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Climalteranti.it » Cambiamento climatico e conflitti per l’acqua: l’Asia centrale a rischio

 Il cambiamento climatico impatta sulla disponibilità di risorsa idrica e può inasprire i conflitti per l’acqua in bacini transnazionali. Studi recenti mostrano che i paesi dell’Asia centrale sono maggiormente a rischio per via del grande numero di abitanti, della complessa situazione politica e della diminuzione attesa delle risorse idriche derivanti dalle grandi catene montuose. Si riporta qui un sunto di tali studi, con riferimento ad alcuni bacini fluviali dell’Asia centrale. Si mostra anche come l’Italia non sia immune a tale problematica.

 

I recenti risultati dello studio TWAP (Transboundary Waters Assessment Programme), sviluppato dalle nazioni unite (UNEP-DHI), focalizzano l’attenzione sui grandi corpi idrici transnazionali, ove la competizione per l’uso delle risorse, se non regolata da opportuni accordi internazionali, può portare a conflitti di vario livello, anche militare (si veda il post del 2015 su Climalteranti).

Lo studio TWAP, iniziato nel 2013, aveva due obiettivi, ossia i) sviluppare la prima valutazione a scala globale sullo stato dei bacini transnazionali, ii) formalizzare la partnership con istituzioni chiave per assicurare che le problematiche specifiche vengano incorporate nelle strategie di gestione dei grandi bacini fluviali.

Il report individua 286 bacini idrici transfrontalieri in 151 paesi, che coprono più del 40% della superficie terrestre ed includono più del 40% della popolazione mondiale.

Figura 1. Mappa dei bacini transazionali mondiali individuati dal report TWAP (Report TWAP, 2016)

Fra i vari aspetti relativi alla cooperazione in tali bacini fluviali investigati nel report TWAP, è di particolare interesse qui l’aspetto della Governance, declinato nel report TWAP tramite una serie di indicatori (si veda la Nota 1 in fondo), che includono anche gli effetti di potenziali cambiamenti climatici, valutati tramite la risposta dei sistemi fluviali a proiezioni climatiche generate tramite i modelli di IPCC.

Sulla base di tali valutazioni, lo studio TWAP individua alcuni bacini transfrontalieri ad elevato rischio di conflitto nella prima metà del secolo (hot-spots), chiaramente indicati nel riassunto per i decisori politici, Summary for policy makers.

Figura 2. Mappa dei bacini transazionali individuati dal report TWAP come hot-spots per il rischio di conflitti (Report TWAP, 2016, Summary for Policy Makers). Nella legenda relativa ad ogni gruppo di bacini (suddivisi per area con colori diversi), vengono riportati i maggiori fattori di stress, i.e. la crescita di popolazione, l’aumento dei prelievi e la variazione della disponibilità.

 

Come si osserva nella Figura 2, per i fiumi dell’Asia centrale e medio oriente le proiezioni di scenario futuro (al 2050) suggerirebbero una diminuzione misurabile dei deflussi fluviali in risposta ai cambiamenti climatici. Come evidenziato dal riquadro blu presente nell’immagine, “Alcune regioni sono particolarmente esposte allo sviluppo socioeconomico ed ai cambiamenti climatici, con un rischio atteso crescente per molti indicatori”.

Gran parte dei bacini ritenuti critici si trovano in Medio-oriente ed in Asia Centrale. Fra le cause principali dell’incremento dei rischi di conflitto il report TWAP annovera i) l’aumento della popolazione, ii) la maggiore necessità di prelievi, iii) la diminuzione dei deflussi in alveo in risposta ai cambiamenti climatici.

Ad esempio, nel recente lavoro Effects of hydrological changes on cooperation in transnational catchments: the case of the Syr Darya (qui in versione italiana dello studio) gli autori si focalizzano sul fiume Syr Darya, affluente del Lago (Mar) D’Aral.

Gli affluenti a tale lago, Syr Darya e Amu Darya, compresi nello studio TWAP in forma aggregata (bacino del Lago D’Aral) sono considerati fra i  più critici. I fiumi attraversano nove stati fra le repubbliche ex-sovietiche e sono regolati tramite diversi invasi, per scopi idroelettrici, potabili ed irrigui. Tale complesso sistema di gestione genera una situazione di potenziale conflitto tra gli stati coinvolti.

Gli autori dello studio dimostrano come la diminuzione attesa dei deflussi negli affluenti del Lago D’Aral, in seguito alla fusione dei ghiacciai del Tien Shan che li alimentano, potrebbe portare ad un inasprimento dei conflitti, in aggiunta alle consistenti perdite economiche legate alla diminuita produzione elettrica e agricola.

A tale aspetto si unisce la situazione fortemente compromessa del Lago D’Aral. Privato della gran parte delle acque dei suoi affluenti, ha raggiunto una dimensione pari ad un decimo della sua estensione storica (da ca. 70.000 km2 negli anni Sessanta a ca. 7.000 attuali).

Nello studio gli autori propongono un’analisi della Governance relativa a cinque grandi bacini transfrontalieri indicati come hot-spots nel report TWAP:  i) Gange-Brahmaputra-Meghna (7 paesi, 1.65*106 km2), ii) Indo (7 paesi, 8.56*105 km2), iii) Tigri-Eufrate/Shatt al Arab (6 paesi, 8.78*105 km2), and iv) Tarim (7 paesi, 1.10*106 km2) e v) Mar D’Aral (9 paesi, 1.10*106 km2).

In termini di quadro normativo, i bacini analizzati mostrano una situazione che va una bassa criticità in presenza di trattati rispettosi del diritto internazionale, fino ad un valore molto alto (il Tarim, in assenza di trattati o in presenza di trattati non rispettosi delle leggi internazionali). Il report TWAP classifica il 38% circa dei bacini studiati nella categoria 5, alto rischio.

Per tre casi su cinque (Lago D’Aral, Indo e Tigri-Eufrate), non è stato possibile determinare l’esistenza di un ambiente favorevole alla gestione dei conflitti né ottenere un giudizio informato sulla capacità istituzionale dei paesi coinvolti (uno o più). Benché non si possano trarre conclusioni dall’assenza di informazione, è lecito supporre che tale capacità sia debole o quantomeno non riconosciuta.

Ad esempio nel caso del fiume Syr Darya si osserva storicamente la scarsa capacità/volontà di rispettare gli accordi internazionali, benché esistenti ed in linea con i principi del diritto internazionale.

Tutti i bacini investigati vengono classificati con rischio da moderato ad alto (Tarim), per quanto riguarda le tensioni idro-politiche. Il rischio diviene per lo più alto per quanto riguarda la presenza di fattori esasperanti. Il Lago D’Aral, come il fiume Tarim ha un valore 1 (i.e. almeno un fattore esasperante), con gli altri tre bacini attestati sul valore 2 (i.e. almeno due fattori esasperanti).

Il report TWAP indica in definitiva come la combinazione di un aumento di popolazione, di un basso reddito pro-capite e della diminuzione attesa della disponibilità di risorsa in fase di cambiamento climatico sono fattori esasperanti dei rischi di conflitti per l’uso dell’acqua nei paesi dell’Asia centrale. I cambiamenti climatici presenti ed attesi in futuro potranno sommarsi a situazioni locali di scarsa capacità cooperativa, assenza/inconsistenza dei trattati e/o inadeguatezza degli organi di governo nell’influenzare la stabilità e la cooperazione in bacini transnazionali, potenzialmente portando a situazioni di conflitto tra gli stati. La gestione della risorsa idrica in quei paesi dovrà necessariamente tenere conto di tali aspetti in futuro.


Figura 4. Valore degli indicatori di rischio TWAP relativi per 5 bacini rappresentativi della situazione in Asia centrale e medio oriente. Scala dei colori equivalente al report TWAP. a) Quadro normativo ed ambiente favorevole. b) Tensioni idro-politiche e fattori esasperanti al 2050.

 

Per l’Italia lo studio TWAP considera cinque bacini transnazionali: il Po (condiviso per brevi tratti con Francia e Svizzera), il Roja (in Liguria al confine con la Francia), il Rodano (per un breve tratto in val d’Isère), il Danubio (a cui contribuisce la Drava, in Alto Adige), e l’Isonzo (che fluisce per gran parte in Slovenia, con il nome di Soča, prima di attraversare il confine a Gorizia).

I primi quattro fiumi presentano valori sempre bassi degli indicatori relativi allea Governance, mentre il fiume Isonzo presenta valori stimati di rischio alto (4) per gli indicatori di quadro normativo e tensioni idro-politiche (no data per l’indicatore ambiente favorevole, derivante però da un valore non noto per il lato italiano, ma con un valore 4 sul lato sloveno). In prospettiva fino a metà secolo si evidenzia un potenziale alto (4) in termini di tensione idro-politica.

L’Isonzo è stato oggetto di studio in un recente progetto delle Nazioni Unite (NEXUS), essendo considerato fra gli otto più interessanti bacini idrografici transfrontalieri al mondo. Durante un workshop tenutosi a Gorizia nel maggio 2015, si sono evidenziati due aspetti fondamentali riguardo la cooperazione: i) la continuità dell’Isonzo in termini idrologici e di qualità delle acque, anche in termini di servizi eco-sistemici, e ii) l’eco-turismo visto come un mezzo per lo sviluppo economico della regione. Nell’ambito del progetto NEXUS è stata predisposto un accordo allo scopo di favorire il dialogo tra i due paesi per la gestione congiunta del fiume (tale accordo è disponibile in bozza, o draft assessment).

Nemmeno l’Europa e l’Italia sono quindi totalmente immuni da potenziali conflitti sull’uso dell’acqua ed i cambiamenti climatici potrebbero peggiorare il quadro.

 

Testo di Daniele Bocchiola, con contributi di Stefano Caserini e Sylvie Coyaud

 

Nota 1
Il tema della Governance viene declinato in tre indicatori specifici, quali i) il quadro normativo (i.e. l’esistenza di trattati nazionali ed internazionali in linea con i principi del diritto internazionale, ii) le tensioni idro-politiche (i.e. fonti potenziali di tensioni politiche legate all’acqua) e iii) l’ambiente favorevole (i.e. la capacità istituzionale di implementazione delle politiche cooperative a livello nazionale ed internazionale). Il report fornisce un valore relativo (1-5) di rischio per ogni indicatore, da ‘molto basso’ (situazione ottimale) a ‘molto alto’ (situazione peggiore). Inoltre, viene sviluppato un indicatore chiamato fattori esasperanti delle tensioni idro-politiche (1 o più fattori) nei prossimi 30 anni (al 2050). Tali fattori includono i) elevate variabilità della disponibilità della risorsa idrica dovuta a variazioni climatiche, ii) trend negativi recenti nelle riserve d’acqua, iii) conflitti armati interni agli stati, iv) conflitti armati tra gli stati, v) recenti dispute sull’uso dell’acqua e vi) basso reddito pro-capite.

 

Climalteranti.it » Assegnato il premio “A qualcuno piace caldo” 2016

http://www.climalteranti.it/2017/09/28/assegnato-il-premio-a-qualcuno-piace-caldo-2016/

Anche quest’anno, il raggiungimento dell’estensione minima dei ghiacci artici (nota 1) è l’occasione per l’assegnazione del Premio “A qualcuno piace caldo”, “alla persona o all’organizzazione italiana che più si è distinta nel diffondere argomentazioni e notizie errate sulla fenomenologia dei cambiamenti climatici, sugli impatti e sui costi e benefici delle misure di mitigazione”.

Esaminati i pretendenti per l’anno 2016, i membri del Comitato Scientifico di Climalteranti hanno per la prima volta assegnato il premio ex-aequo, all’associazione Amici della Terra e alla RAI Radio Televisione Italiana.

PREMIO “A QUALCUNO PIACE CALDO” 2016

AMICI DELLA TERRA

Motivazione

Per la continua pubblicazione, nella propria Newsletter L’astrolabio, di articoli che con argomenti deboli se non infondati cercano di mettere in discussione i capisaldi della scienza del clima, la serietà del lavoro degli scienziati che lavorano ai rapporti IPCC, e le preoccupazioni per il riscaldamento globale del pianeta.

RAI RADIO TELEVISIONE ITALIANA

Motivazione

Per aver interrotto Scala Mercalli, l’unica trasmissione esistente nel suo palinsesto in grado di informare in modo adeguato e approfondito sul tema del cambiamento climatico e altri temi ambientali scottanti, venendo meno al suo dovere, come servizio pubblico, di far conoscere i problemi del nostro tempo.

Per approfondimenti sui motivi che hanno permesso agli Amici della Terra di conseguire il premio, si rimanda a questo post Gli amici della serra, o al recente articolo “Dice Lomborg” in cui Giovannangelo Montecchi Palazzi sponsorizza acriticamente le stime economiche dello statistico danese (autore in passato di molte castronerie sul tema), e non è neppure capace di scrivere correttamente i nomi dell’IPCC (chiamato “International Panel for Climatic Changes” e non Intergovernmental Panel on Climate Change) e dell’UNFCCC (chiamata “Framework Conference on Climatic Changes” e non Framework Convention on Climatic Change).

Per quanto riguarda la RAI, si veda il post Appello per reintrodurre Scala Mercalli nel palinsesto RAI.

(Nota 1)

Quest’anno l’estensione minima del ghiaccio marino artico, registratasi il 13 settembre e pari a 4,64 milioni di chilometri quadrati, è stato l’ottavo valore più basso mai registrato nei 38 anni di osservazioni. In figura sono riportati gli andamenti della superficie di ghiaccio artico nel 2017 e nel 2012, insieme alla media 1981-2010.

 

Appello | Energia per l'Italia

Appello al Governo

Conferenza Nazionale sul Cambiamento Climatico

Siamo un gruppo di docenti e ricercatori dell’Università e dei Centri di ricerca di Bologna che sentono il dovere di dare un contributo, attraverso la condivisione di conoscenze e informazioni scientificamente corrette, per superare le difficoltà poste dal cambiamento climatico nel nostro Paese.

Per questo motivo abbiamo deciso di inviare una lettera aperta al Presidente del Consiglio ed ai Ministri competenti e di lanciare un appello al Governo affinché i problemi dovuti al cambiamento climatico vengano urgentemente discussi in una Conferenza Nazionale al fine di mettere in atto appropriati interventi di mitigazione e di adattamento.

Dopo mesi di siccità, temperature ben più alte della media stagionale, ghiacciai che si sciolgono, foreste che vanno in fumo, chi può dubitare che il cambiamento climatico sia già oggi un problema che colpisce duramente l’Italia? Il nostro Paese, collocato in mezzo al Mediterraneo, è uno dei punti più critici del pianeta in termini di cambiamento climatico, fenomeno globale dovuto principalmente alle emissioni di gas serra causate dalle attività umane.

 L’ultimo rapporto dell’IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change) prevede  un aumento in frequenza ed intensità degli eventi estremi e incrementi della temperatura media per fine secolo ben superiori al valore di 2°C, obiettivo degli accordi di Parigi.

Non è certo da oggi che si parla di cambiamento climatico in atto nel nostro Paese, ma solo un governo, nell’ormai lontano 2007, ha pensato di dedicare a questo tema strategico una Conferenza Nazionale. Da allora la situazione è molto peggiorata ma, paradossalmente, si fa sempre meno per porvi rimedio. Eppure non c’è settore economico e sociale che non sia colpito (se non addirittura sconvolto) dal cambiamento climatico: l’agricoltura, fortemente danneggiata dalla siccità; la sanità, che deve far fronte agli effetti diretti (canicola, inquinamento atmosferico) e indiretti (nuovi vettori di malattie) che mettono in pericolo la salute della popolazione; il turismo invernale, che non può più contare sulla neve naturale, e quello estivo, danneggiato dalla erosione delle spiagge; il territorio, degradato da disastri idrogeologici (frane, alluvioni) che hanno forti conseguenze sulla abitabilità e sulla viabilità; gli ecosistemi, devastati dal cambiamento climatico; le città che, come Roma, hanno gravi difficoltà di approvvigionamento idrico.

In altri paesi c’è una forte presa di coscienza sul problema del cambiamento climatico. Ad esempio in Germania un recente sondaggio pre-elettorale ha mostrato che circa il 71% degli interpellati è preoccupato dal cambiamento climatico più che dalla possibilità che si verifichino nuovi attacchi terroristici (63%). In Francia, la notizia che le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno sono già state tutte consumate prima del 2 agosto (Earth overshoot day) è stata riportata in prima pagina da Le Monde e commentata in un lungo video dal ministro della Transition écologique et solidaire, Nicolas Hulot.

Come da molto tempo affermano gli scienziati e come è stato unanimemente riconosciuto nella Conferenza di Parigi del 2015, il cambiamento climatico è principalmente causato dall’uso dei combustibili fossili che producono anidride carbonica e altri gas serra. In Italia, in media ogni persona ogni anno provoca l’emissione di gas serra per una quantità equivalente a sette tonnellate di anidride carbonica.

Gran parte di queste emissioni non possono essere addebitate direttamente ai singoli cittadini poiché sono l’inevitabile conseguenza di decisioni politico-amministrative errate, a vari livelli. Ad esempio: le scelte urbanistiche (uso del territorio e localizzazione dei servizi) da parte dei comuni e delle regioni; le decisioni prese in tema di mobilità locale, regionale e nazionale che, direttamente o indirettamente, favoriscono l’uso dell’auto; gli incentivi, diretti ed indiretti, alla ricerca, estrazione, trasporto (spesso da  regioni molto remote) e commercio dei combustibili fossili; la costruzione di infrastrutture superflue o addirittura inutili (autostrade, gasdotti, supermercati); la mancanza di una politica che imponga o almeno privilegi il trasporto merci su rotaia; le limitazioni e gli ostacoli burocratici che frenano lo sviluppo delle energie rinnovabili; gli incentivi alla produzione e consumo di carne; la mancanza di una politica culturale che incoraggi la riduzione dei consumi e l’eliminazione degli sprechi.

Nel nostro Paese sembra che molti settori della politica, dell’economia e del’informazione abbiano gli occhi rivolti al passato e siano quindi incapaci di capire che oggi siamo di fronte a problemi ineludibili con cui è necessario e urgente confrontarsi: le risorse del pianeta sono limitate e limitato è anche lo spazio in cui collocare i rifiuti, l’uso dei combustibili fossili va rapidamente abbandonato e altrettanto rapidamente è necessario sviluppare le energie rinnovabili.

Se non si tengono ferme queste realtà, si finisce per procedere con decisioni scollegate e perfino contrastanti che non portano ad alcun risultato. Ad esempio, si afferma di voler diminuire l’inquinamento e le emissioni di anidride carbonica e poi ci si rallegra perché aumenta il PIL grazie alle vendita di un numero di automobili maggiore del previsto. Si fanno convegni sull’economia circolare e sulla sostenibilità ecologica e sociale, ma si continuano a progettare discariche e inceneritori, si chiudono le fabbriche di autobus e si incoraggia la produzione di SUV lussuosi e potenti, vere icone del consumismo e delle disuguaglianze cha a parole tutti dicono di voler combattere. Ci si ostina ad estrarre dal nostro suolo e dai nostri mari quantità marginali di combustibili fossili con l’impiego di un numero sempre minore di persone e si frena lo sviluppo delle energie rinnovabili capaci di portare molta occupazione nel settore manifatturiero. Se puntassimo seriamente sulla messa in atto di una politica di mitigazione e adattamento climatico avremmo grandi benefici: aumento dell’occupazione, minori costi per emergenze e calamità naturali, minori spese sanitarie e un miglioramento nella bilancia commerciale (minori importazioni di combustibili fossili).

Nella Strategia Energetica Nazionale e nei piani di sviluppo dell’ENI si parla  della necessità di passare dall’uso dei combustibili fossili a quello delle energie rinnovabili, ma questa transizione è collocata in un futuro non ben definito e comunque lontano, che sarà possibile raggiungere, si dice, solo aumentando il consumo di metano. Si parla anche della necessità di sviluppare la produzione di biocombustibili, ignorando che nel settore dei trasporti si va verso un mondo “elettrico” perché l’efficienza di conversione dei fotoni del sole tramite la filiera che dal fotovoltaico porta alle auto elettriche è almeno 50 volte maggiore dell’efficienza della filiera basata sulla produzione e uso di biocombustibili. Nel frattempo, mentre Volkswagen adotta lo slogan “Think New” e lancia auto e miniautobus elettrici, osserviamo increduli che quella che era la “nostra” grande industria automobilistica (FCA) si ostina a produrre automobili tradizionali che fra non molti anni saranno fuori mercato.

Bisogna anche rendersi conto che la transizione dall’uso dei combustibili fossili a quello delle energie rinnovabili, pur essendo una condizione necessaria, non è di per sé sufficiente per mitigare il cambiamento climatico e tanto meno per costruire un futuro sostenibile. E’ indispensabile anche ridurre il consumo di energia e di ogni altra risorsa, particolarmente nei paesi sviluppati come il nostro dove regna lo spreco. Attualmente, un cittadino europeo usa in media 6.000 watt di potenza, mentre negli anni ’60 la potenza pro capite usata in Europa era di 2000 watt per persona, corrispondenti ad una quantità di energia sufficiente per soddisfare tutte le necessità. La Svizzera nel maggio scorso ha approvato con un referendum un piano energetico per ridurre i consumi pro capite da 6000 watt attuali a 2000 watt entro il 2050. Ci piaccia o no, anche noi saremo chiamati a mettere in atto misure di questo tipo. E’ anche importante capire che la riduzione dei consumi non può essere basata solo su un aumento di efficienza delle “cose” che usiamo (automobili, condizionatori, lampade ecc.), perché in tal caso può verificarsi l’effetto rebound (rimbalzo): una persona quando risparmia denaro per l’aumento di efficienza delle cose che usa è portata a spendere quel risparmio in altri modi, causando ulteriori consumi. Prima di puntare su aumenti di efficienza delle “cose” che usiamo, è necessario diffondere una cultura della sufficienza per far sì che le persone diventino consapevoli dei vantaggi di vivere in un modo sobrio, riducendo l’uso delle “cose” stesse. La sobrietà è uno degli elementi fondamentali per il successo di adeguate politiche di mitigazione e adattamento climatico.

Chiediamo ai colleghi delle Università e Centri di ricerca italiani e a tutti i cittadini che condividono quanto sopra riportato di firmare questo appello sul sito energiaperlitalia per stimolare il Governo ad organizzare una Conferenza Nazionale sul cambiamento climatico e a mettere in atto i provvedimenti necessari.

Il Comitato Promotore

 

“Agisci come se quello che fai facesse la differenza. Lo fa.”
William James

Firma l’appello

 

CONVEGNO NAZIONALE

Cambiamento Climatico Globale: responsabilità, rischi e strategie

Castello Aragonese (Taranto)

9 settembre 2017

Promosso da ISDE Italia con la collaborazione di Marina Militare e Ordine dei Medici di Taranto

Leggi il programma

Scarica la scheda di iscrizione

RAZIONALE

La città di Taranto, riconosciuta sito SIN dal 1998, caratterizzata dalla presenza di una tra le più grandi acciaierie d'Europa e che presenta elevati tassi di mortalità e morbilità per patologie ambiente-correlate, sembra essere un luogo d'elezione per discutere degli impatti sulla salute attribuibili alle variazioni climatiche indotte dalle emissioni correlate alle attività antropiche.

Esaminare e prevenire gli effetti sulla salute delle variate condizioni metereologiche insistenti su tutto il pianeta, costituisce un tema di importanza prioritaria. Per questo ISDE Italia, unitamente a Marina Militare e Ordine dei Medici di Taranto, ha invitato esperti del settore per approfondire, mediante un'accurata analisi, le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici onde favorire azioni di prevenzione e mitigazione degli impatti sulla salute.

Questo convegno si prefigge di sollecitare l’impegno di diversi settori sul cambiamento climatico globale e di coinvolgere in misure di prevenzione primaria il personale sanitario ma anche gli autori delle politiche energetiche e produttive e delle politiche di tutela ambientale e del territorio.

OBIETTIVI DELL’EVENTO

Informare diventa un passo verso la prevenzione: i pericoli possono essere evitati o contrastati solo se li conosciamo. Questo Convegno Nazionale si prefigge di fornire elementi scientifici che possano aiutare cittadini e decisori politici, a rivalutare alcune pratiche ritenute sinora valide per l'economia globale. Il confronto di personale esperto porterà ad esaminare con opportuna scienza e coscienza, le preoccupanti ricadute sulla salute umana e sulla biosicurezza degli ecosistemi, delle variazioni climatiche indotte dalle costanti e spropositate emissioni di CO2.

Dalle relazioni emergerà come un cambiamento climatico senza precedenti e non imputabile a cause naturali rappresenti, in questo momento storico, uno stato d'urgenza decisionale. Risulterà quindi indispensabile approfondire con metodologia critica e costruttiva questa tematica ai fini di elaborare e proporre nuove collaborazioni strategiche tra le varie istituzioni coinvolte nel rispetto della sicurezza di persone, animali e piante.

Potremo facilmente renderci conto che le uniche battaglie che valgono la pena di essere combattute dall’uomo e che possono assicurare un futuro alle prossime generazioni sono di carattere scientifico ed etico e che la comunicazione di un corretto bagaglio conoscitivo è la base indispensabile per la partecipazione informata dei cittadini.

La precauzione non sembrerà più un concetto astratto o estremista ma l'unica possibile strada per ridurre le conseguenze di un'alterazione climatica che ha ed avrà pesanti ricadute su tutte le forme di vita del pianeta terra.

 

 

Climalteranti.it » La falsa petizione “contro le eco-bufale” del Prof. Zichichi e Il Giornale

Il 5 luglio è apparso su “Il Giornale” un articolo in cui il Prof. Antonino Zichichi ha ribadito le sue posizioni estreme sulla questione climatica, parlando di “eco-bufale”, di “terrorismo” e criticando in modo radicale la modellistica climatica; l’articolo è stato presentato da un titolo (si presume della redazione) in cui si definivano “ciarlatani” gli scienziati che ritengono che le attività umane stiano modificando il clima del pianeta.

Climalteranti ha già spiegato in un precedente post lo scarso spessore scientifico di questa ulteriore raffica di “zichicche”, nonché la stranezza della sezione intitolata “Appello della Scienza contro le eco-bufale” dove “La Scienza” sembrava rappresentata, oltre che dal prof. Zichichi in persona, dalle firme di venti scienziati.

Ora, questa cosa è parecchio strana per vari motivi. Il primo è che dei venti firmatari non ce n’è uno, che sia uno, che si occupi di clima. Sono quasi tutti fisici delle particelle o fisici teorici. La seconda stranezza è che non si capisce bene dall’articolo de “Il Giornale” che cosa queste persone abbiano firmato. Di quali “eco-bufale” si tratta, esattamente?

 

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Edo Ronchi: Trump e l’Accordo di Parigi, 3 considerazioni - Fondazione Sviluppo Sostenibile

Levata di scudi mondiale contro la decisione del presidente Usa. Solo Putin tende la mano. La Ue respinge l'ipotesi di rinegoziare l'accordo. Accordo Bruxelles-Pechino sul clima

Pubblichiamo due importanti interventi:  Giuseppe Onufrio Direttore di Greenpeace Italia e Edo Ronchi Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile

Giusepppe Onufrio: Trump tra ripicche e visione fossile

 

Dopo la rottura al G7, Donald Trump ha annunciato di voler abbandonare l’Accordo di Parigi, con l’intenzione di rinegoziarlo e giudicando gli obiettivi irraggiungibili. Lo ha fatto contro buona parte dell’industria Usa – inclusa quella petrolifera.

E lo ha fatto contro gli stati più importanti e economicamente rilevanti a partire dalla California, che ha appena annunciato un piano per raggiungere il 100 per cento di rinnovabili entro il 2045.

Dunque la rottura al G7 è diventata nel giro di una settimana una specie di «cataclisma» con dichiarazioni contrarie a Trump dentro e fuori gli Stati Uniti.

Il sospetto è che possa aver ragione il premio Nobel Paul Krugman che, sulle pagine del New York Times, commenta che la decisione di Trump non è basata sul nazionalismo ma è una «pura ripicca» nei confronti del predecessore. Ricorda, tra l’altro, che nel 2016 l’industria del carbone ha dato i suoi finanziamenti elettorali per il 97% ai repubblicani. Ma anche che la linea della «ripicca» è generalizzata: cancellare ogni cosa fatta da Obama.

Al di là della dinamica interna agli Stati Uniti, la cosa più rilevante è che la reazione di difesa dell’Accordo di Parigi si è estesa a molti altri Paesi. La conferenza stampa tra Unione Europea e Cina per ribadire gli impegni assunti a Parigi è probabilmente un fatto storico e «surroga» forse quell’accordo di cooperazione promosso dalla Presidenza Obama, che ha inciso non poco sugli esiti della Cop 21.
Cosa serve per realizzare l’Accordo di Parigi? Volendo metterla in «soldoni» vanno circa triplicati gli investimenti annuali in tecnologie pulite. Nel 2015 gli investimenti globali nelle fonti rinnovabili sono stati di circa 286 miliardi di dollari con in testa nettamente la Cina che, da sola, ha investito più di Europa e Usa messe assieme: quasi 103 miliardi contro i circa 49 dell’Europa e 44 degli Usa. E negli Usa già oggi il settore del solare occupa più del carbone che invece continua a perdere terreno.

Un altro fatto positivo a livello globale, che è già in corso da alcuni anni, è che la riduzione di costo delle tecnologie consente di installare più Gigawatt a parità di costo. Allo stesso tempo i costi e le capacità delle batterie vanno migliorando rapidamente così come si sono drasticamente ridotti i costi di tecnologie efficienti come i Led.

Il gioco di squadra fatto da Germania, Francia e Italia al G7 e successivamente è un dato molto positivo: finalmente abbiamo visto una reazione corale e un primo segno di cosa può significare rilanciare la leadership europea, oggi più necessaria che mai.

È dunque tempo di passare a tradurre questa direzione politica in atti concreti, ad esempio alzando gli obiettivi europei fissati al 2030.

Per l’Italia si tratta di rilanciare con decisione il settore delle rinnovabili in stasi da almeno 3 anni. E di fare una riflessione sulla mobilità sostenibile e il ruolo dei veicoli elettrici in un quadro che vede la Fca in posizione di retroguardia, mentre altri importanti gruppi stanno investendo massicciamente.

Ci si propone come «via italiana» per ridurre le emissioni dei trasporti quella del gas, che avrà uno spazio nella transizione, ma che non rappresenta certo il futuro: già oggi i veicoli elettrici implicano emissioni di Co2 molto minori di quelle del gas. Futuro che è più vicino di quanto si possa immaginare: se la collaborazione tra le industrie europee – produttori di auto tedeschi e francesi – e la Cina avrà sviluppi, come è logico aspettarsi, e se in Italia non ci muoviamo celermente, il declino di parte della nostra industria è segnato.

Dunque tocca alla politica di battere un colpo: un segnale importante è stato dato al G7, occorre creare le condizioni perché queste politiche vengano assunte come riferimento dalle principali istituzioni e attori politici, perché l’Italia possa giocare la sua parte e rilanciare la sua economia.

La prima occasione è la discussione sulla Strategia Energetica Nazionale: si alzino gli obiettivi rinnovabili, troppo bassi nella proposta, e si dia un traguardo di totale decarbonizzazione al 2050. Si può fare, ne avrebbe beneficio il clima e l’aria che respiriamo, e le prospettive della nostra economia.

 

Edo Ronchi: Trump e l’Accordo di Parigi, 3 considerazioni - Fondazione Sviluppo Sostenibile

Il Presidente Trump ha annunciato la sua decisione di uscire dall’Accordo di Parigi sul clima. Non ha ancora detto come intende procedere per farlo. I trattati internazionali sono regolati dalla Convenzione di Vienna (1969) che prevede (art.42) che il ritiro da un trattato internazionale possa avvenire secondo le modalità previste dal trattato stesso.

 Il rischio di illegalità

L’Accordo di Parigi – sottoscritto da 175 Paesi, Stati Uniti compresi – è un trattato internazionale in vigore dal 4 novembre 2016, avendo superato i due quorum previsti (sottoscrizione di almeno il 55% dei Paesi che rappresentano almeno il 55% delle emissioni mondiali). L’art.28 dell’Accordo di Parigi  prevede- per consentire l’avvio dei suoi complessi meccanismi – che per tre anni dalla sua entrata in vigore –quindi fino al 4 novembre 2019- nessun Paese possa notificare la decisione per uscirne e che , presentata tale notifica , debba passare almeno un altro anno perché possa avere efficacia. Almeno fino al 4 novembre 2020, quindi, nessuno dei Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi può legalmente uscirne . Poichè le prossime elezioni Presidenziali americane sono fissate il 3 novembre 2020,Trump, se seguisse la via della legalità internazionale, per vedere l’uscita dall’Accordo di Parigi, dovrebbe essere prima rieletto .

Un accordo iniquo?

Pare francamente infondato affermare che l’Accordo di Parigi sia iniquo verso degli Stati Uniti. Secondo i dati pubblicati da IEA nel 2015, la somma delle emissioni di CO2 del settore energetico, dal 1980 al 2014, degli Stati Uniti sono state ben superiori sia a quelle della Cina, sia a quelle dell’Europa: nell’aumento delle concentrazioni di gas serra in atmosfera – che sono alla base della crisi climatica- c’è, quindi, una maggiore responsabilità storica degli Stati Uniti. Sempre secondo la IEA, applicando gli impegni dell’Accordo di Parigi (INDC) gli Stati Uniti al 2030 emetterebbero, nel settore energetico, 10,9 tonnellate all’anno di Co2 pro-capite, ben più della Cina che sarebbe a 7 tonnellate all’anno pro-capite e dell’Europa che sarebbe a 4,7 , meno della metà di quelle americane.

Vantaggi e svantaggi economici per gli USA

Colpisce anche nel calcolo della convenienza economica per gli USA il metodo usato da Trump: quello di contare solo i vantaggi di quei settori che lo hanno appoggiato in campagna elettorale (del carbone e dell’industria ad alta intensità energetica fossile) . Non ha infatti nemmeno citato nè i costi della crisi climatica che sono ingenti anche negli Usa (siccità con perdite in agricoltura, enormi costi assicurativi e di riparazione dei gravissimi danni causati dell’aumento della frequenza e della intensità degli eventi atmosferici estremi, costi sanitari delle ondate di calore ecc), né i vantaggi economici e occupazionali generati dagli investimenti sviluppati dalle diverse imprese americane low-carbon della green economy , di gran lunga maggiori di quelli possibili del settore dei combustibili fossili. Se l’annuncio di Trump dovesse concretizzarsi, i danni economici per gli USA sarebbero ben maggiori dei vantaggi procurati ad alcuni dei suoi sostenitori.

 

 

 

Associazioni, comitati e gruppi di attivisti organizzano tre giorni di iniziative in città per manifestare contro i 7 Grandi e la svolta di Trump

Il programma COMPLETO con tutte le iniziative e gli organizzatori, anche precedenti le tre giornate del 9-10-11, è pubblicato sul sito --> https://g7bologna.wordpress.com/2017/06/01/programma-delle-tre-giornate/

CONTATTI: GIACOMO COSSU - RETE DELLA CONOSCENZA 388 887 8076

PROGRAMMA ONLINE --> https://goo.gl/wVEULQ

Mentre Donald Trump prepara il disimpegno dagli Accordi di Parigi sul clima, i cittadini organizzano tre giornate di informazione, dibattito, contestazione e musica. Più di venti iniziative si svolgeranno a Bologna tra la Facoltà di Giurisprudenza di via Belmeloro 14, Làbas Occupato, Parco dei cedri il Parco 11 Settembre. La chiamata del coordinamento “G7M - Ambiente alla base, non al vertice!” ha ottenuto un grande successo di partecipazione e proposte: si va dal laboratorio teatrale di AMO Bologna al dibattito con gli esponenti della lotta contro il TAP in Salento organizzato da Link - Coordinamento universitario. Le tre giornate si concluderanno con il corteo dell’11 giugno che partirà alle 15 dal Parco 11 Settembre, per portare in piazza l’opposizione popolare ai 7 Grandi e alla svolta negazionista di Donald Trump.

“Metteremo al centro i temi e il merito delle questioni ambientali” - dichiarano gli organizzatori di G7M - “Trump e Merkel non ci rappresentano, partiamo dalle evidenze scientifiche e dall’informazione delle persone per rivendicare un radicale cambio di passo nelle politiche sull’ambiente. La situazione è drammatica, i 7 Grandi sono divisi per i propri interessi particolari. Dobbiamo scendere in piazza l’11 giugno per mettere al primo posto le proposte della società civile e denunciare l’ipocrisia dei nostri governanti.”

“Le misure repressive sono un modo per intimidire i cittadini che vorrebbero scendere in piazza” - aggiungono - “Ma i 7 Grandi non ci fanno paura: mentre loro saranno chiusi nel Palazzo, noi saremo nelle piazze e nelle strade a manifestare e divertirci. Il 9 giugno a Làbas ci sarà un grande concerto di apertura con artisti come Colle der Fomento, Capovilla e tanti altri, preceduto da un momento di confronto con gli attivisti venuti direttamente dal Nord Dakota per portare in Europa la loro lotta contro il DAPL (Dakota Acces Pipeline) e per unirsi al G7M.”

 

Climalteranti.it » WorldClimaps, uno strumento per accrescere la consapevolezza sui cambiamenti climatici

Pubblichiamo la presentazione di WorldClimaps, un nuovo strumento creato per far conoscere le conseguenze del cambiamento climatico, e le azioni di risposta avviate, in tutto il mondo. Prevede la possibilità per tutti di partecipare, fornendo informazioni.

 

Il cambiamento climatico influenza tutti noi e ogni aspetto della nostra vita. Influenza gli ecosistemi, le nostre infrastrutture, la nostra salute, il nostro sistema economico e la sicurezza globale. Sta mutando il pianeta per come è conosciuto e lo sta facendo ad una velocità maggiore di quanto sia mai avvenuto precedentemente. Si tratta di un problema reale che va affrontato.

Per poter reagire al cambiamento, è di fondamentale importanza comprendere ed individuare le sue reali cause e conseguenze. Conosciamo le conseguenze fisiche e dirette del cambiamento: riscaldamento dell’atmosfera e degli oceani, scioglimento dei ghiacci, aumento del livello del mare. Ma quali sono le conseguenze indirette? In che modo questi avvenimenti globali vanno ad influenzare la nostra vita, il nostro sistema economico e sociale? Perché facciamo così fatica a vederle e perché è di massima urgenza reagire al cambiamento?

 

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO SU CLIMALTERANTI.IT

 

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