologiste all’origine dell’iniziativa a marzo si rivolgeranno al tribunale, per denunciare lo stato per «carenza colpevole».

L’iniziativa è partita dalla Fondation pour la Nature e l’Homme (fondata da Nicolas Hulot, ex ministro dell’Ecologia), da Notre Affaire à tous, da Greenpeace France e da Oxfam France, la diffusione sulle reti sociali è stata immediata, anche grazie alla partecipazione di nomi noti del mondo dello spettacolo, come le attrici Marion Cotillard e Juliette Binoche. La petizione, che mette lo stato con le spalle al muro rispetto all’azione contro il riscaldamento climatico, «rimette al centro del dibattito questo argomento occultato dalle questioni sociali con i gilet gialli – spiega Audrey Pulvar, ex giornalista presidente della Fondation pour la Nature – ma noi non opponiamo le due cose». La minaccia di denunciare lo stato non è una novità: già l’Olanda è stata condannata due volte, a partire da iniziative analoghe, per non aver messo in atto la riduzione delle emissioni di Co2, mentre nella stessa Francia, in passato, lo stato ha ricevuto una condanna per la proliferazione delle alghe verdi in Bretagna, per la carenza di protezione dall’amianto (la Francia è molto in ritardo rispetto all’Italia su questo fronte) e per la mancata applicazione di una direttiva Ue sulla qualità dell’aria. Quest’autunno ci sono state tre marce per il clima in Francia, molto seguite, a settembre, ottobre e dicembre (in pieno movimento dei gilet).

Il ministro della Transizione ecologia, François de Rugy, riceverà le ong della petizione a gennaio. De Rugy ritiene che «il successo di questa petizione è forse una replica al movimento dei gilet gialli che a volte parlano dell’ecologia come di un problema». Ma per de Rugy «non è un tribunale che può abbassare l’effetto serra, non tocca ai giudici forzare il governo». Le ong interrogano il governo sul rispetto dell’Accordo di Parigi e intendono verificare se è stata intrapresa la strada per ridurre entro il 2020 le emissioni di gas a effetto serra del 14% e del 20% il consumo di energia, aumentando contemporaneamente del 23% le energie rinnovabili.

La Francia pretende di rispettare meglio di altri i parametri e di dover fare meno sforzi, ma se c’è minore emissione di Co2 di altri paesi Ue è dovuto al peso del nucleare (71% dell’energia elettrica).

La scienza non può sembrare un atto di magia – Andrea Capocci su il manifesto intervista Giorgio Parisi

Intervista. Un incontro con il fisico teorico Giorgio Parisi, nuovo presidente dell’Accademia dei Lincei. «Aveva ragione Marcello Cini: la cosa più interessante che abbiamo visto sulla Luna è stata la Terra»

Andrea Capocci

Giorgio Parisi, professore ordinario alla Sapienza, è uno degli scienziati italiani più riconosciuti al mondo. Ha dato contributi originali e fondamentali in diversi campi della fisica teorica, dalle particelle alla meccanica statistica. I suoi studi sui sistemi magnetici disordinati detti «vetri di spin» (in questi particolari materiali, l’interazione fra atomi vicini è casuale e disordinata; sono stati usati per spiegare i comportamenti del cervello, dei mercati finanziari, delle proteine, ndr) hanno aperto un nuovo campo di ricerca con ricadute in campi lontanissimi. Lo incontriamo nella sontuosa sede trasteverina dell’Accademia a Palazzo Corsini quando ormai è sera e molti impiegati sono già andati a casa.

Potrebbe sembrare una carica onorifica, invece lei si sta impegnando molto nel nuovo incarico. Che indirizzo vorrebbe dare all’Accademia dei Lincei?
L’Accademia ha già diversi compiti istituzionali. Deve fornire pareri scientifici al Presidente della Repubblica e diffondere l’alta cultura. A me piacerebbe rafforzare questo compito, anche usando altri canali: il canale Youtube, per esempio, può allargare la platea delle nostre conferenze. Mi piacerebbe fornire dati accurati su tematiche che interessino anche il grande pubblico. Penso a temi come le droghe leggere, su cui sarebbe utile avere un quadro chiaro delle evidenze scientifiche sui danni a breve e a lungo termine e sui risultati delle sperimentazioni legislative adottate nei vari Paesi.

Nel discorso di inaugurazione ha affermato: «la scienza non deve presentarsi come una magia». Cosa intendeva dire?
Quando la fata di Cenerentola trasforma una zucca in carrozza, parliamo di magia perché non vediamo un nesso razionale tra la bacchetta e la trasformazione della zucca. Ebbene, se nel presentare la scienza si omettono i passaggi intermedi che trasformano un’idea in una verità scientifica, il risultato potrebbe essere simile. Si tratta di rendere chiaro il processo con cui si costruisce il consenso scientifico. Altrimenti si diffonde il complottismo.
Per i suoi settant’anni, l’università ha organizzato una conferenza dedicata ai suoi risultati scientifici, a cui hanno partecipato scienziati di mezzo mondo. Qual è quello più importante, secondo lei?
Innanzitutto, una serie di lavori in fisica delle alte energie fatti con Guido Altarelli negli anni ’70 intorno alla natura dell’interazione forte dei quark (una delle quattro forze fondamentali, ndr). Poi, negli anni ’80, sempre per i calcoli sulla fisica delle particelle, realizzammo a Roma il primo super-computer della serie «Ape».
Fu decisiva l’esperienza di Nicola Cabibbo e la collaborazione con alcuni ottimi laureandi. Per un paio di mesi Ape fu forse il computer più veloce al mondo. Ma i risultati più rilevanti li ho ottenuti nel campo dei sistemi magnetici detti «vetri di spin». Non lo capii subito, ma poi quelle scoperte hanno avuto applicazioni in moltissimi campi, dalle reti neurali allo studio degli algoritmi, dai sistemi granulari fino al «deep learning» che oggi si usa nel settore dell’intelligenza artificiale. È il tema su cui lavoro tuttora.

Esiste un argomento di cui avrebbe voluto occuparsi ma per il quale non ha ancora avuto l’occasione?
L’immunologia: oltre alla curiosità per l’argomento, mi sembra un campo in cui poter usare la «cassetta degli attrezzi» che mi sono costruito nel corso degli anni. Me ne sono occupato per un breve periodo, ma non ho più avuto il tempo di approfondire.

Partiamo dai suoi studi universitari: lei proviene da una famiglia di scienziati?
Mio padre voleva studiare ingegneria. Ma si era diplomato da ragioniere. Non superò l’esame di stato e quindi finì per laurearsi in Economia e commercio. Fisica fu un’idea tutta mia.

Sui primi anni da studente, una volta ha scritto una frase divertente: «Nel 1968 arrivò il Sessantotto». Fu importante?
Quasi nessuno se lo aspettava. È stato rilevante perché ha politicizzato molte persone. Mi colpiva l’atteggiamento violento della polizia, le cariche immotivate. Era una polizia abituata a controllare le manifestazioni degli operai. Ma non sono sicuro che fosse più violenta di quella di oggi.

Il suo impegno politico non si è fermato al 1968. Ha partecipato alla vicenda di Sinistra Ecologia Libertà…
Mi sono impegnato molto tra il 2007 e il 2013. Non avevo una base elettorale, ma mi sono speso finché ho fatto parte dell’assemblea nazionale di Sel. Poi la sinistra italiana ha fatto un errore clamoroso. Dopo la batosta del 2008, si parlò di un nuovo modo di fare politica, di un’apertura alla società civile. C’era la possibilità di occupare lo spazio che poi fu preso dai grillini. Ci si sarebbe dovuti presentare come un partito diverso dagli altri, come poi è riuscito a fare il Movimento 5 Stelle. La sinistra non ha colto un malumore popolare enorme, chiamandolo con disprezzo «antipolitica». In realtà era una richiesta di un nuovo modo di fare politica, ma quella finestra di opportunità è stata persa. Poi ci sono state divisioni e contro-divisioni rancorose poco appassionanti.

Giorgio Parisi

La politica ha influenzato il suo modo di essere scienziato?
Credo che lo spirito del tempo condizioni ciò che pensano le persone. E che la storia delle idee nella fisica non possa essere separata dal resto. È innegabile che le avanguardie moderniste degli anni ’20 e ’30 siano state influenzate dalla rivoluzione della meccanica quantistica, nel loro voler gettarsi alle spalle la tradizione. Ma queste cose è più facile vederle negli altri. Alla complessità ci sono arrivato un po’ per caso. C’era un calcolo che non tornava, e cercai di risolverlo. Per capirne il significato fisico e il legame con i sistemi complessi ci sono voluti molti anni. Fu un tipico caso di «serendipità».

Dopo il 1968, i fisici della Sapienza hanno messo in discussione il ruolo sociale della scienza: basti guardare al gruppo di Marcello Cini e del libro «L’ape e l’architetto», che allora fece scandalo. C’è qualcosa di quel dibattito che si può recuperare oggi?
Nel mio discorso di insediamento ho citato quasi alla lettera una frase de L’ape e l’architetto, ma nessuno se n’è accorto: oggi molte di quelle tesi sono diventate patrimonio comune. Il rapporto tra la scienza, la società e la tecnologia, ad esempio. Che gli scienziati siano immersi nel tessuto produttivo è ormai scontato. Così come l’idea che lo spirito del tempo influenzi anche il pensiero scientifico. O che la scienza vada avanti se la società la sostiene, e non è detto che ciò avvenga.

Nel 1969 Cini fu critico sullo sbarco sulla Luna, mentre tutti lo celebravano. Lei all’epoca non era d’accordo con Cini, ma recentemente ha scritto che aveva ragione…
Dopo il programma Apollo abbiamo smesso di andare sulla Luna. Sembrava che saremmo andati sulla Luna a costruire una base, come in un film di fantascienza. Invece, abbiamo raccolto reperti, abbiamo collocato uno specchio per misurare la distanza con il laser e poco più. Certo, abbiamo fatto delle bellissime foto al nostro pianeta. E sono state molto importanti, perché ci hanno dato un’idea della reale dimensione e della vulnerabilità del nostro pianeta. Per questo aveva ragione Cini: la cosa più interessante che abbiamo visto sulla Luna è stata la Terra.

Eolico galleggiante, l’industria italiana ha le carte in regola – Alessandro Codegoni di QE ne parla con Alex Sorokin

Per gli obiettivi energetici di medio e lungo periodo l’Italia dovrà ricorrere all’eolico offshore. Con i nostri alti fondali serviranno le turbine flottanti. Grandi gruppi italiani hanno risorse e know how per non perdere questo treno. Ne parliamo con l’ingegner Alex Sorokin.

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La Saipem, l’azienda italiana specializzata in costruzioni petrolifere offshore, dalle piattaforme ai gasdotti, costruirà un impianto eolico da 276 MW al largo della Scozia.

Detta così parrebbe una delle tante notizie che sottolineano la, ancora troppo lenta, conversione dei big dell’energia fossile alle rinnovabili, come quella che la BP ricomincerà ad investire nel solare anche da noi.

Per l’ingegner Alex Sorokin, consulente ed esperto energetico, la notizia arriva come conferma di quello che propone da tempo nei suoi seminari: la Saipem, insieme ad altre grandi società impiantistiche e di ingegneria italiane, hanno un’occasione epocale per creare nel nostro paese una filiera per l’eolico offshore galleggiante (vedi anche Eolico offshore in Italia, “aggredire” gli alti fondali con la tecnologia galleggiante), quello dove le turbine non sono piantate nel fondo marino, ma sostenute da galleggianti ancorati al fondo.

Ingegner Sorokin, in realtà in Europa l’Italia sembra la “Bella Addormentata”, quanto a installazione di impianti a rinnovabili. Progrediamo ben poco con quelle tradizionali, circa 600 MW l’anno, e lei spera che si investa addirittura in quelle innovative…

Eppure bisognerà “svegliarci” e ricominciare ad installare, e a colpi di svariati GW ogni anno. Lo impongono gli impegni presi a livello europeo, che prevedono per il 2030 che il 32% di tutti i consumi energetici in Europa arrivino da fonti rinnovabili, e l’Italia, adesso, è al 17%. E al 2050 l’Ue vuole arrivare all’eliminazione totale della CO2 dalla produzione di energia elettrica. Ebbene, il punto è: come pensiamo di riuscire a raggiungere in Italia questi obbiettivi?

E come possiamo fare?

Si tratta di sostituire la produzione proveniente da circa 60 GW di centrali termoelettriche, con rinnovabili e non è che ci siano tante opzioni. Geotermico, biomasse e energia dal mare potranno dare un contributo, certo, ma al massimo di qualche GW. Creeremo più linee di interconnessione fra gli Stati europei e magari anche con il Nord Africa, per spostare energia rinnovabile e bilanciare così eccessi e carenze di produzione. Ma la convenienza di questi trasporti di energia sarà limitata dal costo delle perdite sulle lunghe distanze. Intorno al 70% del totale, quindi, non potrà che arrivare da sole, vento e acqua, cioè energia solare, eolica e idroelettrica.

E che c’è di male?

Nulla, anzi, un mix di queste tre è l’ideale, perché sono fonti che si compensano bene fra loro. Quando non c’è il sole, spesso c’è il vento, e quando scarseggiano entrambi, subentra l’idroelettrico: questa è la strategia che già seguono paesi come Spagna o Svizzera. Per sostituire circa 35 GW di termoelettrico italiano programmabile, anche se potrebbero essere persino di più, se si elettrificheranno anche climatizzazione e trasporti, serviranno circa 120-150 GW di nuovi impianti solari ed eolici, contro la potenza attuale di circa 20 GW per il primo e 10 GW per il secondo: La nuova occupazione di suolo, in un paese paesaggisticamente delicato e densamente abitato come l’Italia, sarà rilevante.

Dove si possono mettere, allora, tutte queste distese di pannelli e turbine?

Per quanto riguarda il solare i tetti potranno ospitarne il 15-25% del totale, senza entrare nei centri storici: basteranno quelli di periferie e capannoni. Altro FV potrà coprire bacini idrici, parcheggi, zone industriali, cave, spartitraffico, serre e discariche dismesse. Più complicata è la situazione dell’eolico, visto che in Italia il vento soffia abbastanza forte soprattutto in due aree: sui crinali delle montagne e lungo le coste, cioè in luoghi spesso pregiati per il turismo. Per evitare di “sfregiarle” bisognerà andare in mare aperto, soprattutto a ovest della Sardegna, a sud della Sicilia, ma anche lungo il Tirreno e fra Albania e Puglia, quelle sono le nostre aree marine più ventose.

Già vedo la miriade di Comitati del No, che si opporranno a questi nuovi impianti…

Per evitarlo il nuovo eolico non si installerà a ridosso della costa, ma ad almeno 25 chilometri al largo, così che l’impatto visivo di torri alte oltre 100 metri, diventi trascurabile. Il problema è che, diversamente dai mari bassi del Nord Europa, nel Mediterraneo la profondità cresce rapidamente allontanandosi dal litorale, e oltre i 40 metri l’eolico non può più essere piantato nei fondali marini, quindi non c’è che una soluzione obbligata: montare le turbine su galleggianti ancorati.

È una soluzione per ora tentata da pochi: l’esempio più importante sono le 5 turbine Hywind da 6 MW l’una della norvegese Statoil; 70 metri di galleggiante sott’acqua e altrettanti di torre fuori, con cui è stato realizzato un parco eolico in Scozia. Poco più di un dimostratore, anche se sembra che i risultati siano stati ottimi, al top della produttività mondiale.

È una soluzione poco praticata, per ora, perché nell’Europa del nord, unico luogo al mondo dove per ora si installano impianti offshore, sono molto abbondanti i bassi fondali, quelli alti li hanno solo Norvegia e Scozia, appunto. Statoil ha però fatto una scelta lungimirante, puntando ad altri mercati, come Giappone, Hawaii, Stati insulari e pure il Mediterraneo. Per questo ci dobbiamo muovere da subito in Italia, in tempo per creare la nostra filiera industriale di eolico galleggiante.

E che vantaggio avremmo rispetto ai norvegesi, che sono già così avanti?

Il Mediterraneo è un mare più tranquillo del mare del Nord, il “rischio maltempo” è molto più basso, quindi posizionamento e manutenzione delle turbine potrebbero avvenire quasi tutto l’anno, mentre al nord, per mesi, le tempeste  bloccano mezzi e lavoratori, con costi molto ingenti. Inoltre nel caso della Hywind il montaggio delle turbine avviene in mare, usando costose navi-gru. Noi dovremmo invece creare un tipo di eolico galleggiante che sia montabile in cantiere e poi rimorchiabili al largo,  realizzando le turbine in serie sempre uguali, in modo da costruirne velocemente a migliaia, da posizionare poi usando normali rimorchiatori d’altura, molto più economici. Visto che con l’eolico galleggiante si risparmia anche sulle costose fondazioni, questa tecnologia potrebbe rivelarsi nel medio termine più competitiva dell’eolico offshore convenzionale.

Ma abbiamo le capacità per realizzarlo?

Scherza? Saipem crea gigantesche piattaforme galleggianti e installa oleodotti in fondali profondi, Fincantieri è una delle maggiori industrie navali del mondo, Enel Green Power sta testando ogni tipo di tecnologia a fonti rinnovabili innovativa. Mettendo insieme questi giganti, l’impresa sarebbe ampiamente alla nostra portata: in fondo si tratta solo di creare il galleggiante, la turbina su di esso può essere un normale modello offshore commerciale, rinforzata per resistere alla messa in posa.

L’idea sembra persino ovvia, però tempo fa ho parlato con il responsabile per l’Italia delle tecnologie per le energie marine, e mi ha detto che all’eolico galleggiante non ci pensa nessuno. Non ci sono progetti.

Probabilmente perché inizialmente questa tecnologia costerà di più rispetto all’eolico convenzionale, e pertanto richiederà una politica industriale lungimirante per lanciare e sostenere un programma di sviluppo mirato. Servirebbe anche un quadro normativo per snellire procedure ed eliminare le barriere burocratiche che ostacolano l’installazione delle turbine e dei cavi sottomarini di collegamento. Senza normative più favorevoli, e stabili nel tempo, nessun investitore si arrischierà a entrare nel mercato, e si preferirà puntare su tecnologie più originali e di nicchia, ma che difficilmente potranno raggiungere le potenzialità dell’eolico offshore.

E se queste condizioni normative non si dovessero verificare e in Italia non si puntasse sull’eolico galleggiante?

Beh, allora perderemmo ancora un altro treno di innovazione e produzione industriale. Altri paesi circondati come noi da mari profondi, Norvegia, Gran Bretagna, Portogallo, Giappone stanno sperimentando nei loro mari tecnologie per l’eolico offshore galleggiante. E se non ci muoviamo, quando, fra 10-20 anni, l’eolico offshore galleggiante diventerà una scelta obbligata per mantenere i nostri impegni climatici, saranno altri a vendercelo.

Aggiornamento 30 novembre 2011: Avevamo appena messo in pagina l’articolo, quando è arrivata la notizia che il gruppo spagnolo Cobra, che si occupa di costruzioni ma evidentemente sta differenziandosi con lungimiranza nelle rinnovabili avanzate, ha appena completato l’installazione di una prima sua turbina eolica galleggiante, nel parco eolico scozzese di Kinkardine.

Questa prima turbina discende da precedenti collaborazioni del gruppo Cobra in progetti di impianti galleggianti offshore in Norvegia, Usa e Giappone, e prefigura, entro 2-4 anni, la produzione in serie di queste macchine.

La notizia conferma che la previsione e l’invito a muoversi rivolto alla nostra industria da parte dell’ingegner Sorokin erano giusti, ma purtroppo se la Spagna, nazione mediterranea, comincerà a produrre turbine galleggianti per il mercato interno e mondiale, lo spazio per entrare nel settore dell’Italia si riduce.

Il tempo sprecato dal nostro paese sulla strada dell’innovazione industriale per le energie rinnovabili, comincia insomma a farsi sentire pesantemente