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“SI alle Energie Rinnovabili, NO al Nucleare”  -  " Movimento Ecologista"

"Commissione scientifica sul Decommissioning degli impianti nucleari"

La gestione dei rifiuti radioattivi e i documenti del governo

Sala del Primaticcio – Palazzo Firenze, Roma, 27 Maggio 2016

 

 

 

 

Massimo Scalia (Presidente Comitato scientifico): “L’iter per il deposito nazionale

Roberto Mezzanotte: “Programma nazionale e rapporto preliminare: riflessioni e domande”

Lamberto Matteocci (Dip. Nucleare, ISPRA): “Regolamentazione e controllo della gestione dei rifiuti radioattivi dalla generazione allo smaltimento

Pasquale Stigliani (ScanZiamo le Scorie): “Il programma nazionale e la risposta del territorio”

Alessandro Bratti e Roberto Mezzanotte: “L'attività di inchiesta della Commissione Bicamerale sul Decomissioning” 


DIFENDI IL TUO MARE! AL REFERENDUM DEL 17 APRILE 2016 VOTA “SÌ”!
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Il referendum del 17 aprile 2016

Il prossimo 17 aprile si terrà un referendum popolare. Si tratta di un referendum abrogativo, e cioè di uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che la Costituzione italiana prevede per richiedere la cancellazione, in tutto o in parte, di una legge dello Stato. Perché la proposta soggetta a referendum sia approvata occorre che vada a votare almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto e che la maggioranza dei votanti si esprima con un “Sì”. Hanno diritto di votare al referendum tutti i cittadini italiani che abbiano compiuto la maggiore età. Votando “Sì” i cittadini avranno la possibilità di cancellare la norma sottoposta a referendum. 

Dove si voterà? 

Si voterà in tutta Italia e non solo nelle Regioni che hanno promosso il referendum. Al referendum potranno votare anche gli italiani residenti all’estero.

Quando si voterà?

Sarà possibile votare per il referendum soltanto nella giornata di domenica 17 aprile. Cosa si chiede esattamente con il referendum del 17 aprile 2016? Con il referendum del 17 aprile si chiede agli elettori di fermare le trivellazioni in mare. In questo modo si riusciranno a tutelare definitivamente le acque territoriali italiane. Nello specifico si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti
di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa. Se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere occorre votare “Sì” al referendum. In questo modo, le attività petrolifere andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni.

Qual è il testo del quesito?

Il testo del quesito è il seguente: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell'art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».

È possibile che qualora il referendum raggiunga la maggioranza dei “Sì” il risultato venga poi “tradito”?

A seguito di un eventuale esito positivo del referendum, il Parlamento o il Governo non potrebbero modificare il risultato ottenuto. La cancellazione della norma che al momento consente di estrarre gas e petrolio senza limiti di tempo sarebbe immediatamente operativa. L’obiettivo del referendum è chiaro e mira a far sì che il divieto di estrazione entro le 12 miglia marine sia assoluto. Come la Corte costituzionale ha più volte precisato, il Parlamento non può successivamente modificare il risultato che si è avuto con il
referendum, altrimenti lederebbe la volontà popolare espressa attraverso la consultazione referendaria. Qualora però non si raggiungesse il quorum previsto perché il referendum sia valido (50% più uno degli aventi diritto al voto), il Parlamento potrebbe fare ciò che vuole: anche prevedere che si torni a cercare ed estrarre gas e petrolio ovunque.

È vero che se vincesse il “Sì” si perderebbero moltissimi posti di lavoro?

Un’eventuale vittoria del “Sì” non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno. Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, ogni attività petrolifera in corso. Prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli italiani sono chiamati alle urne il prossimo 17 aprile, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di trenta anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione. Oggi non è più così: se una società petrolifera ha ottenuto una concessione nel 1996 può – in virtù di quella norma – estrarre fino a quando lo desideri. Se, invece, al referendum vincerà il “Sì”, la società petrolifera che ha ottenuto una concessione nel 1996 potrà estrarre per dieci anni ancora e basta, e cioè fino al 2026. Dopodiché quello specifico tratto di mare interessato dall’estrazione sarà libero per sempre. 

L’Italia dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dall’estero. Non sarebbe opportuno, al contrario, investire nella ricerca degli idrocarburi e incrementare l’estrazione di gas e petrolio?

L'aumento delle estrazioni di gas e petrolio nei nostri mari non è in alcun modo direttamente collegato al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale. Gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato dà in concessione a società private – per lo più straniere – la possibilità di sfruttare i giacimenti esistenti. Questo significa che le società private divengono proprietarie di ciò che viene estratto e possono disporne come meglio credano: portarlo via o magari rivendercelo. Allo Stato esse sono tenute a versare solo un importo corrispondente al 7% del valore della quantità di petrolio estratto o al 10% del valore della quantità di gas estratto. Non tutta la quantità di petrolio e gas estratto è però soggetta a royalty. Le società petrolifere non versano niente alle casse dello Stato per le prime 50.000 tonnellate di petrolio e per i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti ogni anno e godono di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo. Nell’ultimo anno dalle royalty provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati
alle casse dello Stato solo 340 milioni di euro.

Il rilancio delle attività petrolifere non costituisce un’occasione di crescita per l’Italia?

Secondo le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico effettuate sulle riserve certe e a fronte dei consumi annui nel nostro Paese, anche qualora le estrazioni petrolifere e di gas fossero collegate al fabbisogno energetico nazionale, le risorse rinvenute sarebbero comunque esigue e del tutto insufficienti. Considerando tutto il petrolio presente sotto il mare italiano, questo sarebbe appena sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale di greggio per 8 settimane. La ricchezza dell’Italia è, in verità, un’altra: per esempio il turismo, che contribuisce ogni anno circa al 10% del PIL nazionale, dà lavoro a quasi 3 milioni di persone, per un fatturato di circa 160 miliardi di euro; la pesca, che si esercita lungo i 7.456 km di costa entro le 12 miglia marine, produce circa il 2,5% del PIL e dà lavoro a quasi 350.000 persone; il patrimonio culturale, che vale 5,4% del PIL e che dà lavoro a circa 1 milione e 400.000 persone, con un fatturato annuo di circa 40 miliardi di euro; il comparto agroalimentare, che vale l’8,7% del PIL, dà lavoro a 3 milioni e 300.000 persone con un fatturato annuo di 119 miliardi di euro e che nel solo 2014 ha conosciuto l’esportazione di prodotti per un fatturato di circa 34,4 miliardi di euro; e soprattutto la piccola e media impresa, che conta circa 4,2 milioni di piccole e medie “industrie” (e, cioè, il 99,8% del totale delle industrie italiane), e che costituisce il vero motore dell’intero sistema economico nazionale: tali imprese assorbono l'81,7% del totale dei lavoratori del nostro Paese, generano il 58,5% del valore delle esportazioni e contribuiscono al 70,8% del PIL. Il solo comparto manifatturiero, che conta circa 530.000 aziende, occupa circa 4,8 milioni di addetti, fattura 230 miliardi di euro l’anno, equivalente al 13% del PIL nazionale, e contribuisce al totale delle esportazioni del Made in Italy nella misura del 53,6%.


Però gli italiani utilizzano sempre di più la macchina per spostarsi. Non è un controsenso?

Ciò che si estrae in Italia non è necessariamente destinato alla produzione del carburante per le autovetture ed ancor meno per quelle in circolazione nel nostro Paese. Ad ogni modo, gli italiani si trovano spesso costretti ad utilizzare l'auto di proprietà.
A fronte di un sistema di trasporti pubblici gravemente lacunoso non hanno praticamente scelta. In alcuni Paesi del Nord Europa l’utilizzo dell'auto privata è spesso avvertito come un “peso” e ritenuto economicamente non vantaggioso.
Le cose andrebbero diversamente se si perseguisse una seria politica dei trasporti pubblici. Secondo l’Unione europea, rispetto agli altri Stati membri, l’Italia è al riguardo agli ultimi posti.

Cosa ci si attende?


Il voto referendario è uno dei pochi strumenti di democrazia a disposizione dei cittadini italiani ed è giusto che i cittadini abbiano la possibilità di esprimersi anche sul futuro energetico del nostro Paese. Nel dicembre del 2015 l’Italia ha partecipato alla Conferenza ONU sui cambiamenti climatici tenutasi a Parigi, impegnandosi, assieme ad altri 185 Paesi, a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi e a seguire la strada della decarbonizzazione.
Fermare le trivellazioni in mare è in linea con gli impegni presi a Parigi e contribuirà al raggiungimento di quell’obiettivo. È necessario, nel frattempo, affrontare il problema della transizione energetica, puntando anche sul risparmio e sull’efficienza energetica e investendo da subito nel settore delle energie rinnovabili, che potrà generare progressivamente migliaia di nuovi posti di lavoro. Il tempo delle fonti fossili è scaduto: è ora di aprire ad un modello economico alternativo.

Perché questo referendum?

Per tutelare i mari italiani, anzitutto. Il mare ricopre il 71% della superficie del Pianeta e svolge un ruolo fondamentale per la vita dell’uomo sulla terra. Con la sua enorme moltitudine di esseri viventi vegetali e animali – dal fitoplancton alle grandi balene –
produce, se in buona salute, il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe fino ad 1/3 delle emissioni di anidride carbonica prodotta dalle attività antropiche. La ricerca e l’estrazione di idrocarburi ha un notevole impatto sulla vita del mare: la
ricerca del gas e del petrolio attraverso la tecnica dell’airgun incide, in particolar modo, sulla fauna marina: le emissioni acustiche dovute all’utilizzo di tale tecnica può elevare il livello di stress dei mammiferi marini, può modificare il loro comportamento e indebolire il loro sistema immunitario. Ricerca e trivellazioni offshore costituiscono un rischio anche per la pesca. Le attività di prospezione sismica e le esplosioni provocate dall’uso dell’airgun possono provocare danni diretti a un’ampia gamma di organismi marini – cetacei, tartarughe, pesci, molluschi e crostacei – e alterare la catena trofica. Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un incidente anche di piccole dimensioni potrebbe mettere a repentaglio tutto questo.
Un eventuale incidente – nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio – sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine sull’ambiente, la qualità della vita e con gravi ripercussioni gravissime
sull’economia turistica e della pesca.

Scenari alternativi. Una lettura critica del World Energy Outlook 2006 - Febbraio 2008

Nucleare? Ideologia e affari - Luglio 2008

Cavalleria polacca e carri armati. Informazione e comunicazione energetiche. Possono essere una babele di parte? - Ottobre 2008

Una nuova Bretton Woods - Dicembre 2008

Un green new deal - Gennaio 2009

Verso un nuovo ordine mondiale - Dicembre 2009

Cancun: i dubbi di Candide - Ottobre 2010

Risparmio energetico: in hoc signo vinces, parola di Confindustria - Dicembre 2010

E’ ora che i responsabili delle balle atomiche facciano molti passi indietro - Giugno 2011

Carbone nel delta - Ottobre 2011

Qualità della vita contro la crisi. Serve un passaggio dalla cultura della quantità a quella della qualità - Dicembre 2011

La svolta verde dell’economia  - Settembre/Ottobre 2012

Ricordo di Marcello Cini - Dicembre 2012

La lunga coda dell’atomo - Maggio 2013

I Paesaggi della Bellezza - Ottobre 2013

Sportelli per le rinnovabili - Dicembre 2013

Cambiamenti di sistema - Febbraio 2014

Forza Europa - Giugno 2014

La “terza guerra mondiale” e il Glass-Steagall Act - Ottobre 2014

Verso il punto di non ritorno - Dicembre 2014

Clima di rottura. In Italia l’indifferenza della politica verso il clima, l’ecologia e i beni comuni è sconcertante - Febbraio 2015

Energia, acqua, terra, clima. Ed Expo? - Giugno 2015

L'ecologia del Creato. L’enciclica papale “Laudato si’” offre molti spunti di lettura. Eccone alcuni - Ottobre 2015

A Parigi, giù la maschera Candide - Dicembre 2015

Il fascino del BEM (Massimo Scalia, Massimo Sperini) - Maggio 2014

Il danno dell'elettrone (Massimo Scalia, Massimo Sperini) - Maggio 2015

Climalteranti.it » Clima: l’appello degli scienziati italiani

I cambiamenti climatici costituiscono per la comunità internazionale una delle sfide più complesse e importanti, le cui conseguenze negative hanno un’elevata rilevanza per economie e società, non solo per l’ambiente. Allo stesso tempo, rappresentano anche un’opportunità per rinnovare i sistemi economici  e introdurre innovazioni tecnologiche e sociali.
Il Quinto Rapporto di Valutazione sui Cambiamenti Climatici dell’IPCC, la più esaustiva e aggiornata raccolta delle conoscenze scientifiche sul clima, contiene un’ampia collezione di dati, informazioni e risultati sui quali converge un consenso condiviso all’interno della comunità scientifica.
I principali risultati possono essere riassunti nel modo seguente:
 

 

Climalteranti.it » Cinque punti fermi sull’Accordo di Parigi

Sono uscite decine di analisi interessanti che meriterebbero riflessioni approfondite. Ad esempio, questa magnifica spiegazione interattiva realizzata da Carbon Brief sugli aspetti salienti dell’accordo di Parigi, questo articolo su Science, la sintesi dell’UNFCCC sugli INDC, le analisi del PBL e dell’UNEP o questa intervista al ex co-chair del WG3 dell’IPCC, Ottmar Edenhofer. Come fatto per tante altre COP, forniamo qui di seguito un riassunto basilare su cinque punti fermi che possono aiutare a capire gli aspetti essenziali dell’accordo di Parigi. Il rischio che la conferenza fallisca interamente, finendo per non approvare nulla al di fuori delle annuali decisioni di ogni COP, sembra al momento molto basso.
 
 

 

Alberta’s new climate plan includes economy wide carbon tax in 2017 - Climate Policy Observer

The Canadian oil sands province of Alberta adopted a plan to reduce its GHG emissions. Rachel Notley, Premier of Alberta, announced a new climate strategy at a press conference in Edmonton on Sunday (Nov. 22). The main feature of Alberta’s Climate Leadership Plan, based on the advice of the Climate Change Advisory Panel, is the introduction of an economy wide carbon tax. Starting in 2017, the new carbon tax will be applied across all economic sectors, covering around 90% of provincial emissions. The price will begin at 20 Canadian dollars (C$) per ton on January 1, 2017, jump to C$30 per ton on January 1, 2018, and increase in real terms thereafter.

 

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Roma, 22 ottobre 2015                                                                                comunicato stampa  

Tutti in marcia con il pallino del clima

La Coalizione italiana per il clima invita tutti alla mobilitazione. Con un unico pallino: il clima.

Il 23, 24 e 25 ottobre sono le prime tre giornate scelte per scendere in campo, in tutti i territori d’Italia, e prepararsi anche alla grande marcia internazionale, la Global Climate March, che il 29 novembre, alla vigilia dell’apertura dei lavori della COP21, si svolgerà in centinaia di piazze del mondo.

La Coalizione italiana per il clima, a cui ha aderito un centinaio di organizzazioni, è nata con l’obiettivo di sensibilizzare quante più persone possibile sulla lotta ai cambiamenti climatici, in vista della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si svolgerà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre.

Noi abbiamo il pallino del clima perché ci riguarda, perché ridurre le emissioni di gas serra è possibile, perché crediamo nelle energie rinnovabili, perché i cambiamenti climatici hanno già colpito i più deboli, perché i cambiamenti climatici tra 10 anni potrebbero causare 50 milioni di profughi, perché ci si è inondata la cantina, perché lo scioglimento dei ghiacciai può sconvolgere il mondo. E tu?

Il 23, 24 e 25 ottobre sono previsti flash mob e tante iniziative per confrontarsi su salute, energia, gestione delle risorse e modelli di sviluppo. Occasioni diverse d’informazione ai cittadini e di riflessione sugli impatti concreti dei cambiamenti climatici, anche in Italia e sul valore di questa Conferenza sul Clima in cui i governanti dovranno prendere decisioni fondamentali per la febbre del pianeta.

In oltre 20 anni i negoziati sul clima non sono riusciti a produrre un accordo ambizioso ed equo che garantisca la tutela del pianeta dall’innalzamento della temperatura globale e giustizia climatica per tutti. Chiediamo che a Parigi venga sottoscritto un accordo vincolante per la riduzione dei gas serra e per rafforzare i territori più vulnerabili.

Le iniziative della Coalizione sono consultabili su www.coalizioneclima.it

#ClimateMarch          @CoalizioneClima      FB: Coalizione Clima

World Bank and IMF in Lima pledge to increase climate finance - Climate Policy Observer

The Annual Meeting of the World Bank Group and International Monetary Fund came to a close in Lima, Peru, on Sunday (Oct. 11). Focus of the Meeting was addressing the obstacles to the World Bank’s twin goals: ending extreme poverty and boosting shared prosperity, considering global issues such as climate change, weak global growth and ongoing crises in fragile states.

On Friday (Oct. 9) France and Peru – the incoming and current UNFCCC COP Presidencies – organized a Climate Finance Ministerial meeting, aimed at evaluating the progress made by developed nations towards the USD 100 billion goal and at identifying the efforts needed to encourage and reorient further finance flows.

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NATO urges members to address security risks posed by climate change - Climate Policy Observer

The NATO Parliamentary Assembly on Monday (Oct. 12) adopted a resolution on climate change and international security, urging members of the North Atlantic Alliance to reach an “ambitious” climate agreement in Paris this year and to “fully recognize climate change-related risks as significant threat multipliers in their foreign and security policies”.

The resolution 427 [pdf: Resolution 427 on Climate Change and International Security, Oct. 12, 2015] was adopted at the annual session of NATO Parliamentary Assembly in Stavanger, Norway, together with other 7 resolutions addressing NATO’s stance towards terrorism threats, the Ukraine-Russia conflict and the current crises in the Middle East and North Africa.

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People's climate summit in Bolivia calls for climate justice and equity in Paris deal - Climate Policy Observer

The World People’s Conference on Climate Change and the Defence of Life closed on Monday (Oct. 12) in Tiquipaya, Bolivia. The two-days event was organized by Bolivian President Evo Morales to discuss “the threats of capitalism against life, climate change and the construction of Living Well”, and to raise attention on key-issues related to the divide between rich and poor countries, such as indigenous rights, the loss and damage mechanism, the inclusion of climate justice and equity provisions in the new agreement to be agreed at COP21 in Paris.

It was the second event of this kind organized by the Bolivian government, that in 2010 hosted the World People’s Conference on Climate Change and the Rights of Mother Earth.

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