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Giornata della Terra. I rifiuti non vengono giù dal cielo e sono il risultato di comportamenti buoni, anzi lodevoli, dei singoli cittadini, di quelle operazioni di «consumo» delle merci che i saggi governanti invitano ad aumentare continuamente perché così gira meglio l'economia

lL 22 aprile 1970 fu dichiarato «giornata della Terra» in molti paesi del mondo e anche in Italia. Fu un evento importante, i movimenti ambientalisti in Italia erano appena nati – Italia Nostra esisteva dal 1955, il Wwf era stato fondato due anni prima, la Legambiente sarebbe nata dieci anni dopo – ma era vivace la protesta contro i fumi delle fabbriche inquinanti, la congestione del traffico e l’avvelenamento dell’aria nelle città, le colline di rifiuti puzzolenti, l’erosione delle spiagge e delle colline. Amintore Fanfani, che allora era presidente del Senato, creò una commissione «speciale» invitando alcuni studiosi ad informare i senatori sui «problemi dell’ecologia».

Erano anni di lotte operaie e studentesche, era appena iniziata la dolorosa stagione degli attentati terroristici, ma la domanda di un ambiente pulito sembrava dare una luce di speranza per la costruzione di un mondo meno violento. Dell’ecologia, come si diceva allora, si cominciò a parlare nelle scuole, nelle università, nei partiti, nelle chiese.

In quella lontana «giornata della Terra» di quasi mezzo secolo fa sui muri delle città americane apparve un manifesto in cui era riprodotta la vignetta di un fumetto, allora celebre, Pogo, un opossum umanizzato che, come molti personaggi dei fumetti, ironizzava sul comportamento, nel bene e nel male, degli umani. Pogo guardava un diligente ecologista che gettava per terra un foglio di carta straccia, e Pogo si chinava a raccoglierlo mormorando sconsolato: «Ho scoperto il nemico e il nemico siamo noi».

Anche oggi quante volte si vedono delle degnissime persone, eminenti nella loro professione, che si dichiarano fedeli amici dell’ecologia, ma poi nella vita quotidiana si comportano in maniera esattamente contraria a quanto dicono di essere.

Ciò avviene perché i comportamenti ecologicamente corretti sono scomodi e sgradevoli, tanto che devono essere regolati con leggi che puniscono (dovrebbero punire) le violazioni. Prendiamo il caso dei rifiuti: in Italia ogni persona produce, in un anno, circa mezza tonnellata di rifiuti solidi domestici: verdura, carta straccia, imballaggi, plastica, vetro, scarpe rotte, frigoriferi e televisori usati; tre o quattro milioni di tonnellate di automobili vanno alla «rottamazione» contribuendo all’aumento dei metalli, gomme, oli usati che finiscono da qualche parte.

La grande massa dei rifiuti della vita civile è estremamente sgradevole: ingombra le strade, puzza, lascia colare liquidi che inquinano le acque dei pozzi e dei fiumi, impone dei sistemi di raccolta costosi e che intralciano il traffico. E, come nella commedia di Ionesco, «Come sbarazzersene», anche i rifiuti aumentano sempre di volume e aumenta il disturbo che arrecano agli altri cittadini, al «prossimo» vicino, della stessa strada o città, o lontano, del luogo dove sono localizzati la discarica o l’inceneritore e addirittura al prossimo planetario per l’emissione di gas (metano, anidride carbonica) che derivano dalla decomposizione o combustione dei rifiuti e che alterano il clima planetario presente e futuro.

Ma i rifiuti non vengono giù dal cielo e sono il risultato di comportamenti buoni, anzi lodevoli, dei singoli cittadini, di quelle operazioni di «consumo» delle merci che i saggi governanti invitano ad aumentare continuamente perché così gira meglio l’economia.

Si potrebbe avere lo stesso benessere, gli stessi servizi, gli stessi oggetti, generando meno rifiuti, arrecando «meno» danno al prossimo? Si potrebbe e addirittura è richiesto dalle leggi: le fabbriche potrebbero diminuire la massa degli imballaggi e produrre imballaggi riciclabili, ma è scomodissimo e costoso cambiare la forma e la fabbricazione delle merci. Le singole persone potrebbero raccogliere separatamente la carta straccia che potrebbe essere riciclata, lo stesso vale per il vetro e la plastica; ma queste operazioni che, prima di essere rispettose dell’ambiente sarebbero rispettose del prossimo, in senso cristiano, se volete, sono tutte scomode. Bisogna fare cento passi di più per raggiungere il cassonetto di raccolta della carta, bisogna avere cura e sapere — ma chi informa in maniera paziente e convincente ? — che non si deve mettere carta e plastica insieme, vetro e plastica insieme (perché così non si ricupera più né plastica né carta né vetro).

La possibilità di vivere in un ambiente meno violento e più sano non dipende tanto dalla moltiplicazione delle discariche o degli inceneritori o delle marmitte catalitiche, ma da un recupero dell’etica, del rispetto del prossimo, sollecitato dai governanti, dagli uomini di spettacolo, dagli uomini di chiesa che parlassero «opportune et importune», come scrive Paolo a Timoteo e come sta facendo adesso Papa Francesco. La mia modesta esperienza suggerisce che le persone sono migliori di quanto si pensi: l’altro giorno ho visto, in una grande città, un cassonetto in cui i cittadini erano invitati a mettere le bottiglie di vetro «bianco», più facilmente riciclabile di quello colorato: il cassonetto era strapieno e bottiglie bianche erano depositate tutto intorno: i cittadini avevano raccolto un invito fatto bene e avevano risposto facilmente. Forse «il nemico» di cui parlava Pogo, siamo proprio noi che non parliamo con chiarezza e non testimoniamo con coerenza l’ecologia professata a parole.

Voci critiche si levano dentro e fuori il Paese e coinvolgono alcune tra le più importanti associazioni ebraiche americane

AMIR COHEN / REUTERS

Ventisette morti, oltre 2500 feriti in campo palestinese, nessuno in quello israeliano. Non è questione di capacità militari. E' qualcosa di altro, di fronte al quale parlare di "scontri" è violentare la realtà, piegandola alla propaganda di parte. Su questo Israele s'interroga, sulla sua "metamorfosi" che va ben al di là di un eccesso di difesa. Voci critiche si levano dentro e fuori il Paese e coinvolgono alcune delle più importanti associazioni ebraiche americane. La politica spiega solo in parte questa "metamorfosi", e i risultati delle ultime elezioni, con la formazione del governo più di destra che Israele ha conosciuto nei suoi settant'anni di storia, danno conto del consolidamento di una "psicologia nazionale" che non può essere raccontata solo parlando di "sindrome di accerchiamento".

I Venerdì di sangue a Gaza- 30 marzo e 6 aprile - e la deportazione di migliaia di rifugiati africani voluta dal governo in carica, rappresentano un mutamento culturale, identitario, che abbatte il tradizionale schema destra/sinistra. Benjamin Netanyahu, primo ministro alle prese con inchieste riguardanti accuse di corruzione e menzogne in atti pubblici, è parte del problema ma non è il tutto. Con la sua solita radicalità e chiarezza di esposizione, Gideon Levy, firma di Haaretz, spiega così questa metamorfosi: "Si può attaccare al primo ministro quanto si vuole - se lo merita. Ma alla fine si dovrebbe ricordare: non è Benjamin Netanyahu. È la nazione. Almeno la maggior parte della nazione. Tutte le manifestazioni del male negli ultimi giorni e tutte le farse sono state progettate per soddisfare i desideri più meschini e gli istinti più oscuri ospitati dagli israeliani. Gli israeliani volevano il sangue a Gaza, il più possibile, e le deportazioni da Tel Aviv, il più possibile. Non c'è modo di abbellirlo; non si devono offuscare i fatti. Netanyahu - debole, patetico, malvagio o cinico - è stato spinto da un solo motivo: compiacere gli israeliani e soddisfare i loro desideri. E quello che volevano era sangue e deportazione. Se solo il problema fosse con Netanyahu e il suo governo. Quindi, in un'ulteriore elezione, o forse in due, il problema potrebbe essere risolto. I bravi ragazzi prenderanno il potere, Gaza e i richiedenti asilo saranno liberati, l'incitamento fascista morirà, la posizione dei tribunali sarà assicurata e Israele sarà di nuovo un posto di cui essere orgogliosi. Questo è un sogno irrealizzabile. Ecco perché la campagna contro Netanyahu è importante, ma sicuramente non è fatale. La vera battaglia è molto più disperata e il suo scopo è molto più diffuso. Questa è una battaglia sulla nazione, a volte anche contro di essa".

Se le voci critiche sono il sale di una democrazia, in Israele questo "sale", per fortuna, si sparge ancora. E tocca nervi sensibili. Annota, sempre su Haaretz,Ilana Hammerman, scrittrice e attivista per i diritti umani, guardando alle manifestazioni di queste settimane, a Gaza come in Cisgiordania: "Quali sono gli atti di questi giovani? Terrore? No, questa è una lotta disperata da parte di gruppi e individui, che dal giorno in cui sono nati non hanno nulla da sperare, contro un esercito mille volte più forte di loro. E cosa sta difendendo questo esercito: la sicurezza del suo paese? No, sta difendendo la scelta dei governi israeliani di usare il terrore per imporre lo "stato del popolo ebraico" sull'intera regione tra il Mediterraneo e il fiume Giordano".

Yoav Limor, analista di punta di Israel Hayom, il più accreditato tra i giornali filogovernativi, sposa una tesi opposta a quella di Gideon Levy ma non nasconde le sue preoccupazioni, in questa analisi: "Israele sta affrontando la situazione solo militarmente, dal momento che la diplomazia pubblica si è rivelata fiacca per quanto riguarda la risposta alla nuova sfida che emerge da Gaza. Ciò si è riflesso questa settimana nelle dichiarazioni bellicose dei leader mondiali e nella copertura mediatica che, dopo un lungo periodo di tempo, è stato acutamente anti-israeliano.

Questo – annota ancora Limor - potrebbe essere respinto con il solito atteggiamento "il mondo ci odia' o potremmo decidere di combatterlo e spiegare che non si tratta di proteste civili spontanee ma eventi orchestrati astutamente da Hamas, che ha inglobato dozzine di agenti nella folla con l'obiettivo di effettuare attacchi terroristici e provocare l'IDF. Hamas spera in un numero maggiore di vittime civili, che getterebbe l'IDF e Israele in una luce negativa e aumenterebbe il sostegno internazionale per i palestinesi.

La dissonanza tra il successo tattico dell'IDF e il fallimento strategico di Israele potrebbe aumentare mentre le manifestazioni si intensificano e il numero delle vittime aumenta. A nessuno tranne a Israele importa quanti di quelli uccisi erano terroristi. La comunità internazionale conserva il punteggio dei feriti e dei morti e le immagini dal confine dominano le notizie...". "Ciò richiede a Israele - conclude l'analista di Israel Hayom - di ripensare al modo migliore per gestire la situazione al fine di frenare lo slancio palestinese e impedire che gli eventi si trasformino in qualcosa che spinga la comunità internazionale a costringere Israele ad accettare una soluzione non a suo favore. Il problema è che Israele evita sistematicamente di prendere decisioni strategiche e, in ogni caso, tali processi richiedono tempo che Israele potrebbe non avere, dato che la situazione a Gaza potrebbe sfuggire al controllo in qualsiasi momento". Di fronte a questo scenario, l'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem ha lanciato giovedì una campagna intitolata "Mi spiace, comandante, non posso sparare", sollecitando i soldati israeliani a rifiutare l'ordine di sparare ai manifestanti palestinesi disarmati a Gaza.

L'organizzazione ha fatto una mossa insolita, dirigendosi direttamente ai soldati israeliani perché rifiutino gli ordini. "Ai militari non è permesso agire come meglio credono, né Israele può determinare da solo ciò che è ammissibile e cosa non lo è quando si tratta di manifestanti. Come tutti gli altri Paesi, le azioni d'Israele sono soggette alle disposizioni del diritto internazionale e le restrizioni che impongono sull'uso delle armi, ed in particolare l'uso delle munizioni letali", sottolinea Hagal El-Ad, Direttore esecutivo di B'Tselem Ciò che sembra sfuggire di mano non è solo la situazione nella Striscia ma anche la coscienza civile di una Nazione. A lanciare il grido d'allarme è il più autorevole storico israeliano, Zeev Sternhell, membro dell'Accademia israeliana delle scienze e delle lettere, professore all'Università Ebraica di Gerusalemme, specialista di storia del fascismo. "Spesso mi chiedo – scrive Sternhell - come, tra 50 o 100 anni, uno storico interpreterà la nostra epoca. Quand'è – si chiederà – che la popolazione in Israele ha iniziato a realizzare che lo Stato, nato dalla guerra d'indipendenza, sulle rovine dell'ebraismo europeo, e pagato col sangue dei combattenti, alcuni dei quali erano sopravvissuti all'Olocausto, si è trasformato in una tale mostruosità per i suoi abitanti non ebrei? Quand'è che alcuni israeliani hanno capito che la loro crudeltà e la capacità di prevaricazione sugli altri, palestinesi o africani, ha iniziato a erodere la legittimità morale della loro esistenza come entità sovrana?..". "La risposta – prosegue La risposta, potrebbe dire quello storico, è racchiusa nelle azioni di parlamentari come Miki Zohar e Bezalel Smotrich e nelle proposte di legge del ministro della Giustizia Ayelet Shaked. La legge dello Stato-nazione, che sembra formulata dal peggiore degli ultranazionalisti europei, è stata solo l'inizio. Dato che la sinistra non ha protestato contro di essa nelle manifestazioni in Rotchild Boulevard, quella è stata l'inizio della fine della vecchia Israele, la cui dichiarazione di indipendenza rimarrà come pezzo da museo.

Un reperto archeologico che insegnerà alla gente ciò che Israele sarebbe potuta diventare, se solo la sua società non fosse stata disintegrata dalla devastazione morale causata dall'occupazione e dall'apartheid nei Territori. La sinistra non è più in grado di sconfiggere l'ultranazionalismo tossico che si è sviluppato qui, la cui versione europea ha praticamente sterminato la maggioranza del popolo ebraico...". Considerazioni allarmanti, parole alle quali va prestato ascolto. Per capire, non per demonizzare. E per capire appieno ciò che sta avvenendo nel profondo della società israeliana, non bastano le annotazioni "tecniche" fornite dall'esercito israeliano dopo il secondo venerdì di sangue. "Chi ha provocato le vittime è chi ha inviato quelle persone al confine. Hamas è responsabile dei morti": lo ha dichiarato il portavoce militare israeliano, Ronen Manelis, al termine di una giornata di gravi incidenti lungo la linea di demarcazione fra Israele e Gaza. "Hamas - ha aggiunto - ha trascinato la Striscia verso una giornata di violenti disordini. Il nostro esercito ha compiuto appieno la propria missione. Non abbiamo avuto perdite, non si sono verificate infiltrazioni sul confine, e la nostra sovranità non è stata infranta".

Sul piano militare è indubbiamente così. I manifestanti non sono penetrati in territorio israeliano, e la sovranità non è stata infranta. Ma a infrangersi rischia di andare l'identità storica d'Israele. A morire, gli ideali che furono a fondamento del sionismo. L'occupazione sta corrodendo le basi della nostra democrazia, così come la colonizzazione dei Territori occupati alimenta una cultura dell'illegalità. Tutto questo non ha nulla a che vedere con quei valori che furono a fondamento del pionierismo sionista. La politica della forza portata avanti dalle destre è la negazione del sionismo. È la sua morte". Le considerazioni svolte da Sternhell risalgono a una intervista che concesse ad HP tre anni fa. Tre anni dopo, alla luce dei venerdì di sangue a Gaza, le parole dello storico israeliano hanno il valore di una "profezia". Una triste profezia.

COMUNICATO STAMPA

Roma, 6 aprile 2018 - Il Divertor Tokamak Test facility (DTT) snobba i milioni di euro stanziati da nove Regioni (dai 25 dell’Emilia-Romagna ai 40 dell’Abruzzo) e approda a Frascati, così ha deciso l’ENEA. È infatti dell’Ente di ricerca pubblica nazionale la responsabilità del progetto DTT, una sorta di reattore a fusione in miniatura del costo di 500 milioni di euro e la cui ragion d’essere è sperimentare e appoggiare ITER, il mega progetto di centrale a fusione nucleare  in costruzione a Cadarache (Francia).

Molti guardano con giustificato sospetto al gigantismo di ITER e, soprattutto, al suo essere “fuori tempo massimo”; infatti, non un solo kWh elettrico verrà dall’esperienza di ITER prima del 2050, quando l’UE sarà invece in grado di produrre con fonti rinnovabili la quasi totalità della sua energia elettrica – il 100% prevedeva il rapporto MacKinsey del 2010; i costosissimi e tutt’altro che “puliti” kWh della fusione sarebbero, quindi, del tutto residuali. Tra i sospettosi c’è l’ENI, pronta a investire 50 milioni di euro su SPARC, un progetto di fusione nucleare messo a punto dal prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) e da privati, che si propone di realizzare 100 MW entro 15 anni, in esplicita concorrenza con ITER. Figuriamoci col DTT, che è inoltre basato sulla vecchia tecnologia a superconduttori a bassa temperatura, mentre SPARC si giova di quelli ad alta temperatura (HTS).

 

Sull’obsolescenza dell’idea di replicare sulla terra come si produce l’energia nel sole – la fusione nucleare, appunto; sul perché tanti Paesi, non solo UE, si attardano su ITER, un progetto del tutto contradditorio con i principi ispiratori dell’Accordo di Parigi  – decentrare e rendere più direttamente accessibile ai territori e ai cittadini il controllo e la produzione d’energia; e, infine, sull’ “utilità” del DTT e del suo costoso, per i cittadini, ruolo collaterale a ITER rimandiamo all'articolo "Sole sulla Terra" pubblicato (a pagina 10) dalla rivista "QualEnergia" al link:

https://www.lanuovaecologia.it/flp/qe/QualEnergia_5_2017/#page=10#page=10

Kyoto Club ed European Council for an Energy Efficiency Economy (ECEEE), il prossimo 11 aprile, vi invitano a partecipare ad un seminario sui temi dell'energy sufficiency e dell'efficienza energetica.

Roma

European Council for an Energy Efficency Economy (ECEEE) e Kyoto Club vi invitano a partecipare al workshop "Roundtable on energy sufficiency: How to reduce energy use in our buildings and cities", che si inserisce all'interno del progetto sull'energy sufficency di ECEEE, finanziato principalmente dalla Fondazione KR, con il supporto di molte agenzie europee che operano nei settori della ricerca e dell'energia.

Il progetto legato all'energy sufficiency prevede diversi incontri e iniziative di ambito politico, durantele quali si offriranno ai decisori politici informazioni pratiche sul tema dell'energy sufficiency e su come queste possano essere tradotte in azioni pratiche al fine di ridurre il consumo di energia.

Il workshop avrà come scopo principale quello di informare i partecipanti sui lavori già svolti e le pratiche adottate, partendo dalla nostra idea di energy sufficiency ed analizzando come le azioni di sufficienza energetica possano ridurre il consumo energetico negli edifici.

Verrà anche dato spazio alle opinioni del pubblico riguardanti il ruolo dell'efficienza energetica e delle azioni di energy sufficiency nel miglioramento della pianificazione di futuri edifici e città.

Le discussioni del seminario saranno poi raccolte in un rapporto pubblico. Ai partecipanti verrà inviato un briefing a tempo debito che approfondisca il progetto e introduca quella che è stata la nostra attività fino ad ora.

Il workshop sarà tenuto interamente in lingua inglese.

Vi aspettiamo mercoledì 11 aprile, ore 14,30, presso Spazio Europa - European Public Space - Via IV Novembre n°149 - 00187.

Per partecipare si prega di inviare una mail a Eugenio Barchiesi  – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – entro lunedì 9 aprile alle ore 13,00.

allegato Leggi il programma (pdf)

 

Una parte della ricerca scientifica continua a puntare sull’idea di produrre energia potenzialmente illimitata con il plasma in futuri reattori, di cui però, al momento, non s’intravede alcuna prospettiva concreta. Spieghiamo in sintesi cos’è questa tecnologia sperimentale e quali sono i suoi principali punti critici.

Produrre energia potenzialmente illimitata, a zero emissioni di anidride carbonica, senza scorie radioattive, competitiva con le altre fonti di generazione elettrica: chi azzarda una scommessa sulla fusione nucleare pensa che questi risultati siano raggiungibili, anche se la ricerca scientifica è ancora allo stadio sperimentale.

Qualche giorno fa due notizie che riguardano la fusione nucleare hanno avuto una certa risonanza sulla stampa italiana ed estera.

La prima è che l’Enea sta per decidere in quale regione italiana ospitare il laboratorio che svilupperà il progetto DTT (Divertor Tokamak Test), che a sua volta rientra nel programma ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor).

Intanto il Massachusetts Institute of Technology (MIT) – ecco la seconda notizia – in collaborazione con la neonata società Commonwealth Fusion Systems, che ha attirato anche un investimento pari a 50 milioni di euro da parte di Eni, lavorerà a un prototipo di reattore a fusione, chiamato SPARC, che potrebbe essere operativo tra una quindicina d’anni.

Questo tipo di esperimenti ha qualche prospettiva realistica?

Le ricerche dell’Enea

“Il nostro obiettivo è dimostrare che la fusione nucleare può essere utilizzata per produrre energia sostenibile a costi competitivi”, spiega a QualEnergia.it Aldo Pizzuto, responsabile del dipartimento dell’Enea che si occupa di fusione e sicurezza nucleare.

Tuttavia, prima di arrivare al traguardo, rappresentato da una centrale elettrica a fusione di taglia commerciale, c’è ancora moltissima strada davanti a noi e con tanti problemi tecnici disseminati lungo il percorso, che sembrano veramente difficili da risolvere.

Il processo di fusione, in sintesi, prevede l’interazione di due nuclei di idrogeno, deuterio e trizio, avvicinandoli così tanto da superare la loro repulsione elettrica. Questi nuclei, chiarisce Pizzuto, “vanno scaldati a oltre cento milioni di gradicentigradi, portandoli così allo stato di plasma, in cui gli elettroni si sono completamente separati dai rispettivi nuclei”.

Per contenere il plasma, prosegue il ricercatore, bisogna costruire delle “bottiglie magnetiche” con dei materiali superconduttori, in grado di “tenere insieme” il plasma in sospensione, senza farlo entrare in contatto con le pareti del cilindro (che altrimenti fonderebbero), controllando l’enorme potenza termica che via via si sviluppa e amplifica al suo interno.

Ed è proprio questo lo scopo del progetto DTT: “Sarà un simulatore di un reattore”, spiega ancora l’esperto dell’Enea, “quindi avrà tutte le caratteristiche funzionali di un reattore, ma non produrrà energia elettrica”.

La scommessa della fusione avrà successo, secondo Pizzuto, se gli scienziati riusciranno a garantire un guadagno energetico superiore ad almeno un fattore trenta. Come primo passo, il reattore ITER, “in fase avanzata di costruzione a Cadarache in Francia, aggiunge Pizzuto, avrà un guadagno pari a dieci, con 50 MW di energia in ingresso e 500 MW di energia in uscita”.

In sostanza, i risultati di ITER e DTT serviranno a determinare la fattibilità tecnica e la sostenibilità economica di un impianto commerciale.

Una delle tecniche impiegate per innescare la fusione è la radiofrequenza: semplificando molto, parliamo di microonde che scaldano il plasma, interagendo con gli elettroni o gli ioni.

La sfida è molto complessa anche per accertare la competitività economica di un futuro reattore a fusione nucleare, che dovrà avere un costo d’investimento “sostenibile” in confronto alle tecnologie concorrenti di generazione elettrica.

Ecco perché una buona parte della ricerca si sta concentrando anche sui magneti superconduttori, testando materiali in grado di generare dei campi magnetici molto potenti, ma a costi inferiori rispetto a oggi.

I tempi? Il reattore dimostrativo, termina Pizzuto, è previsto per la metà di questo secolo, quindi intorno al 2050. Nel frattempo, per realizzare il progetto DTT, l’investimento complessivo sarà nell’ordine di 500 milioni di euro.

Tante, troppe incertezze

In un recente contributo sul Bulletin of the Atomic Scientists, un ex ricercatore del Princeton Plasma Physics Lab, Daniel Jassby (vedi qui l’articolo completo) ha riassunto e illustrato i principali punti critici della fusione, con un riferimento specifico al progetto ITER.

In particolare, scrive Jassby, il guadagno energetico “promesso” dal consorzio che sta sviluppando l’impianto – output di 500 MW a fronte di 50 MW in ingresso – è fuorviante, perché questi 50 MW riguardano solo la potenza termica iniettata nel plasma, mentre l’energia complessivamente spesa per alimentare il reattore sarebbe molto più elevata, nell’ordine di circa 300 MW elettrici.

Poi è bene precisare, ancora una volta, che ITER non è stato progettato per utilizzare la potenza della fusione per produrre energia elettrica. L’immenso calore, infatti, sarà catturato e disperso nell’atmosfera grazie alle torri di raffreddamento.

Tra le incognite più evidenti, spiega a QualEnergia.it Alex Sorokin, ex progettista di centrali nucleari e ora consulente energetico internazionale, c’è il tema dei costi.

“Non s’intravede la possibilità che la fusione possa diventare più economica delle fonti rinnovabili, che già oggi, in molti casi, costano meno dei combustibili fossili e in futuro saranno ancora più competitive”.

Inoltre, “nessuno ha idea di come realizzare impianti a fusione a livello industriale e di quanto bisognerà investire, in totale, per costruire anche un solo reattore di grandi dimensioni”.

Il punto, in definitiva, è che si rischia di spendere un fiume di denaro inseguendo il miraggio dell’energia pulita potenzialmente inesauribile, che però guardando più da vicino rivela tanti dubbi e tante incertezze sui risultati che si potranno effettivamente ottenere.

Lapidario il giudizio di Greenpeace Italia: parlare di fusione nucleare “è una perdita di tempo”, ha commentato a QualEnergia.it il suo direttore esecutivo, Giuseppe Onufrio.

La strada vincente, riassume quindi Sorokin, è puntare sulle energie rinnovabili con sistemi di accumulo, tecnologie collaudate e disponibili, a zero emissioni inquinanti, con costi in continua discesa e ottime prospettive di crescita in tutto il mondo, evitando di disperdere miliardi di euro e senza dover aspettare il 2050 o anche oltre.

Anche se poco se ne è parlato nei dibattiti, il tema del cambiamento climatico è ben presente nei programmi elettorali. E l’iniziativa La Scienza al Voto è riuscita nell’obiettivo far sottoscrivere un impegno serio a quasi tutte le forze politiche.


Ora che è trascorso un po’ di tempo dalle elezioni, e quindi è minore il pericolo che affrontare questo tema possa essere visto come viziato da intendi propagandistici, può essere utile cercare di capire quanto il tema dei cambiamenti climatici è stato presente nelle elezioni del 2018.
La questione è ampia e complessa, quindi questo post vuole solo fornire alcune informazioni di base e spunti di riflessione, senza pretesa di fornire un’analisi esaustiva.

***

Come primo punto, si può dire che in queste elezioni il tema è stato più presente che nelle passate elezioni. Poco se ne è parlato nei dibatti elettorali, ma è stato presente in quasi tutti i programmi dei partiti politici. Se si leggono i programmi (CentrosinistraCentrodestraMovimento 5 StelleLiberi e Uguali, o di altre liste raccolti da La Scienza al voto di cui si dirà più avanti) si trovano impegni, toni e sfumature molto diversi, come previsto. Ed è ovvio anche che un impegno su un programma elettorale non implichi necessariamente di per sé l’attuazione dell’impegno stesso, sia perché il programma potrebbe essere una declamazione strumentale non sorretta da un reale interesse, sia perché le debolezze complessive della proposta politica potrebbero minare l’effettiva realizzabilità del programma stesso (e.g. ma mancanza di una chiara spiegazione di come trovare le necessarie coperture finanziarie). Ma questa non è una novità; il punto importante è che chi da anni è abituato a dare un’occhiata alla presenza di questi temi nei programmi quest’anno ha trovato di più.
Non ci sia aspettava molto dai partiti tradizionalmente più lontani dalle politiche sul clima (e che in passato hanno anche proposto in parlamento tesi negazioniste); pur se non hanno menzionato direttamente la questione del riscaldamento globale, hanno inserito qualcosa sull’efficienza energetica e le energie rinnovabili: il mondo è andato avanti, anche chi non ci crede qualcosa deve pur scrivere.
In altri casi il tema è stato menzionato ma trattato in modo sommario, con l’utilizzo delle parole d’ordine tradizionali sullo sviluppo sostenibile, la green economy, la sostenibilità ambientale, o più frequentemente la raccolta differenziata e le auto elettriche: “sostenibilità ambientale come stella polare nella formazione di tutte le decisioni”, “cambio di paradigma dettato dall’economia verde”, “promuovere una sempre maggior diffusione di modelli di sviluppo sostenibili, della Green Economy e dell’Economia circolare”, “per noi la parola chiave è sostenibilità integrale”, “intensificare l’attività di sviluppo della Blue economy strategica per il nostro paese”. In alcuni casi gli impegni sono sembrati davvero molto ambiziosi quanto poco meditati “riduzione e una progressiva eliminazione di tutti gli inquinanti immessi nell’ambiente”, in altri un po’ troppo generici “tutela ambientale” ma almeno si può apprezzare l’impegno a scrivere qualcosa.
Tre forze politiche hanno proposto i programmi più strutturati sul tema delle politiche climatiche, in cui si può riconoscere meno retorica e una proposta più chiara, coerente, e magari anche una visione. Una di queste forze politiche ha dedicato molte decine di pagine ai capitoli Ambiente ed Energia. Un’altra ha indicato una grande priorità al tema del clima (“la sfida centrale per l’umanità”…“un tema essenziale che tocca profondamente anche il nostro paese”); un’altra ancora ha messo la questione ambientale come uno dei tre pilastri alla base del suo, proponendo “visione e strategia per puntare senza più indugi verso una totale decarbonizzazione”.

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Alcuni autori di Climalteranti (Carlo Cacciamani, Stefano Caserini, Claudio Cassardo, Sergio Castellari e Vittorio Marletto) hanno nei mesi scorsi partecipato al Comitato Scientifico di “La Scienza al Voto”, un’iniziativa coordinata da Antonello Pasini e da un gruppo di comunicatori guidati da Pietro Reggiani. Lo scopo è stato quello di stimolare un dibattito tra i partiti, a partire da un documento in cui sono stati elencati diversi problemi e criticità ambientali che dovrà affrontare il nostro Paese nei prossimi anni, legati al “driver” climatico e sono state proposte alcune linee guida scientificamente fondate per poter possibilmente risolvere questi problemi mediante azioni di mitigazione e adattamento.
Altri sono stati gli appelli alle forze politiche, fra cui quello dell’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile, di Energia per l’Italia o di Italian Climate Network; la Scienza al Voto, grazie alla costanza e pazienza di Pasini e Reggiani, è riuscita a fare un passo ancora più importante: ha stilato un Accordo, riportato integralmente anche in fondo a questo post, che è stato firmato prima delle elezioni da 7 partiti di vari schieramenti. Hanno firmato, in rigoroso ordine alfabetico, +Europa, Fratelli d’Italia, Insieme, Lega, Liberi e Uguali, Partito Democratico, Potere al popolo! Non hanno aderito il MoVimento 5 Stelle, il cui programma sembrerebbe coerente con i punti dell’accordo, e Forza Italia. I contatti per raccogliere le ultime adesioni sono comunque ancora in corso.
Come ha raccontato Pasini in un dettagliato post, “non era mai successo in Italia di avere un accordo pre-elettorale multipartisan di questo tipo, tanto più portato a termine in tempo così breve e generato da un’attività di tipo volontaristico.

In queste settimane in cui si svolgono le trattative per la formazione di un nuovo governo, avere un accordo condiviso da tutte le forze politiche su alcuni impegni rilevanti può rappresentare un valore per politica italiana: gli schieramenti sono alla ricerca di temi comuni e in effetti l’adesione all’Accordo indica un impegno formale ad agire per un’economia decarbonizzata e circolare, per le energie rinnovabili, per la cooperazione allo sviluppo e la formazione dei cittadini.
La speranza è quindi che i partiti possano essere interessati ad usare questo Accordo come base comune in vista delle più ampie trattative sui programmi: ovviamente non si tratta di favorire una ipotesi di governo piuttosto che un’altra, ma di mettere nel programma di ogni possibile governo i temi ambientali, climatici ed energetici sapendo che se non lo si fa il rischio che siano completamente trascurati è sicuramente maggiore.
L’idea inoltre è quella di portare l’Accordo all’attenzione del Presidente della Repubblica Mattarella, perché sia consapevole che su questi temi potrebbe facilmente raccogliere l’unanimità delle forze politiche.
Più in prospettiva La Scienza al Voto ha l’obiettivo di creare un tavolo di confronto permanente fra la comunità scientifica e i gruppi parlamentari sui temi del cambiamento climatico. Il sito la pagina Facebook sono continuamente aggiornati: se qualcuno volesse contribuire con dei video o con dei testi, è benvenuto.

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Ecco il testo dell’Accordo di La Scienza al Voto firmato dalle forze politiche:

I cambiamenti climatici sono un fattore di rischio particolarmente evidente nel nostro Paese, strutturalmente fragile e già oggi colpito da un’alterazione del clima maggiore che in altre aree del mondo, che si ripercuote su importanti settori socioeconomici come le risorse idriche, l’agricoltura, la salute, la produzione energetica. Questi cambiamenti contribuiscono anche ai flussi migratori verso il nostro Paese. È nell’interesse nazionale, quindi, sia impedire che le conseguenze dei cambiamenti climatici si aggravino, agendo anche a livello internazionale, sia adattare la nostra società agli impatti di questi cambiamenti già avvenuti o ormai inevitabili.
I cambiamenti climatici, e la conseguente transizione verso un’economia decarbonizzata, in grado di fare a meno di carbone, petrolio e gas, e a basso consumo di risorse e circolare, costituiscono però anche la più grande opportunità competitiva della nostra epoca, grazie alla quale il nostro Paese potrà conoscere finalmente uno sviluppo duraturo e sostenibile.
In una situazione in cui il fattore tempo è decisivo, la prossima legislatura rappresenta una grande opportunità che non possiamo perdere. Sarà quindi necessario che, a prescindere dalle maggioranze che verranno espresse dalle elezioni, tutte le forze politiche si impegnino ad un’azione comune, sapendo di poter contare sul supporto scientifico e la vigile attenzione della comunità scientifica italiana, di cui La Scienza al Voto fa parte.

 In tale quadro, noi ci impegniamo a:

  • accelerare la transizione verso un’economia decarbonizzata, a basso consumo di risorse e circolare, in tutti i settori, anche mediante opportune misure fiscali che disincentivino i prodotti più inquinanti;
  • applicare pienamente l’Accordo di Parigi, elaborando una Strategia Energetica Nazionale coerente con la riduzione delle emissioni di gas serra su cui l’Italia si è impegnata;
  • incrementare le attività di cooperazione allo sviluppo, ad esempio orientandole al recupero ad agricoltura di terreni desertificati o degradati anche per cause climatiche, al fine di riattivare servizi ecosistemici e risorse per le popolazioni a rischio migrazione;
  • porre in essere un grande piano di informazione e formazione della popolazione sul tema dei cambiamenti climatici, dei loro impatti e delle azioni da intraprendere per affrontarli mediante la mitigazione e l’adattamento.

 

Testo di Stefano Caserini, con contributi di Sergio Castellari e Sylvie Coyaud

DIFENDIAMO IL FUTURO E PER QUESTO … DOBBIAMO FARE LA NOSTRA PARTE

Mercoledì 21 marzo alle ore 15, Sala della Protomoteca in Campidoglio – Roma

Accademia Kronos, la più “anziana” fra le associazioni ambientaliste italiane (una volta Kronos 1991, perché già 50 anni fa, nel 1968, i fondatori dell’associazione indicavano in quell’anno il limite per cambiare atteggiamento nei confronti dell’ambente) promuove in collaborazione con il Corpo dei Carabinieri Forestali e Roma Capitale un momento di approfondita riflessione sui cambiamenti climatici in corso e sul conseguente disastro ecologico che sta colpendo  il mondo intero.

Ma non manca una vena di ottimismo. Se tutti faremo la nostra parte, c’è ancora speranza. Ecco allora che, dopo alcune brevi relazioni di carattere scientifico e innovativo sui temi dei cambiamenti climatici, (si parlerà di stato delle foreste, economia ma anche per la prima volta di ginecologia) viene presentata la campagna MADRE TERRA: IO FACCIO LA MIA PARTE.

Si tratta di un appello a tutti: normali cittadini, opinion leader, amministratori pubblici, manager pubblici e privati. Tra le prime adesioni, quelle di alcuni importanti media partner, sia di livello territoriale che nazionale, e una proveniente dal mondo dello sport. Ambedue le squadre di seria A di Genova, la U.C. Sampdoria ed il Genoa Calcio, hanno aderito alla campagna, ed il loro sostegno sarà testimoniato dalla produzione di brevi spot con la presenza di singoli giocatori. Due di questi video due saranno proiettati in anteprima durante la presentazione. Importanti adesioni anche dal mondo dell’informazione. L’Appello di Io Faccio la mia Parte sarà infatti letto da Benedetta Rinaldi, conduttrice di Unomattina e Paolo Conti, storica firma del Corriere della Sera.

Sul tema si svolgerà anche una Tavola rotonda con la partecipazione di rappresentanti di Enea, Eurispes, Comunità di Sant’Egidio e Coalizione Clima.  

La campagna IO FACCIO LA MIA PARTE per il 2018 si concentrerà in particolare su alcuni temi: il primo è quello rivolto al mondo della produzione e della commercializzazione perché venga ridotto e presto eliminato l’uso di materiali plastici nelle confezioni dei prodotti commerciali sia alimentari che no e prevede il lancio di una specifica campagna denominata CONSUMO SOSTENIBILE, ed il secondo è “Acqua, fonte di vita e bene comune indispensabile”. Per questo ultimo tema verrà presentato il progetto curato da Tiziana Rocca Comunicazione “The Droplet”, un complesso scultoreo che verrà esposto per una settimana a marzo 2019 in occasione della Giornata mondiale dell’Acqua del prossimo anno. Ma l’appello non riguarda solo il “consumo sostenibile” e l’uso dell’acqua: è diretto a tutte le persone e riguarda tutti i settori e gli elementi della nostra quotidianità e termina con queste parole:

E’ il momento di fare ognuno di noi la propria parte per il futuro della vita sulla Terra. E’ il momento di poter dire con sincerità: Io faccio la mia parte!


 

INVITO

                                                                           

Roma Capitale

Campidoglio, Sala della Protomoteca - Roma

 Mercoledì 21 marzo 2018

Giornata di studio e mobilitazione per affrontare i cambiamenti climatici

DIFENDIAMO IL FUTURO

Ore 15,00

Effetti dei cambiamenti climatici sulla vita dei cittadini

Intervento dell’Assessora alla Sostenibilità Ambientale di Roma Capitale  Giuseppina Montanari

Intervento del Presidente della Commissione Capitolina di Roma Capitale Daniele Diaco

Intervento del Comandante dei Carabinieri Forestali, Gen. C.A. Antonio Ricciardi

Intervento del Presidente di Accademia Kronos Franco Floris

Relatori:

Antonello Pasini,  ricercatore CNR: Cambiamenti climatici: l’evoluzione in corso

Riccardo Valentini, docente di Ecologia Forestale e membro IPCC: La funzione delle foreste nell’assorbimento della CO2 e altri gas serra

Davide De Laurentis, generale dei Carabinieri Forestali: Lo stato di salute delle foreste italiane

Anna Maria Fausto, prorettrice Università della Tuscia, entomologa: L’aumento degli insetti che veicolano patologie  a uomini e animali

Gian Carlo Di Renzo, Segr. Ge. Federazione Mondiale Ostetricia e Ginecologia : L’incidenza dei cambiamenti climatici sulle madri e sui feti umani

Antonino Galloni: economista:  Effetti dei cambiamenti climatici sull’economia

Ore 16,30

Presentazione della campagna

Io faccio la mia parte

e del premio internazionale We Are Doing Our Part

Intervento di Oliviero Sorbini, v. presidente Accademia Kronos

Lettura dell’Appello della campagna Io Faccio la mia Parte: Benedetta Rinaldi e Paolo Conti

Intervento di Tiziana Rocca: presentazione progetto The Droplet

Tavola rotonda

PartecipanoMarco Ricceri (Eurispes), Antonio Disi (ENEA), 

Roberto Zuccolini (Comunità di Sant’Egidio),  Vittorio Bardi (Coalizione Clima),

Modera Marco Gisotti, giornalista esperto in questioni ambientali.

 

Roma, 28 Febbraio 2018

Comunicato Stampa

 L’ambiente e il contrasto ai cambiamenti climatici devono essere posti al centro dei programmi del prossimo governo.

 Questo il messaggio che Coalizione Clima, la rete composta da oltre 200 organizzazioni, ambientaliste, del terzo settore, sindacati, imprese, movimenti studenteschi, e migliaia di cittadine e cittadini , ha sintetizzato in otto Proposte di Programma inviate a tutte le forze politiche che si candidano alle elezioni del 4 marzo e presentate negli incontri avuti con i partiti e le coalizioni che hanno inteso confrontarsi sul documento

 Le proposte della Coalizione Clima

http://coalizioneclima.it/politiche-2018-coalizione-clima/

 

 

A seguito dell’invito al confronto con le forze politiche in corsa per le prossime elezioni, rispetto alle proposte di programma presentate dalla Coalizione Clima hanno accettato il confronto i seguenti candidati e responsabili ambiente:

  • Movimento 5 Stelle, Sen. Gianni Girotto e Pasquale Stigliani;
  • Liberi e Uguali, Presidente del Senato Pietro Grasso, Sen. Loredana de Petris e Annalisa Corrado;
  • Lista Insieme,  On. Angelo Bonelli e Francesco Alemanni;
  • Potere al Popolo, Maurizio Acerbo e Stefano Galieni;
  • Partito Democratico, Stefano Mazzetti

 Pur con argomentazioni e accentuazioni diverse, tutti riferiscono la presenza dei temi ambientali nei programmi dei partiti, semmai la difficoltà ad inserirli nell’agenda dei media.

 Hanno convenuto che lo Sviluppo Sostenibile è l’obiettivo imprescindibile della nostra società e che “i cambiamenti climatici rappresentano una emergenza  che mette a rischio la vita delle persone, specie ed ecosistemi”. Pertanto vanno incrementate le azioni per contenere l’aumento della temperatura globale  al di sotto dei 2°C, come stabilito nell'Accordo di Parigi sul clima.

 Sugli otto punti del Programma gli interlocutori hanno dichiarato una sostanziale condivisione. A volte sono presenti esplicitamente nei loro programmi,  ma comunque si sono tutti impegnati a sostenerli.

Il riscontro positivo ottenuto in campagna elettorale dall’iniziativa della Coalizione non ci esime dal verificare successivamente gli impegni assunti e gli atti concreti che seguiranno sia nei confronti di chi sarà al Governo che all’opposizione.

 Le Organizzazioni che compongono la Coalizione sono impegnate a declinare, nei rispettivi ambiti di attività ed iniziative, le azioni coerenti necessarie per contrastare i cambiamenti climatici, e per questo intendono continuare a fare, assieme a tutte le espressioni della società e della cittadinanza attiva che operano per una società più equa, ambientalmente e socialmente sostenibile.

 Rimaniamo a disposizione di tutti/e coloro che ancora non hanno risposto alla nostra richiesta di confronto sulle proposte inviate.

 La Coalizione Clima

 Chi siamo

Coalizione Clima nasce nel 2015 con l’obiettivo di costruire iniziative e mobilitazioni comuni, nazionali e territoriali, per raggiungere la massima sensibilizzazione possibile sulla lotta ai cambiamenti climatici e perché si giunga a un accordo equo, vincolante ed efficace per mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2° C.

Coalizione Clima è composta da oltre 200 organizzazioni ambientaliste, del terzo settore, sindacati, imprese, movimenti studenteschi, e migliaia di cittadine e cittadini

 

http://coalizioneclima.it/

 

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La competitività economica di solare ed eolico rispetto al petrolio è diventata così evidente da spingere perfino i principali produttori di petrolio al mondo, come l’Arabia Saudita, a puntare sulle rinnovabili.

L’Arabia Saudita, paese petrolifero per eccellenza che ha costruito le sue ricchezze sui giacimenti fossili, sta cercando di indirizzare il suo business su un’altra fonte di energia, il sole.

Sotto la guida del principe Mohammed bin Salman, il Paese sta cercando di diversificare la sua economia e stimolare la crescita, puntando sulle fonti rinnovabili. Il governo saudita vuole non solo rimodellare il suo mix energetico nazionale, ma emergere come forza a livello globale nel settore dell’energia pulita. Una strategia che ha avuto i suoi oppositori interni nel paese, ma che finalmente sta prevalendo.

Solare a concentrazione arabia saudita

Il solare a concentrazione sarà una delle tecnologie utilizzate nei piani di sviluppo del solare in Arabia Saudita.

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO di CECILIA BERGAMASCO si Lifegate.it

La rivista di finanza Barron's ha pubblicato la classifica delle cento imprese statunitensi più sostenibili dal punto di vista sociale e ambientale.

Barron’s, lo storico settimanale che analizza il panorama finanziario statunitense, ha pubblicato per la prima volta una classifica delle cento imprese più sostenibili degli Stati Uniti. L’iniziativa è perfettamente in sintonia con la linea editoriale della rivista che da sempre punta ad informare i propri lettori sulle tematiche che interessano gli investitori e la sostenibilità e la responsabilità sociale di impresa sono indubbiamente tra queste.

Installazione di pannelli fotovoltaici

Tra i criteri valutati per stilare la classifica ci sono la riduzione delle emissioni inquinanti e l’utilizzo di energie rinnovabili © Kevin Frayer/Getty Images

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO di LORENZO BRENNA su Lifegate.it

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