Perché conviene limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C (da Climalteranti.it)

Una introduzione alla “Sintesi per i decisori politici” dello Special Report IPCC che ha evidenziato il quadro di riferimento e le azioni integrate di mitigazione e adattamento utili al fine di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C rispetto i livelli preindustriali.

Come anticipato in un post precedente, l’8 Ottobre è stato pubblicato on-line sul sito dell’IPCC (Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici) il Rapporto Speciale “Riscaldamento globale di 1,5 °C”, con il lungo sottotitolo “un rapporto speciale dell’IPCC sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto ai livelli del periodo pre-industriale e i relativi percorsi di emissioni di gas serra, in un contesto di rafforzamento della risposta globale alla minaccia dei cambiamenti climatici, allo sviluppo sostenibile, e agli sforzi per sconfiggere la povertà”.

Commissionato dall’UNFCCC a supporto dei prossimi passi dell’azione internazionale coordinata sul clima inquadrata dall’Accordo di Parigi, questo testo si propone come un riferimento per tutti i livelli delle decisioni negoziali future.

Composto in tutto da 729 pagine, senza contare le tre di sintesi per la stampa, le appendici e l’utile glossario, il Rapporto copre tutti i principali temi legati ai cambiamenti climatici, nella prospettiva di un aumento di temperatura che “sta per avvenire” nei prossimi decenni.

In particolare, i titoli e le dimensioni dei capitoli danno già un’indicazione dell’entità dello sforzo di analisi del rapporto:

Sintesi per i decisori politici: 34 pagine
Cap. 1 – Quadro di riferimento e contesto: 61 pagine
Cap. 2 – Percorsi di mitigazione compatibili con 1,5 °C nel contesto dello sviluppo sostenibile: 113 pp.
Cap. 3 – Gli impatti di un riscaldamento globale di 1,5 °C sui sistemi naturali ed umani: 246 pp.
Cap. 4 – Rafforzare e implementare la risposta globale: 198 pp.
Cap. 5 – Sviluppo sostenibile, estirpazione della povertà e riduzione delle ineguaglianze: 77 pp.

Rinviando all’appendice alla fine del post per le informazioni di base sul metodo di stesura del rapporto, in questo post forniamo i punti chiave della Sintesi per i decisori politici, che presenta i principali contenuti del Rapporto, rinviando direttamente al testo dei capitoli coloro che sono interessati al maggiore dettaglio, nonché alla precisa analisi del grado di incertezza associato dall’IPCC alle diverse affermazioni.

 

Il riscaldamento globale cresce rapidamente
Ad oggi, le attività umane hanno causato un riscaldamento della temperatura media annuale globale di circa 1,0 °Celsius rispetto ai livelli pre-industriali. Il riscaldamento raggiungerà 1,5 °C tra il 2030 e il 2052, se continuerà con l’attuale tasso di crescita. In particolare, viene stimato che il riscaldamento globale antropogenico (provocato dalle emissioni passate e attuali) sta crescendo ad un tasso di crescita pari a 0,2 °C per decennio.

 

Questo riscaldamento globale ha già provocato e continua a provocare perturbazioni nel sistema climatico con impatti che possono durare per secoli, o anche millenni come l’innalzamento del livello dei mari. Però le emissioni passate non bastano a superare 1,5 °C: a fare la differenza sono le emissioni future.
Per fermare il riscaldamento globale antropogenico è necessario raggiungere e mantenere un livello di zero emissioni antropogeniche globali nette di CO2 (emissioni di CO2 bilanciate globalmente da rimozioni di CO2) e ridurre il forzante radiativo di altri gas serra diversi dalla CO2 (ad esempio del metano) e del black carbon. Quale sia la temperatura globale a cui si stabilizzerà il sistema climatico dipenderà dall’entità delle emissioni antropogeniche accumulate, fino a quando non si raggiungano emissioni nulle.

La letteratura scientifica, sintetizzata in modo credibile e bilanciato nel Rapporto, indica che i rischi alla società e agli ecosistemi con un riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali sono inferiori di quelli a 2 °C, e che questa differenza è più grande di quanto si stimasse in precedenza.

L’ampiezza di questi rischi dipenderà dall’intensità e dalla rapidità del riscaldamento, dalla vulnerabilità ai cambiamenti climatici dell’area specifica del pianeta considerata e dalla maggiore o minore attuazione delle politiche e misure di mitigazione e adattamento. I rischi sarebbero ancora più elevati se la temperatura media globale dovesse temporaneamente superare 1,5 °C (il cosiddetto ‘overshoot’ – sforamento della temperatura), per non parlare della situazione in cui il mondo fosse stabilmente sopra a quella temperatura (come risulterebbe dal mantenimento delle attuali tendenze).

 

Le proiezioni climatiche, i potenziali impatti e i rischi associati
Alcuni gravi impatti dei cambiamenti climatici potranno essere evitati limitando il riscaldamento globale a 1,5 °C anziché 2 °C o più: entro il 2100 l’innalzamento del livello del mare su scala globale potrebbe essere più basso di 10 cm con un riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto a 2 °C; un livello medio globale dei mari più basso di 10 cm potrebbe voler dire che 10 milioni di persone non sarebbero sottoposte a rischi alle risorse idriche, infrastrutture ed ecosistemi.

Ecco altri esempi di impatti gravi che potranno essere evitati o limitati con un incremento di solo mezzo grado rispetto a oggi, raggiungendo 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali:

  • mentre con un aumento di 1,5 °C la condizione di assenza di ghiaccio estivo nel Mar Glaciale Artico si verificherebbe in media una volta ogni secolo, con 2 °C di aumento tale condizione si verificherebbe in media una volta ogni decennio.
  • le barriere coralline potrebbero ridursi del 70-90% con 1,5 °C, mentre con 2 °C sparirebbero completamente (perdita maggiore del 99%);
  • 420 milioni in meno di persone sarebbero esposte alle ondate di calore se si limitasse il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto a 2 °C.
  • più alte probabilità di siccità e deficit idrici, nonché di precipitazioni estreme, in alcune aree del Pianeta.

Quindi, limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali potrebbe permettere alle persone e agli ecosistemi maggiore possibilità di un adattamento socio-economico efficace e rimanere sotto la soglia di rischi rilevanti.
Inoltre, ove la temperatura aumentasse tra 1,5 °C e 2 °C alcuni perturbazioni “catastrofiche” al sistema climatico globale potrebbero essere innescate, quali la destabilizzazione della calotta glaciale dell’Antartide e la perdita irreversibile della calotta continentale della Groenlandia, in grado di provocare un aumento del livello medio dei mari di molti metri per secoli o millenni.

La figura 2 del rapporto, sotto riportata, denominata “Ragioni per essere preoccupati” (“Reasons for Concerns” – RFC), è un aggiornamento di quella presente nel Terzo Rapporto IPCC di Valutazione del 2001 e nel Quinto Rapporto pubblicato nel 2013: purtroppo mostra impatti peggiori e i rischi più alti per 4 dei 5 temi scottanti (burning embers, “tizzoni ardenti”).

  • RFC1 (Unique and threatened systems): rischio da ‘alto’ a ‘molto alto’ tra 1,5 °C e 2 °C
  • RFC2 (Extreme weather events): rischio da ‘moderato’ a ‘alto’ tra 1,0 °C e 1,5 °C
  • RFC3 (Distribution of impacts): rischio da ‘moderato’ a ‘alto’ tra 1,5 °C e 2 °C
  • RFC4 (Global aggregate impacts): rischio da ‘moderato’ a ‘alto’ tra 1,5 °C e 2,5 °C

Alcuni di questi impatti potrebbero essere reversibili nel giro di qualche decennio (ad esempio la perdita di superficie del ghiaccio marino artico), altri sarebbero irreversibili (come nel caso dell’estinzione delle specie), o sarebbero reversibili su tempi molto lunghi (ad esempio la perdita del ghiaccio delle calotte glaciali).

 

I ‘percorsi di emissioni’ e le ‘transizioni di sistemi’ coerenti con un riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali
Il rapporto annuncia che limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C richiede “rapide e lungimiranti” transizioni in molti settori quali suolo, energia, industria, edilizia, trasporti e pianificazione urbana: è necessario che le emissioni antropogeniche nette globali di CO2 diminuiscano di circa il 45% rispetto i livelli del 2010 entro il 2030, raggiungendo lo zero intorno al 2050. Questo vuol dire che ogni emissione rimanente dovrebbe essere bilanciata da una equivalente rimozione antropogenica di CO2 dall’atmosfera.

Quindi è ancora possibile limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C e adattarsi in maniera socio-economica più efficace agli impatti dei cambiamenti climatici, però bisogna avviare una riduzione immediata e progressiva delle emissioni per raggiungere emissioni zero nette di CO2 a livello globale intorno alla metà del secolo, con una riduzione proporzionale degli altri gas serra, come il metano, l’N2O, i CFC, il che ha importanti ricadute sulle tecnologie da scegliere, ad esempio nel campo della produzione di elettricità, dei trasporti e dei processi produttivi.

Mentre l’uso del carbone è chiaramente incompatibile con uno scenario a 1,5 °C, anche per petrolio e gas i limiti sono stringenti: solo l’8% dell’elettricità prodotta nel 2050 avverrebbe con il gas naturale, in impianti con cattura e stoccaggio del carbonio, negli scenari senza sforamento di 1,5 °C o con sforamento limitato.

In sostanza, i percorsi di emissioni a 1,5 °C richiedono ‘transizioni dei sistemi’ molto profonde, che sono senza precedenti in fatto di scala, ma non necessariamente in fatto di velocità (visto che in alcuni settori e in alcuni Paesi i tassi richiesti di calo delle emissioni e di diffusione delle tecnologie pulite sono invece stati già raggiunti).

Nel corso dei prossimi decenni occorrono riduzioni rapide della domanda energetica, decarbonizzazione dell’elettricità, elettrificazione dei consumi finali di energia e forti riduzioni delle emissioni del settore agricolo. Questi percorsi di emissioni a 1,5 °C possono includere o no uno ‘sforamento della temperatura’. Nello scenario di sforamento della soglia 1,5 °C sarà necessario rimuovere gas serra dall’atmosfera per riportare la temperatura a 1,5 °C, in particolare mediante un uso su larga scala di misure di rimozione dell’anidride carbonica (Carbon Dioxide Removal – CDR), tra cui le rimozioni nel settore agricolo e forestale e le tecnologie a emissioni negative come Bioenergy with Carbon Capture and Storage (BECCS)’ (che combina la produzione di elettricità o calore con biomassa con la cattura e stoccaggio di CO2).

Come mostrato nella figura 3 del rapporto riportata in seguito, anche gli altri percorsi di emissioni a 1,5 °C senza sforamento devono contenere delle misure di rimozione dell’anidride carbonica, a compensazione delle emissioni residue correnti (mentre con un maggiore superamento della soglia di 1,5 °C sarebbe necessaria una quantità maggiore di emissioni negative).

 

In tutto questo, il Rapporto avverte che l’utilizzo di tecnologie e misure di rimozione dell’anidride carbonica mai testate su larga scala è rischioso, per le implicazioni che potrebbero avere sullo sviluppo sostenibile e la competizione per l’utilizzo di terreno, acqua ed energia. Molto più conveniente è ridurre la domanda energetica e alcuni consumi, tra cui quelli di cibo ad alto contenuto di gas serra; queste azioni permetterebbero di ridurre la dipendenza dalla rimozione della CO2.

 

Rafforzare gli sforzi a livello internazionale per la riduzione delle emissioni di gas serra perseguendo lo sviluppo sostenibile per debellare la povertà
Ad oggi con l’Accordo di Parigi i Paesi hanno assunto impegni di riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contributions – NDCs) che non sono complessivamente in linea con l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Questi impegni potranno portare ad un livello di emissioni pari a 52-58 GtCO2 all’anno nel 2030, circa il doppio rispetto alle indicazioni dei percorsi di emissioni a 1,5 °C, che prevedono un superamento minimo o nullo di 1,5 °C (circa 25-30 GtCO2 nel 2030, corrispondenti ad un 40-50% delle riduzioni delle emissioni rispetto ai livelli del 2010).

Sia contenere l’aumento della temperatura a 1,5 °C che perseguire il raggiungimento, anche solo di una parte, dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile decisi dalle Nazioni Unite nel 2015, permetterebbe di ridurre in maniera efficace le emissioni di gas serra, gli impatti e le vulnerabilità a cambiamenti climatici. Perseguire questi obiettivi implica un mix efficace di misure di mitigazione e di adattamento che fanno parte dei percorsi di sviluppo resilienti (Climate-resilient development pathways – CRDP); richiede anche un grande impulso in termini di riduzione dei gas serra (mitigazione) nel breve termine per evitare impatti dovuti ad un ulteriore riscaldamento, e allo stesso tempo, ridurre la dipendenza dalle tecnologie di rimozione della CO2.

Infine, un’effettiva cooperazione internazionale, un rafforzamento delle capacità istituzionali degli attori nazionali, subnazionali e locali della società civile, del settore privato, delle città, delle comunità locali e delle popolazioni indigene, sono fondamentali per l’implementazione di azioni ambiziose che limitino il riscaldamento globale a 1,5 °C.

 

Appendice 1 – Alcuni elementi su IPCC e la preparazione di questo rapporto speciale

L’IPCC ha sede a Ginevra ed è stato creato dall’UNEP (Programma Ambientale dell’ONU) e dall’ OMM (Organizzazione Mondiale della Meteorologia) nel 1988 con la missione di fornire una valutazione del progresso della conoscenza scientifica, tecnica e socio-economica su vari aspetti dei cambiamenti climatici: osservazioni, proiezioni climatiche, impatti, vulnerabilità, adattamento e mitigazione. Non conduce nessun programma di ricerca o di monitoraggio climatico, ma produce rapporti di valutazione basati sulla letteratura scientifica.
L’IPCC ha come membri effettivi i Paesi membri ONU che, riuniti in Plenarie, danno mandato alla comunità scientifica al fine di preparare rapporti scientifici sulle varie tematiche inerenti ai cambiamenti climatici. Ogni rapporto è sottoposto a due fasi di revisione (anche gli esperti governativi partecipano alla revisione). Alla fine della preparazione di ogni rapporto, la Plenaria IPCC approva per consenso generale il rapporto e discute e accetta linea per linea la Sintesi per i Decisori Politici (Summary for Policy-Makers – SPM). Ne consegue, quindi, che ogni rapporto IPCC rappresenta lo stato dell’arte della conoscenza scientifica con riguardo ad uno specifico tema dei cambiamenti climatici elaborato dalla comunità scientifica su richiesta dei Governi e approvato da essi.

La Plenaria dei Paesi membri dell’UNFCCC (UN Framework Convention on Climate Change) alla COP21 a Parigi nel dicembre 2015 ha invitato i Paesi Membri dell’IPCC a dare mandato alla comunità scientifica internazionale di portare a termine per il 2018 un rapporto che mostrasse gli impatti e i percorsi di mitigazione compatibili con un riscaldamento globale entro 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali e confrontandoli con gli impatti e i percorsi di mitigazione per 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali. La preparazione di questo rapporto è stata coordinata in maniera congiunta dai 3 gruppi di lavoro IPCC con l’Unità di Supporto Tecnico del Gruppo di Lavoro 1. Ha richiesto il lavoro su base volontaria di 224 autori (Coordinating Lead Authors, Lead Authors, Review Editors e Contributing Authors) provenienti da tutto il mondo, i quali hanno considerato 6000 pubblicazioni e hanno ricevuto oltre 42,000 commenti nell’arco delle 3 fasi di revisione da parte di esperti e governi.

Alla fine, il rapporto è stato approvato alla Prima Sessione congiunta dei Gruppi di Lavoro I, II e III dell’IPCC e poi accettato dalla Plenaria IPCC alla 48esima Sessione a Incheon (Sud Corea) il 6 ottobre.

Questo rapporto è il primo di una serie di Rapporti Speciali che saranno prodotti durante il ciclo che porterà al Sesto rapporto di Valutazione (AR6). Il prossimo anno l’IPCC pubblicherà il Rapporto Speciale sull’Oceano e la Criosfera in un Clima che Cambia, e il Rapporto Speciale suCambiamenti Climatici e Suolo.

Testo di Sergio Castellari e Valentino Piana, con contributi di Stefano Caserini, Daniele Bocchiola, Sylvie Coyaud e Vittorio Marletto

Comunicare minacce e opportunità per il cambiamento climatico (Da climalteranti.it)

Sono aperte fino al 15 ottobre le votazioni per il Premio “Best Climate Solution, che per il 2018 ha come argomento “Comunicare minacce e opportunità per il cambiamento climatico”.

Il premio, frutto di un’iniziativa del Centro Euromediterraneo per i cambiamenti climatici, sarà assegnato da una combinazione dei risultati delle votazioni online e della valutazione della giuria internazionale di esperti.

45 sono le proposte selezionate per la fase finale. Le linee guida per il voto sono qui

Le quattro proposte italiane che è possibile votare sono:

A qualcuno piace caldo, una conferenza-spettacolo in cui il racconto scientifico è affiancato da immagini, animazioni scientifiche, musica jazz e video (qui il sito originale)

Progetto Scuola, un progetto di Italian Climate Network si rivolge alle scuole secondarie di primo e secondo grado, allo scopo di proporre un programma incentrato sulla questione dei cambiamenti climatici (qui il sito originale)

Communication at UN Climate Talk, iniziativa dei giovani dell’Italian Climate Network di informazione live dai negoziati UNFCCC (qui l’esempio di quanto fatto alla COP23 di Bonn)

Climate Art Project, una serie di iniziative artistiche di grandi dimensioni che hanno avuto luogo in diverse città europee (qui il sito originale)

Le altre 41 proposte sono qui. Buon voto!

Contributo – Il congresso della C.G.I.L. dovrebbe essere…

Come iscritti e militanti della Cgil, di diverse categorie * avanziamo le riflessioni che seguono, prendendo spunto dall’avvio del congresso della Cgil, ed in relazione alle attività di associazioni, nelle quali siamo impegnati, che si occupano della transizione/decarbonizzazione del modello energetico e di sviluppo (come l’approfondimento riportato in appendice); temi sui quali già abbiamo avuto e abbiamo occasioni di collaborazione con la Cgil e le sue categorie.

Il congresso dovrebbe essere…

Il metodo nuovo, deciso dalla Cgil per avviare il 18° congresso, con la “Traccia di discussione per Assemblee Generali” sulla quale raccogliere suggerimenti e indicazioni per poi arrivare al documento congressuale vero è proprio, è molto utile.

E’ certamente giusto sottolineare come in questi anni la Cgil, nonostante la situazione e il clima sfavorevole, abbia retto bene. Ma l’affermazione “Non ci siamo limitati al conflitto e alla difesa, abbiamo scelto la strada della creazione di un’altra proposta di sistema come il piano del lavoro, elaborando la nostra proposta di legge di iniziativa popolare: la carta dei diritti universali del lavoro”, è troppo ottimistica. Ci siamo difesi abbastanza bene, ma di qui in avanti questo non basta.

Un’altra proposta di sistema” è una indicazione strategica assolutamente condivisibile e necessaria, ma non possiamo dire di averla già creata. “Il piano del lavoro” è stata una buona intuizione, anche simbolica, importante, ma non è sufficiente; come non lo è ripetere semplicemente che siamo per “un modello alternativo, sostenibile, di crescita, sviluppo e giustizia sociale”. La stessa confusione tra i termini di crescita e sviluppo, che non sono – a proposito di “sostenibilità ambientale, economica, sociale e territoriale” – la stessa cosa, dimostra che nonostante l’avvio di alcune importanti elaborazioni (come “la piattaforma integrata per lo sviluppo sostenibile”) tutta l’organizzazione non ha ancora assimilato, soprattutto nella sua pratica contrattuale, la consapevolezza delle grandi emergenze globali, ambientali , energetiche, climatiche che abbiamo di fronte e, di conseguenza, le grandi trasformazioni sull’idea di sviluppo, che sarebbero necessarie.

A questo proposito, sono molto più precise le affermazioni contenute nel contributo dello Spi “Verso il congresso nazionale Spi 2018”: “Di fronte a questo scenario, obiettivo dello Spi Cgil, in coerenza con le priorità dell’Onu e per l’Italia dell’Asvis, è quello di battersi insieme alla comunità scientifica e ai movimenti ambientalisti affinché si avvii un ambizioso processo di transizione che dall’economia globale conduca verso un’economia ecologica e circolare. È sempre più necessario, infatti, limitare i cambiamenti climatici, liberarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili, affermare nuovi modelli di consumo, raggiungere l’obiettivo dei rifiuti zero, e garantire a tutti, oltre che la sicurezza alimentare, anche l’accesso a uno dei beni più preziosi: l’acqua potabile. Ma la diffusione di una cultura della sostenibilità deve anche partire dall’assunzione di responsabilità dei singoli individui. Basare i nostri comportamenti quotidiani sul consumo consapevole delle risorse naturali, sul risparmio energetico, sul rispetto dell’ambiente rappresenta il primo passo verso un mondo più giusto ed equo”.

Sono affermazioni importanti che non hanno implicazioni solo per le scelte individuali, o per i “consumatori consapevoli”, ma pongono, soprattutto, la necessità della transizione del modello produttivo, e quindi di come conquistare un modello di sviluppo alternativo.

Nel secolo scorso, i movimenti sociali, ed in particolare quello sindacale, potevano svolgere il loro ruolo di mobilitazione e rivendicazione per la tutela dei diritti, delle condizioni di lavoro e di vita, per obiettivi di giustizia sociale e poi trovare una “sponda politica”, tra forze politiche che avevano una “idea complessiva di società”, a cui delegare la necessaria mediazione e realizzazione di questi obiettivi.

Oggi, per il movimento sindacale, ed in particolare per la Cgil, è molto più problematico trovare “una sponda” nell’attuale quadro politico; infatti si sostiene di avere “letto prima…il prepararsi della rottura tra il mondo del lavoro e la rappresentanza politica”. A maggior ragione, questa realtà, dovrebbe implicare la necessità di un cambio nel ruolo e nelle responsabilità del sindacato.

Certamente il sindacato deve fondare in primo luogo la sua rappresentatività partendo dalle condizioni concrete di tutto il mondo del lavoro, anche nei settori più marginali ed esclusi (spesso anche per noi ai margini), ma deve allargare il concetto di coalizione a tutti quei settori sociali che possono oggettivamente convergere su obiettivi coerenti. Per questo il sindacato deve avanzare in proprio una sua idea di società e di modello di sviluppo, cercando di farlo vivere e avanzare, non solo nelle elaborazioni generali, ma anche, e soprattutto, nella propria iniziativa corrente e nella pratica contrattuale a tutti i livelli.

Come si legge nel contributo della Fiom “Il congresso dell’uguaglianza”: “consolidare la strada intrapresa… di autonomia e indipendenza dal sistema dei partiti e dalle logiche che oggi dominano la politica”. E, conclude: “Non si può quindi prescindere dalla necessità di stringere i legami della coalizione delle lavoratrici e dei lavoratori e allargare le alleanze oltre il lavoro dipendente”.

Per il sindacato, porre la necessità di “un nuovo modello di sviluppo” e operare direttamente per essere protagonista di questa progressiva transizione, significa saper intrecciare l’attenzione all’occupazione, alla riduzione degli orari, ai diritti, alle condizioni, alla retribuzione, con una riflessione sulle finalità del lavoro stesso (“cosa, come, per chi produrre”, si sosteneva una volta) e della sua redistribuzione.

La transizione nei settori energetici, dell’economia circolare, della mobilità, dell’organizzazione delle città, dell’edilizia, dei servizi, ecc. – con l’accelerazione indotta dalla digitalizzazione – è già in atto, magari a volte in modo distorto e contradditorio, ma proseguirà. L’unico modo perché “non sia pagata dai lavoratori” è che il sindacato, e i lavoratori, svolgano un ruolo attivo, ponendo le proprie priorità, con una “contrattazione d’anticipo”. Disinteressarsene, pensando solo ad un ruolo sindacale “tradizionale”, o tentare semplicemente di frenare questo processo (come a volte è successo e succede) produrrebbe danni ben peggiori.

Per andare in questa direzione servono strategie e normative precise, politiche industriali e investimenti pubblici e privati adeguati (vale per le grandi scelte nazionali, ma anche per quelle locali e territoriali) che devono essere rivendicati con forza, ma non possiamo semplicemente delegare, o fare lobby, verso i decisori politici.

Una transizione “giusta” non si può realizzare senza un coinvolgimento attivo dei soggetti sociali interessati a questi cambiamenti (i lavoratori, i consumatori, i cittadini, ecc.) o addirittura contro di loro. Per questo, superando tendenze alla frammentazione e al settorialismo, è necessario aggregare un “fronte sociale più ampio” (che coinvolga oltre al sindacato, associazioni sociali, ambientali, dei consumatori, comitati dei cittadini, competenze scientifiche e tecniche) per intervenire e contrattare questi cambiamenti, a partire dalle aziende più innovative, dagli amministratori locali più sensibili, ecc., per investire poi il sistema delle imprese di tutti i settori.

Si parla tanto di Industria 4.0, ma in genere si affrontano solo aspetti tecnologici, digitalizzazione (internet delle cose, additive manufacturing…). “Affermiamo di voler contrattare la digitalizzazione”, che è un ottimo proponimento, ma “l’algoritmo” non controlla solo le condizioni di lavoro, ma l’intero ciclo della produzione, dei servizi, dei consumi. L’innovazione che dovremmo contrattare non interessa solo le tecnologie, ma anche gli aspetti organizzativi, ambientali, sociali e le stesse finalità del lavoro e delle produzioni. Per svolgere questo ruolo, il sindacato, ha la necessità di costruire un punto di vista autonomo, proprio e dei lavoratori che rappresenta, anche in relazione a soggetti esterni, oltre il lavoro dipendente.

Le trasformazioni in atto necessitano di più sapere e di più intelligenza nell’uso di tutte le risorse, servirebbe uno straordinario sforzo di educazione e di formazione a tutti i livelli, non solo nei luoghi tradizionali della ricerca e della formazione, ma anche nei luoghi di lavoro e nella società.

In queste trasformazioni vi saranno settori che andranno a ridursi e altri invece che dovrebbero crescere, e il sindacato ne dovrebbe essere protagonista attivo, facciamo sommariamente solo alcuni esempi:

– Per i settori dell’automotive e della mobilità, pensiamo all’enorme impatto che avrà la progressiva sostituzione di mezzi a combustione interna con quella elettrica o ad altre propulsioni; o la progressiva riduzione dell’uso dei combustibili fossili, con la fine dell’uso del carbone, il restringimento dei settori delle estrazioni e della raffinazione e quindi le ricadute in quelli dell’oil & gas.

– Viceversa, pensiamo al possibile grande sviluppo di tutte le fonti rinnovabili, la stessa Strategia Energetica Nazionale (che può essere criticabile per taluni aspetti) ne prevede un aumento tale che non sarebbe raggiungibile con i trend attuali, a partire dal solare e dall’eolico (per il quale sarebbe necessario puntare su quello offshore); oppure le grandi opportunità per l’autoproduzione, e soprattutto per l’efficienza energetica in tutti i settori, a partire da Interventi radicali di efficientamento energetico per la riqualificazione spinta di interi edifici e quartieri (deep renovation).

Ma in modo più trasversale, anche solamente partire da iniziative diffuse per generalizzare le diagnosi energetiche e poi l’efficientamento dei cicli produttivi (es. l’Avviso comune Cgil Cisl Uil Confindustria del 2011, sull’efficienza energetica) oltre a dare vantaggi immediati, può fornire indicazioni per intervenire, non solo sui cicli attuali, ma anche sulle materie prime, sulla logistica, sugli scarti, sui rifiuti, ecc., ripensando cicli di vita e tipologia dei prodotti e dei servizi. Tematiche queste, applicabili non solo ai settori produttivi e industriali, ma in modo trasversale in ogni comparto. Incluso anche il ruolo che può svolgere una categoria come lo SPI, nella contrattazione sociale e nel promuovere comportamenti e stili di vita e di consumo più sostenibili.

A proposito di un ruolo più determinato del sindacato nella realizzazione di queste trasformazioni, pur non essendo citato nei documenti preparatori, si torna a parlare di “codeterminazione”. Certo, l’esperienza tedesca, fatte le dovute differenze, può avere un qualche interesse anche in Italia, che non ha mai avuto procedure di questo tipo, se si esclude Il caso del “protocollo IRI” (che risale agli anni ’80) o, da ultimo, il “timido” capitolo sulla “Partecipazione” del recente accordo con Confindustria sulle “relazioni industriali e la contrattazione“, ma essenziale in tutto questo è appunto avere punto di vista autonomo del sindacato.

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Mario Agostinelli
Vittorio Bardi
Paolo Bartolomei
Oscar Mancini
Gianni Naggi
Ettore Torregiani