Electricity Market Report 2018

Quale ruolo per lo storage e le forme di aggregazione virtuale in Italia?

Presentazione dell’Electricity Market Report

25 Ottobre 2018 ore 9.30

Politecnico di Milano – Campus Bovisa

Via Lambruschini 4

Edificio BL28 – Aula Magna Carassa Dadda 

 

L’Electricty Market Report è il risultato di uno studio estensivo delle trasformazioni in atto nel mercato elettrico (dalla rimodulazione delle tariffe, all’apertura del MSD, dalla diffusione attesa dei sistemi di storage, alla possibile uscita dal meccanismo della tutela, ecc.) realizzato attraverso un campione significativo di interviste qualificate agli operatori del settore.

L’Electricty Market Report si prefigge i seguenti obiettivi:

  • Analizzare, anche attraverso una estensiva analisi di benchmark a livello europeo, i modelli di business degli aggregatori virtuali, con particolare attenzione alla loro modalità di interazione con i clienti ed alle logiche di determinazione della redditività;

  • Identificare e valutare dal punto di vista dei ritorni economici le possibili configurazioni per lo sviluppo degli SDC (sistemi di distribuzione chiusi) nel nostro Paese, anche alla luce della evoluzione normativa;

  • Studiare le soluzioni tecnologiche per lo storage di energia, valutandone l’evoluzione in termini di prestazioni e prezzi e la modalità di adozione da parte dei diversi operatori della filiera elettrica, dalla fase di generazione, alla trasmissione e distribuzione, sino alla vendita e al consumo finale;

  • Comprendere i risultati dei primi progetti pilota di “aggregazione” ammessi dall’AEEGSI, ponendo particolare attenzione ai modelli adottati da parte dei soggetti coinvolti, anche in ottica comparativa rispetto a quanto già presente in altri Paesi;

  • Analizzare l’evoluzione del quadro normativo italiano, con particolare attenzione alle soluzioni in ambiti sperimentali, come ad esempio quelle relative alle isole minori, come possibili “laboratori” di innovazione;

  • Stimare il valore potenziale sul mercato italiano degli aggregatori virtuali, dei SDC e dei sistemi di storage.

Questi gli obiettivi del convegno di presentazione dei risultati dell’Electricity Market Report, che coinvolgerà come sempre nel dibattito le imprese Partner della ricerca per discutere e approfondire le analisi svolte e renderle strumento di lavoro per tutti coloro che operano o intendono operare nell’ambito specifico oggetto dello studio. 

 

Ai presenti sarà consegnata in omaggio una copia dell’Electricity Market Report – 2a ed.

 

Per iscriversi cliccare QUI

 

LE ISCRIZIONI VERRANNO CHIUSE 3 GIORNI PRIMA DEL CONVEGNO E I DATI INSERITI NEL LINK DI ISCRIZIONE SARANNO UTILIZZATI PER REALIZZARE I BADGE, CHE SARANNO CONSEGNATI AI PARTECIPANTI IL GIORNO DELL’EVENTO 

Vi informiamo che durante l’evento verranno effettuate delle riprese video e scattate delle fotografie a scopo di diffusione via web per attività promozionali e di comunicazione (sito web, mass Media, Social Networks, ecc.)

Il ruolo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile nello sviluppo locale e regionale

25 ottobre 2018, Modena | ore 9.00 | Sala del Consiglio, Municipio

Come possono le autorità locali promuovere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, facilitarne l’adozione e incoraggiare i cittadini a impegnarsi nella vita quotidiana per la sostenibilità del territorio? Se ne parlerà a Modena il 25 ottobre, presentando casi di eccellenza come l’Ente per i Parchi e Biodiversità Emilia Centrale, l’Agenzia per l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile, il CNR di Bologna ed esempi concreti di attività delle amministrazioni locali come Ferrara, Parma e Modena. Un quadro di riferimento della giornata sarà il progetto “Change the power – (em)power to change” realizzato nell’ambito del programma EuropeAid/DEAR e finanziato dall’Unione Europea.
L’iniziativa si rivolge a governi locali, docenti ed esperti attivi nell’educazione alla sostenibilità e a cittadini interessati: la partecipazione è gratuita e a conclusione dell’evento sarà offerto un light lunch.

È richiesta la registrazione al seguente link.
Programma

Quando: giovedì 25 ottobre dalle ore 9.00 alle 13.00
Dove: Modena, sala del consiglio, Municipio

Negazionismo climatico e paura dei migranti – Mario Agostinelli, 05.10.2018

Priorità Ambiente. Le èlite che ci governano ci inchiodano ad un presentismo ossessivo. Se si diffondesse la convinzione che il pianeta ha i decenni contati qualsiasi agenda politica sarebbe sovvertita.
A volte penso che questa stagione sia la più cieca verso il futuro che la civiltà abbia fin qui tollerato e che tuttavia le èlite che ci governano abbiano più di un motivo per inchiodarci ad un presentismo ossessivo. Infatti, se si diffondesse la convinzione che il pianeta abbia i decenni contati a causa degli effetti climatici degli stili di vita adottati da una minoranza ricca e armata, qualsiasi agenda politica sarebbe sovvertita e schiodata dagli interessi a breve di chi occupa il potere. Ma affinché ciò non avvenga, il riscaldamento del pianeta non deve essere né politicamente né socialmente conteggiato come una emergenza globale. In compenso, potrebbe mettersi in conto il sacrificio dei più indigenti,
coperto dall’indifferenza di gran parte della popolazione. Di questo intreccio perverso si è fatto interprete papa Francesco, manifestando come la sottovalutazione della crisi climatica e la carenza di cura per l’ambiente in cui viviamo possa mettersi in relazione con l’imbarbarimento nei confronti
dei migranti, contemporaneamente alla progressiva marginalizzazione del valore del lavoro.
NON SOSTENGO CHE la questione migranti o l’attacco al lavoro e al welfare dipendano solamente dall’espulsione del clima dall’elenco delle emergenze in considerazione: ma se supponessimo che il diritto alla vita e l’uguaglianza non fossero più valori universali (ed è quello che alcune delle élite mondiali cominciano a pensare), allora si insinuerebbe nel senso comune il tarlo malefico
dell’esclusione: chi è dentro e chi deve star fuori. Se non manteniamo come sfondo la rigenerazione della Terra intera, accreditiamo un sovranismo chiuso a difesa di casa propria e a cercare soluzioni protezioniste, quando non si arriva a simulare in una feroce contesa di poter disporre di altri mondi da cui trarre risorse attraverso il più innaturale sviluppo di tecnologie e di poter contare su una «specie» artificiale di ricambio da mettere al lavoro.

SENZA UNA STOLTA concordanza sulla possibilità di sopravvivere ad un collasso della biosfera e se non fosse accreditata dai media la previsione che il cambiamento climatico avverrà «a rate», temperato da mirabolanti rimedi tecnici, non sarebbe altrimenti riscontrabile che l’85% dei cattolici italiani – si dice – approvi l’azione di Salvini a valle di tre anni di predicazione dell’Enciclica LaudatoSì, o che Trump sostenga la crescita del Pil Usa nella prospettiva di favorire le fonti fossili e spostare ulteriori risorse finanziarie e di ricerca dalla tutela dell’ambiente alla creazione di una «quarta armata» – quella spaziale da aggiungersi all’esercito, alla marina, all’aviazione! Si fa strada la sconcezza solo sussurrata che per una parte dell’umanità non ci sia posto in futuro sulla Terra: si può giungere a tollerare come effetto burocratico in una democrazia costituzionale il sequestro e la deviazione di navi cariche di profughi o l’arresto del sindaco di Riace.
SO DI ESPRIMERE osservazioni scomode e quasi sempre escluse dagli schermi e dalle pagine da cui fa capolino la pochezza e la volgarità dei contendenti nostrani, ma l’evoluzione dell’economia mondiale negli ultimi decenni, con la crescita delle rendite e della concentrazione di ricchezza nelle mani di una percentuale sempre più ristretta della popolazione, ha finito con l’avallare la
globalizzazione contemporanea come l’unica praticabile, a dispetto della giustizia sociale e climatica.
Fino a negare responsabilità e soluzioni di fronte a problemi totalmente nuovi, creati da una parte dell’umanità che oggi si arrocca, ma irrimandabili nella loro immanenza, come la constatazione della fragilità della natura e della invalicabile e limitata finestra energetica in cui si può riprodurre la vita sulla crosta terrestre e nei mari. Si può così mettere in conto che una parte di abitanti possa essere
spazzata via nel medio periodo, per mancanza di suolo fertile, di acqua potabile, di cibo o per i rischi mortali di un viaggio.
IN UN PERVERSO VORTICE di comunicazione e informazione, trova udienza il più irriducibile negazionismo dei danni sul vivente e sul clima di un rapporto distorto tra natura e comportamento del genere umano. Si arriva addirittura a contemperare la perdita di senso del lavoro in quanto diritto e del suolo terrestre come luogo da condividere, prendendo atto senza scandalo che 20 persone sono costrette ad abbandonare le proprie case ogni minuto a causa di conflitti o
persecuzioni e a mutamenti ambientali, che rendono del tutto inospitali i luoghi prima già abitati in condizioni precarie, ma resi meno invivibili dalla solidarietà interpersonale. Il problema è talmente nuovo che si potrebbe azzardare che di fronte al clima la società si divide in classi dislocate anche e soprattutto geograficamente, mentre il sovranismo va a braccetto col populismo proprio per stabilire e imporre i confini per chi viene destinato a soccombere o a sopravvivere nel proprio territorio.
OLTRE ALL’INDIGNAZIONE per il «contratto» Salvini-Di Maio, la sinistra dovrebbe risalire ad una visione organica che sovverta l’ordine di emergenze che la destra sta alimentando. Anche se il mondo e la società ci vengono ostinatamente descritti come popolati da oggetti galileiani
commercialmente contabilizzabili, la sfida della vita ha bisogno di interpretazioni anche scientifiche adeguate all’attuale emergenza.
BASTI PENSARE CHE quando Bertrand Russell dice che «tutti sanno che la relatività di Einstein sia un avvenimento sconvolgente, ma pochissimi saprebbero dire cosa sia avvenuto», parla di occasioni di ricchezza, povertà, lavoro, dovute al fatto che orologi posti in sistemi che si muovono a
diverse velocità battono tempi diversi e che da ciò deriva la supremazia dello spazio-tempo programmato dai computer e dai chips collegati ai sensori (milioni di volte più veloci della mente umana) nelle catene di produzione e vendita o nell’organizzazione della logistica o nelle scelte finanziarie. D’altronde, Roberto Cingolani ricorda che è pur vero che «la meccanica quantistica si inserisce nella vita naturale fatta di molecole costruendo nanomacchine che intervengono
sull’evoluzione e la salute», ma non in modo da sfamare i reietti che ci assediano. Ancora, Giovanni Orsina ci ricorda «che siamo ad un punto della storia in cui i diritti individuali sono sentiti come prerogativa globalmente protetta di ogni essere umano sulla terra e non cittadini di uno stato», ma se tale proprietà la si vuole praticare in democrazie svuotate come quelle di Europa e di America
occorre un balzo in avanti mentale rispetto a come uomo, lavoro e natura sono contemplati dal dispotismo e dal neoliberismo incontrastati.
IL CONFLITTO CLIMATICO È tutt’altra cosa da quanto finora conosciamo: l’instabilità del territorio come luogo di scambio, cultura solidarietà e relazione quindi come luogo della politica fa venir meno un orizzonte comune per l’intera umanità e non esiste più un unico pianeta da condividere: allora barriere e respingimenti e, possibilmente, morti e guerre a volontà, anziché un’intelligente seppure affannosa ricerca di un territorio terrestre abitabile per noi tutti e le
prossime generazioni. Ma di queste cose la sinistra non discute. Continua a ragionare algebricamente con i numeri come se fossero privi di qualità e di territorialità: non li inserisce in una descrizione organica e non astratta del cambiamento e non coglie che «terrestre» e «globale» non sono la stessa cosa. Il primo evoca vita, socialità e accoglienza; il secondo scarti, ingiustizia e confini artificiali insuperabili.
© 2018 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

Perché conviene limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C (da Climalteranti.it)

Una introduzione alla “Sintesi per i decisori politici” dello Special Report IPCC che ha evidenziato il quadro di riferimento e le azioni integrate di mitigazione e adattamento utili al fine di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C rispetto i livelli preindustriali.

Come anticipato in un post precedente, l’8 Ottobre è stato pubblicato on-line sul sito dell’IPCC (Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici) il Rapporto Speciale “Riscaldamento globale di 1,5 °C”, con il lungo sottotitolo “un rapporto speciale dell’IPCC sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto ai livelli del periodo pre-industriale e i relativi percorsi di emissioni di gas serra, in un contesto di rafforzamento della risposta globale alla minaccia dei cambiamenti climatici, allo sviluppo sostenibile, e agli sforzi per sconfiggere la povertà”.

Commissionato dall’UNFCCC a supporto dei prossimi passi dell’azione internazionale coordinata sul clima inquadrata dall’Accordo di Parigi, questo testo si propone come un riferimento per tutti i livelli delle decisioni negoziali future.

Composto in tutto da 729 pagine, senza contare le tre di sintesi per la stampa, le appendici e l’utile glossario, il Rapporto copre tutti i principali temi legati ai cambiamenti climatici, nella prospettiva di un aumento di temperatura che “sta per avvenire” nei prossimi decenni.

In particolare, i titoli e le dimensioni dei capitoli danno già un’indicazione dell’entità dello sforzo di analisi del rapporto:

Sintesi per i decisori politici: 34 pagine
Cap. 1 – Quadro di riferimento e contesto: 61 pagine
Cap. 2 – Percorsi di mitigazione compatibili con 1,5 °C nel contesto dello sviluppo sostenibile: 113 pp.
Cap. 3 – Gli impatti di un riscaldamento globale di 1,5 °C sui sistemi naturali ed umani: 246 pp.
Cap. 4 – Rafforzare e implementare la risposta globale: 198 pp.
Cap. 5 – Sviluppo sostenibile, estirpazione della povertà e riduzione delle ineguaglianze: 77 pp.

Rinviando all’appendice alla fine del post per le informazioni di base sul metodo di stesura del rapporto, in questo post forniamo i punti chiave della Sintesi per i decisori politici, che presenta i principali contenuti del Rapporto, rinviando direttamente al testo dei capitoli coloro che sono interessati al maggiore dettaglio, nonché alla precisa analisi del grado di incertezza associato dall’IPCC alle diverse affermazioni.

 

Il riscaldamento globale cresce rapidamente
Ad oggi, le attività umane hanno causato un riscaldamento della temperatura media annuale globale di circa 1,0 °Celsius rispetto ai livelli pre-industriali. Il riscaldamento raggiungerà 1,5 °C tra il 2030 e il 2052, se continuerà con l’attuale tasso di crescita. In particolare, viene stimato che il riscaldamento globale antropogenico (provocato dalle emissioni passate e attuali) sta crescendo ad un tasso di crescita pari a 0,2 °C per decennio.

 

Questo riscaldamento globale ha già provocato e continua a provocare perturbazioni nel sistema climatico con impatti che possono durare per secoli, o anche millenni come l’innalzamento del livello dei mari. Però le emissioni passate non bastano a superare 1,5 °C: a fare la differenza sono le emissioni future.
Per fermare il riscaldamento globale antropogenico è necessario raggiungere e mantenere un livello di zero emissioni antropogeniche globali nette di CO2 (emissioni di CO2 bilanciate globalmente da rimozioni di CO2) e ridurre il forzante radiativo di altri gas serra diversi dalla CO2 (ad esempio del metano) e del black carbon. Quale sia la temperatura globale a cui si stabilizzerà il sistema climatico dipenderà dall’entità delle emissioni antropogeniche accumulate, fino a quando non si raggiungano emissioni nulle.

La letteratura scientifica, sintetizzata in modo credibile e bilanciato nel Rapporto, indica che i rischi alla società e agli ecosistemi con un riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali sono inferiori di quelli a 2 °C, e che questa differenza è più grande di quanto si stimasse in precedenza.

L’ampiezza di questi rischi dipenderà dall’intensità e dalla rapidità del riscaldamento, dalla vulnerabilità ai cambiamenti climatici dell’area specifica del pianeta considerata e dalla maggiore o minore attuazione delle politiche e misure di mitigazione e adattamento. I rischi sarebbero ancora più elevati se la temperatura media globale dovesse temporaneamente superare 1,5 °C (il cosiddetto ‘overshoot’ – sforamento della temperatura), per non parlare della situazione in cui il mondo fosse stabilmente sopra a quella temperatura (come risulterebbe dal mantenimento delle attuali tendenze).

 

Le proiezioni climatiche, i potenziali impatti e i rischi associati
Alcuni gravi impatti dei cambiamenti climatici potranno essere evitati limitando il riscaldamento globale a 1,5 °C anziché 2 °C o più: entro il 2100 l’innalzamento del livello del mare su scala globale potrebbe essere più basso di 10 cm con un riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto a 2 °C; un livello medio globale dei mari più basso di 10 cm potrebbe voler dire che 10 milioni di persone non sarebbero sottoposte a rischi alle risorse idriche, infrastrutture ed ecosistemi.

Ecco altri esempi di impatti gravi che potranno essere evitati o limitati con un incremento di solo mezzo grado rispetto a oggi, raggiungendo 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali:

  • mentre con un aumento di 1,5 °C la condizione di assenza di ghiaccio estivo nel Mar Glaciale Artico si verificherebbe in media una volta ogni secolo, con 2 °C di aumento tale condizione si verificherebbe in media una volta ogni decennio.
  • le barriere coralline potrebbero ridursi del 70-90% con 1,5 °C, mentre con 2 °C sparirebbero completamente (perdita maggiore del 99%);
  • 420 milioni in meno di persone sarebbero esposte alle ondate di calore se si limitasse il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto a 2 °C.
  • più alte probabilità di siccità e deficit idrici, nonché di precipitazioni estreme, in alcune aree del Pianeta.

Quindi, limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali potrebbe permettere alle persone e agli ecosistemi maggiore possibilità di un adattamento socio-economico efficace e rimanere sotto la soglia di rischi rilevanti.
Inoltre, ove la temperatura aumentasse tra 1,5 °C e 2 °C alcuni perturbazioni “catastrofiche” al sistema climatico globale potrebbero essere innescate, quali la destabilizzazione della calotta glaciale dell’Antartide e la perdita irreversibile della calotta continentale della Groenlandia, in grado di provocare un aumento del livello medio dei mari di molti metri per secoli o millenni.

La figura 2 del rapporto, sotto riportata, denominata “Ragioni per essere preoccupati” (“Reasons for Concerns” – RFC), è un aggiornamento di quella presente nel Terzo Rapporto IPCC di Valutazione del 2001 e nel Quinto Rapporto pubblicato nel 2013: purtroppo mostra impatti peggiori e i rischi più alti per 4 dei 5 temi scottanti (burning embers, “tizzoni ardenti”).

  • RFC1 (Unique and threatened systems): rischio da ‘alto’ a ‘molto alto’ tra 1,5 °C e 2 °C
  • RFC2 (Extreme weather events): rischio da ‘moderato’ a ‘alto’ tra 1,0 °C e 1,5 °C
  • RFC3 (Distribution of impacts): rischio da ‘moderato’ a ‘alto’ tra 1,5 °C e 2 °C
  • RFC4 (Global aggregate impacts): rischio da ‘moderato’ a ‘alto’ tra 1,5 °C e 2,5 °C

Alcuni di questi impatti potrebbero essere reversibili nel giro di qualche decennio (ad esempio la perdita di superficie del ghiaccio marino artico), altri sarebbero irreversibili (come nel caso dell’estinzione delle specie), o sarebbero reversibili su tempi molto lunghi (ad esempio la perdita del ghiaccio delle calotte glaciali).

 

I ‘percorsi di emissioni’ e le ‘transizioni di sistemi’ coerenti con un riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali
Il rapporto annuncia che limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C richiede “rapide e lungimiranti” transizioni in molti settori quali suolo, energia, industria, edilizia, trasporti e pianificazione urbana: è necessario che le emissioni antropogeniche nette globali di CO2 diminuiscano di circa il 45% rispetto i livelli del 2010 entro il 2030, raggiungendo lo zero intorno al 2050. Questo vuol dire che ogni emissione rimanente dovrebbe essere bilanciata da una equivalente rimozione antropogenica di CO2 dall’atmosfera.

Quindi è ancora possibile limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C e adattarsi in maniera socio-economica più efficace agli impatti dei cambiamenti climatici, però bisogna avviare una riduzione immediata e progressiva delle emissioni per raggiungere emissioni zero nette di CO2 a livello globale intorno alla metà del secolo, con una riduzione proporzionale degli altri gas serra, come il metano, l’N2O, i CFC, il che ha importanti ricadute sulle tecnologie da scegliere, ad esempio nel campo della produzione di elettricità, dei trasporti e dei processi produttivi.

Mentre l’uso del carbone è chiaramente incompatibile con uno scenario a 1,5 °C, anche per petrolio e gas i limiti sono stringenti: solo l’8% dell’elettricità prodotta nel 2050 avverrebbe con il gas naturale, in impianti con cattura e stoccaggio del carbonio, negli scenari senza sforamento di 1,5 °C o con sforamento limitato.

In sostanza, i percorsi di emissioni a 1,5 °C richiedono ‘transizioni dei sistemi’ molto profonde, che sono senza precedenti in fatto di scala, ma non necessariamente in fatto di velocità (visto che in alcuni settori e in alcuni Paesi i tassi richiesti di calo delle emissioni e di diffusione delle tecnologie pulite sono invece stati già raggiunti).

Nel corso dei prossimi decenni occorrono riduzioni rapide della domanda energetica, decarbonizzazione dell’elettricità, elettrificazione dei consumi finali di energia e forti riduzioni delle emissioni del settore agricolo. Questi percorsi di emissioni a 1,5 °C possono includere o no uno ‘sforamento della temperatura’. Nello scenario di sforamento della soglia 1,5 °C sarà necessario rimuovere gas serra dall’atmosfera per riportare la temperatura a 1,5 °C, in particolare mediante un uso su larga scala di misure di rimozione dell’anidride carbonica (Carbon Dioxide Removal – CDR), tra cui le rimozioni nel settore agricolo e forestale e le tecnologie a emissioni negative come Bioenergy with Carbon Capture and Storage (BECCS)’ (che combina la produzione di elettricità o calore con biomassa con la cattura e stoccaggio di CO2).

Come mostrato nella figura 3 del rapporto riportata in seguito, anche gli altri percorsi di emissioni a 1,5 °C senza sforamento devono contenere delle misure di rimozione dell’anidride carbonica, a compensazione delle emissioni residue correnti (mentre con un maggiore superamento della soglia di 1,5 °C sarebbe necessaria una quantità maggiore di emissioni negative).

 

In tutto questo, il Rapporto avverte che l’utilizzo di tecnologie e misure di rimozione dell’anidride carbonica mai testate su larga scala è rischioso, per le implicazioni che potrebbero avere sullo sviluppo sostenibile e la competizione per l’utilizzo di terreno, acqua ed energia. Molto più conveniente è ridurre la domanda energetica e alcuni consumi, tra cui quelli di cibo ad alto contenuto di gas serra; queste azioni permetterebbero di ridurre la dipendenza dalla rimozione della CO2.

 

Rafforzare gli sforzi a livello internazionale per la riduzione delle emissioni di gas serra perseguendo lo sviluppo sostenibile per debellare la povertà
Ad oggi con l’Accordo di Parigi i Paesi hanno assunto impegni di riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contributions – NDCs) che non sono complessivamente in linea con l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Questi impegni potranno portare ad un livello di emissioni pari a 52-58 GtCO2 all’anno nel 2030, circa il doppio rispetto alle indicazioni dei percorsi di emissioni a 1,5 °C, che prevedono un superamento minimo o nullo di 1,5 °C (circa 25-30 GtCO2 nel 2030, corrispondenti ad un 40-50% delle riduzioni delle emissioni rispetto ai livelli del 2010).

Sia contenere l’aumento della temperatura a 1,5 °C che perseguire il raggiungimento, anche solo di una parte, dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile decisi dalle Nazioni Unite nel 2015, permetterebbe di ridurre in maniera efficace le emissioni di gas serra, gli impatti e le vulnerabilità a cambiamenti climatici. Perseguire questi obiettivi implica un mix efficace di misure di mitigazione e di adattamento che fanno parte dei percorsi di sviluppo resilienti (Climate-resilient development pathways – CRDP); richiede anche un grande impulso in termini di riduzione dei gas serra (mitigazione) nel breve termine per evitare impatti dovuti ad un ulteriore riscaldamento, e allo stesso tempo, ridurre la dipendenza dalle tecnologie di rimozione della CO2.

Infine, un’effettiva cooperazione internazionale, un rafforzamento delle capacità istituzionali degli attori nazionali, subnazionali e locali della società civile, del settore privato, delle città, delle comunità locali e delle popolazioni indigene, sono fondamentali per l’implementazione di azioni ambiziose che limitino il riscaldamento globale a 1,5 °C.

 

Appendice 1 – Alcuni elementi su IPCC e la preparazione di questo rapporto speciale

L’IPCC ha sede a Ginevra ed è stato creato dall’UNEP (Programma Ambientale dell’ONU) e dall’ OMM (Organizzazione Mondiale della Meteorologia) nel 1988 con la missione di fornire una valutazione del progresso della conoscenza scientifica, tecnica e socio-economica su vari aspetti dei cambiamenti climatici: osservazioni, proiezioni climatiche, impatti, vulnerabilità, adattamento e mitigazione. Non conduce nessun programma di ricerca o di monitoraggio climatico, ma produce rapporti di valutazione basati sulla letteratura scientifica.
L’IPCC ha come membri effettivi i Paesi membri ONU che, riuniti in Plenarie, danno mandato alla comunità scientifica al fine di preparare rapporti scientifici sulle varie tematiche inerenti ai cambiamenti climatici. Ogni rapporto è sottoposto a due fasi di revisione (anche gli esperti governativi partecipano alla revisione). Alla fine della preparazione di ogni rapporto, la Plenaria IPCC approva per consenso generale il rapporto e discute e accetta linea per linea la Sintesi per i Decisori Politici (Summary for Policy-Makers – SPM). Ne consegue, quindi, che ogni rapporto IPCC rappresenta lo stato dell’arte della conoscenza scientifica con riguardo ad uno specifico tema dei cambiamenti climatici elaborato dalla comunità scientifica su richiesta dei Governi e approvato da essi.

La Plenaria dei Paesi membri dell’UNFCCC (UN Framework Convention on Climate Change) alla COP21 a Parigi nel dicembre 2015 ha invitato i Paesi Membri dell’IPCC a dare mandato alla comunità scientifica internazionale di portare a termine per il 2018 un rapporto che mostrasse gli impatti e i percorsi di mitigazione compatibili con un riscaldamento globale entro 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali e confrontandoli con gli impatti e i percorsi di mitigazione per 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali. La preparazione di questo rapporto è stata coordinata in maniera congiunta dai 3 gruppi di lavoro IPCC con l’Unità di Supporto Tecnico del Gruppo di Lavoro 1. Ha richiesto il lavoro su base volontaria di 224 autori (Coordinating Lead Authors, Lead Authors, Review Editors e Contributing Authors) provenienti da tutto il mondo, i quali hanno considerato 6000 pubblicazioni e hanno ricevuto oltre 42,000 commenti nell’arco delle 3 fasi di revisione da parte di esperti e governi.

Alla fine, il rapporto è stato approvato alla Prima Sessione congiunta dei Gruppi di Lavoro I, II e III dell’IPCC e poi accettato dalla Plenaria IPCC alla 48esima Sessione a Incheon (Sud Corea) il 6 ottobre.

Questo rapporto è il primo di una serie di Rapporti Speciali che saranno prodotti durante il ciclo che porterà al Sesto rapporto di Valutazione (AR6). Il prossimo anno l’IPCC pubblicherà il Rapporto Speciale sull’Oceano e la Criosfera in un Clima che Cambia, e il Rapporto Speciale suCambiamenti Climatici e Suolo.

Testo di Sergio Castellari e Valentino Piana, con contributi di Stefano Caserini, Daniele Bocchiola, Sylvie Coyaud e Vittorio Marletto

Comunicare minacce e opportunità per il cambiamento climatico (Da climalteranti.it)

Sono aperte fino al 15 ottobre le votazioni per il Premio “Best Climate Solution, che per il 2018 ha come argomento “Comunicare minacce e opportunità per il cambiamento climatico”.

Il premio, frutto di un’iniziativa del Centro Euromediterraneo per i cambiamenti climatici, sarà assegnato da una combinazione dei risultati delle votazioni online e della valutazione della giuria internazionale di esperti.

45 sono le proposte selezionate per la fase finale. Le linee guida per il voto sono qui

Le quattro proposte italiane che è possibile votare sono:

A qualcuno piace caldo, una conferenza-spettacolo in cui il racconto scientifico è affiancato da immagini, animazioni scientifiche, musica jazz e video (qui il sito originale)

Progetto Scuola, un progetto di Italian Climate Network si rivolge alle scuole secondarie di primo e secondo grado, allo scopo di proporre un programma incentrato sulla questione dei cambiamenti climatici (qui il sito originale)

Communication at UN Climate Talk, iniziativa dei giovani dell’Italian Climate Network di informazione live dai negoziati UNFCCC (qui l’esempio di quanto fatto alla COP23 di Bonn)

Climate Art Project, una serie di iniziative artistiche di grandi dimensioni che hanno avuto luogo in diverse città europee (qui il sito originale)

Le altre 41 proposte sono qui. Buon voto!