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Lo studio commissionato dal WWF a ENEA è stato presentato il 28 gennaio a Roma e potrà contribuire a concrete iniziative nei territori liguri (e per analogia non solo) coinvolgendo forze sociali, ambientali, sindacali, economiche e istituzionali, dando seguito anche ad altre iniziative, come quella svolta a Genova il 22 aprile 2015 "Proposte green per l'economia e il lavoro in Liguria"

Dal sito del WWF

Nei prossimi 15 anni in Liguria, in termini di sola occupazione diretta, potrebbero nascere oltre 4.500 nuovi posti di lavoro dalla transizione verso un modello green e low carbon dell’economia, con particolare riguardo allo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica; tale sviluppo richiederebbe investimenti medi annui pari a 391 milioni di euro.
È quanto emerge dallo studio, presentato oggi a Roma, dal titolo “Liguria, proposte per un modello di sviluppo nearly zero emissions”, che il WWF ha commissionato all’ENEA per approfondire le possibilità di una transizione verso un modello basato su tecnologie e sistemi in grado di ridurre le emissioni di gas serra e, di conseguenza, l’impatto dei cambiamenti climatici - come indicato dal recente accordo di Parigi (COP21) e dagli impegni europei - ma anche di promuovere l’efficienza energetica, favorire lo sviluppo e l’innovazione del sistema produttivo e incrementare i livelli occupazionali, seguendo i principi di un’economia circolare.
Secondo lo studio, l’insieme delle proposte consentirebbe alla Liguria di ridurre di circa 6 milioni di tonnellate annue le emissioni di CO2 , di fatto dimezzando le emissioni pro-capite, portandole cioè a circa 3,6 tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO2eq), rispetto alla media nazionale attuale che è di circa 7,1 tCO2eq.

Leggi l'intero articolo e i materiali dello studio sul sito del WWF

O sul sito dell'ENEA:  Link al programma dell’evento e per scaricare il rapporto ENEA completo (executive summary compreso)
http://www.enea.it/it/comunicare-la-ricerca/events/wwf/liguriazeroemission

Liguria Zero Emission: dopo la Conferenza di Parigi i primi passi verso un modello di sviluppo regionale eco-sostenibile

Il prossimo 28 gennaio, in sede centrale verrà presentato lo studio realizzato da ENEA per il WWF Italia. Lo studio attraverso una metodologia bottom up analizza una serie di opzioni e proposte tecnologiche, valutandone l’impatto in termini di efficienza energetica, riduzione delle emissioni climalteranti, stima degli investimenti e degli aspetti occupazionali.
 

La conferenza ha lo scopo di approfondire un insieme di opportunità offerte dalla transizione dall’attuale modello di sviluppo, incentrato sull’utilizzo dei combustibili fossili, a un modello “green” basato su un uso efficiente delle risorse, che sia  in grado di valorizzare le opportunità legate all’impiego dei criteri dell’economia circolare  e allo sviluppo di soluzioni eco-innovative (nell’energia, nei trasporti, nell’edilizia, ecc.).

Obiettivi del convegno sono:

  • Fornire dati sul contesto attuale della Regione Liguria: tessuto produttivo, fondi strutturali,  Piano energetico regionale, formazione e informazione, aspetti occupazionali
  • Presentare nuovi orientamenti legati a modelli di società a basse emissioni di gas climalteranti, all’eco-innovazione e uso efficiente delle risorse e delle materie
  • Indicare le possibili soluzioni e le opportunità energetiche: efficienza energetica, fonti rinnovabili, mobilità sostenibile e nuove soluzioni tecnologiche
  • Fornire un quadro delle nuove opportunità di impresa e occupazione

 

Lottare contro la saturazione del tempo di lavoro e rivendicare una radicale riduzione dell’orario lavorativo per inceppare la valorizzazione del capitale

Ci è sem­brata molto inte­res­sante la pro­po­sta di Valen­tino Par­lato, in uno dei primi inter­venti nel dibat­tito aperto dal mani­fe­sto (“C’è vita a sini­stra”), di ini­ziare, nella ricerca di una nuova iden­tità della sini­stra, dalla ridu­zione del tempo di lavoro. Del resto, agli albori della civiltà indu­striale, fu pro­prio la riven­di­ca­zione di orari di lavoro più umani la molla per la nascita e l’affermazione dei movi­menti socia­li­sti in Europa. Le otto ore per ridurre la fatica (“se otto ore vi sem­bran poche”), ma anche per orga­niz­zare diver­sa­mente la pro­pria vita: eight hours’ labour, eight hours’ recrea­tion, eight hours’ rest.

Siamo con­vinti che oggi, ancor più, sulla riap­pro­pria­zione del tempo si gioca la pro­spet­tiva poli­tica e demo­cra­tica di un rie­qui­li­brio a favore di natura e lavoro nella con­tesa con il capitale.Noi veniamo entrambi da un’esperienza in cui la con­trat­ta­zione sin­da­cale risa­liva all’economia e alla poli­tica. Pro­viamo quindi a ripro­porre quel per­corso allora pra­ti­cato in migliaia di ver­tenze, aggior­nan­dolo rispetto alle novità che sfug­gono al con­flitto odierno e di cui si impos­sessa un libe­ri­smo senza avver­sari, per avan­zare così uno spez­zone di pro­po­sta e di “vita a sinistra”.

Il tempo ha a che fare con la nostra iden­tità e si può coniu­gare in diversi modi. Ne siamo coscienti a tal punto da poter dire di “essere fatti di tempo”. Ma non ne siamo com­ple­ta­mente pro­prie­tari, se non in rela­zione alla società cui appar­te­niamo e al ruolo che vi svol­giamo. Sta di fatto che, pro­gres­si­va­mente — e in par­ti­co­lare negli ultimi quarant’anni — abbiamo assi­stito all’accentuarsi della diva­ri­ca­zione tra l’espropriazione del tempo per alcuni e il suo pos­sesso per altri. La pre­ca­rietà del lavoro, eletta a norma con l’abolizione dell’articolo 18 e il Jobs Act, cor­ri­sponde a un pas­sag­gio di pro­prietà in mano di pochi del tempo pre­sente desti­na­bile da ognuno al diritto di orga­niz­zare il pro­prio futuro. Si tratta di un feno­meno in com­pi­mento a livello glo­bale, che coin­volge ovun­que i nuovi pro­prie­tari del tempo in una inces­sante stra­te­gia di colonizzazione.

Ener­gia e scor­rere del tempo fisico, sono coniu­gati indis­so­lu­bil­mente non solo nel mondo della pro­du­zione e delle merci, ma anche in quello della nostra espe­rienza vitale — dato che il loro pro­dotto ha le dimen­sioni fisi­che di una azione. Di con­se­guenza, lo svol­gi­mento di una man­sione lavo­ra­tiva o un pro­cesso pro­dut­tivo pos­sono essere otte­nuti in molti modi: ad esem­pio impie­gando molto tempo e spen­dendo poca ener­gia oppure impie­gando poco tempo e spen­dendo molta energia.

Fin dagli albori della civiltà delle mac­chine il capi­ta­li­sta, per ridurre il costo del tempo di lavoro, si è atti­vato per impie­gare quan­tità sem­pre cre­scenti di ener­gia a prezzi infe­riori. Que­sta con­sta­ta­zione dovrebbe avere per corol­la­rio una libe­ra­zione di tempo di lavoro e una ricon­se­gna agli umani di tempo pro­prio. Oggi, al con­tra­rio, il sistema d’impresa punta soprat­tutto a satu­rare con il mas­simo di ope­ra­zioni il tempo retri­buito; a non pagare il tempo di atten­zione richie­sto tra un’operazione e l’altra e a allun­gare di fatto la pre­sta­zione in base a una repe­ri­bi­lità inces­sante. Addi­rit­tura può riser­varsi il potere, rico­no­sciuto per legge dopo il Job Act, di annul­lare o sospen­dere a comando il tempo di lavoro dei suoi sala­riati. La stra­te­gia dell’impresa si limita a mas­si­miz­zare tempo ed ener­gia sotto il pro­filo eco­no­mico a lei utile, ma non resti­tui­sce né al lavoro né alla natura l’accumulo del loro sfruttamento.

Tut­ta­via, il mutare del sistema di pro­du­zione, delle tec­no­lo­gie e dei rap­porti di classe ha rivo­lu­zio­nato il tempo sog­get­tivo dei sala­riati, creando le con­di­zioni di un irra­zio­nale eccesso di capa­cità tra­sfor­ma­tiva da parte del lavoro dipen­dente e acce­le­rando così il degrado (entro­pia) del mondo natu­rale (ener­gia e mate­rie prime) e quella crisi da sovrap­pro­du­zione che è una delle cause prin­ci­pali della crisi attuale.

Sono in corso due grandi tra­sfor­ma­zioni che riguar­dano da vicino l’organizzazione dei sistemi d’impresa e l’organizzazione del lavoro: in primo luogo la dif­fu­sione di sistemi di intel­li­genza arti­fi­ciale appli­cati alla robo­tica e, in secondo luogo, la con­ferma delle pos­si­bi­lità delle nano­tec­no­lo­gie, che per­met­tono un grande svi­luppo di “assem­bla­tori” pro­gram­mati – le attuali stam­panti 3D — che pro­met­tono evo­lu­zioni fino ad un decen­nio fa impen­sa­bili. Un recente rap­porto, rea­liz­zato da Fon­da­zione “Nord Est” e “Pro­me­teia”, ha sti­mato che già oggi un terzo delle aziende del made in Italy si avvale di robo­tica e stampa 3D.

La mani­fat­tura futura potrebbe com­pri­mere a tal punto lo spa­zio e il tempo della fab­brica, da por­tarlo a dimen­sioni acces­si­bili più agli algo­ritmi e alle ope­ra­zioni degli ela­bo­ra­tori pre-programmati (che viag­giano alla velo­cità della luce) che all’intervento dall’esterno di qual­siasi anta­go­ni­sta che agi­sca in auto­no­mia. Anche la mani­fat­tura, quindi, sta diri­gen­dosi verso la dimen­sione astratta, iper­ve­loce e di dif­fi­cile con­trollo in cui si è già col­lo­cata a van­tag­gio di pochi la finanza.

A que­sto punto c’è tut­ta­via da chie­dersi se sia social­mente e eco­no­mi­ca­mente com­pa­ti­bile una ele­vata sosti­tu­zione del lavoro con intel­li­genza arti­fi­ciale, mac­chine auto­re­pli­canti e robot. Lo spo­sta­mento verso la pro­get­ta­zione e gli auto­ma­ti­smi, lo svi­luppo della robo­tica e dei sistemi esperti che dila­gano anche verso pro­fes­sioni intel­let­tuali (già oggi) sono tutti rispar­mia­tori di forza lavoro. E men­tre per il vec­chio para­digma l’innovazione pro­du­ceva disoc­cu­pa­zione com­pen­sata da nuovi domini pro­dut­tivi, c’è da chie­dersi se que­sto sarà vero in futuro.

Ecco, dun­que, che lot­tare con­tro la satu­ra­zione arti­fi­ciale del tempo di lavoro e riven­di­care una radi­cale ridu­zione dell’orario di lavoro diventa un’occasione in grado di incep­pare i mec­ca­ni­smi di valo­riz­za­zione del capi­tale, e porta con sé la neces­sità di pen­sare alla cosid­detta alter­na­tiva di sistema. Un diverso modello di svi­luppo soste­ni­bile dal punto di vista sociale ed eco­lo­gico, che rimo­delli le nostre vite, il modo in cui ci rela­zio­niamo con gli altri e con l’ambiente che ci circonda.

Che ripensi una cre­scita che non potrà che essere qua­li­ta­tiva, pro­vando ad inno­vare con l’attenzione alla qua­lità di ciò che si pro­duce, alla ripro­du­ci­bi­lità delle risorse e all’ambiente: tutti fat­tori che costi­tui­scono, altri­menti, i limiti di uno svi­luppo solo quan­ti­ta­tivo. Dell’incoerenza di un pro­cesso di mas­si­miz­za­zione della velo­cità in fun­zione della mas­si­miz­za­zione del pro­fitto discute il papa nella sua Enci­clica. Per­ché non farne ter­reno di una seria alter­na­tiva di sini­stra al cata­stro­fico modello di svi­luppo attuale?

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