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Martedì, 01 Agosto 2017 12:09

Addio Nicola, la tua vita come un film

Nicola Cipolla ci ha lasciato domenica 30 luglio, ci associamo al dolore dei famigliari, delle compagne e dei compagni, dei militanti che tanto lo hanno apprezzato nella sua lunga e impegnata vita.

Vogliamo ricordarlo con alcuni contributi apparsi oggi su il manifesto, a partire dal ricordo di Emanuele Macaluso, da cui abbiamo preso il titolo, dal saluto del collettivo del manifesto, e dall'articolo di Anna Bucca, attuale presidente del Cepes - fondato nel 1982 sulla base di una intuizione di Pio La Torre - al quale Nicola ha dedicato tante energie sapendo coniugare i valori migliori del movimento operaio e di sinistra con quelli ambientalisti.

Nel suo «Diario di un socialcomunista siciliano», Nicola ha raccontato decenni di lotte da leader sindacale, del Pci e poi da ambientalista.

Con Nicola Cipolla e col Cepes anche l'Associazione "Si alle Rinnovabili No al Nucleare" ha spesso collaborato, ricordiamo solo l'appello per salvare il pianeta dal riscaldamento globale, proposto da Nicola poco tempo prima della COP 21.

 

Appello per salvare il pianeta dal riscaldamento globale
 

L’IPCC (Intergovernmental panel on climate change) organo dell’Onu ha pubblicato tra la fine del 2013 e il marzo 2014 in piena campagna elettorale per le elezioni europee il suo V rapporto sul clima. Con il I rapporto di 25 anni fa questa istituzione, che si avvale di oltre 2500 scienziati e centri di ricerca in tutto il mondo, aveva avviato un processo di confronto tra gli Stati che aveva portato, nel 1997, all'accordo di Kyoto, firmato da Clinton, ma non ratificato dal Congresso americano, e revocato da George Bush jr.
Il 16 febbraio del 2005, dopo che era stato raggiunto il quorum necessario, è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto. In piena epoca neoliberista, questi trattati imponevano però vincoli e interventi pubblici per ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera e sviluppare le energie rinnovabili in sostituzione di quelle fossili. Dall’obbligo di rispettare i limiti degli accordi di Kyoto erano esclusi i paesi in via di sviluppo. In queste condizioni gli effetti degli accordi sono stati insufficienti a bloccare l’aumento complessivo delle emissioni climalteranti. Il V rapporto dice, infatti, che nei primi dieci anni del secolo l’incremento delle emissioni dannose per il clima è stato tale da anticipare al 2030 rispetto al 2050, come previsto nel I rapporto, il raggiungimento del punto oltre il quale non sarà più possibile limitare il riscaldamento globale entro i due gradi centigradi e le conseguenze in termini di vite umane e di costi per l’economia mondiale diventeranno incalcolabili. Stiamo già vivendo da tempo, infatti, il drammatico passaggio dalla stabilità all’instabilità climatica come testimoniano purtroppo ormai innumerevoli fenomeni climatologici, meteorologici e
biologici; “Inevitabili le sorprese”, ammoniva già dal 2002 il rapporto “Abrupt Climate Change” del NRC dell’Accademia delle Scienze Usa.
L’Europa è stata la prima a lanciare, coi suoi tre 20% al 2020, la sfida per far fronte al cambiamento climatico, raccogliendo gli appelli che la comunità scientifica internazionale aveva rivolto ai grandi decisori politici, sia al G8 di Gleaneagles (2005) che a quello di S.Pietroburgo (2006), con la perentoria richiesta di una “prompt action” contro il global warming. Negli ultimi anni, però, si è registrata una involuzione dell’attenzione nei riguardi del problema climatico ed ambientale, con direttive e scelte politiche di stampo neoliberista e con l’affermarsi di un’austerity, i cui nefasti effetti generali cominciano finalmente a essere oggetto di critiche e di proposte alternative. In particolare, è stata richiesta agli stati membri la privatizzazione di quegli enti pubblici energetici che in passato avevano realizzato, specie in Italia, l’elettrificazione del paese a costi relativamente convenienti. Queste direttive della UE sono state sostenute in Italia sia dal governo Berlusconi sia da Monti e Letta ed ora dal governo Renzi. E così, malgrado il grande
successo dell’adozione in Italia del sistema degli incentivi per le energie rinnovabili – l’Italia ai primi posti nel mondo con il 7% del fabbisogno elettrico nazionale coperto dalla fonte solare, e oltre 170.000 posti di lavoro – si è arrivati non solo al blocco degli incentivi, ma addirittura a promuovere le ricerche di idrocarburi, con trivellazioni sia off shore che su tutto il territorio nazionale, e, attraverso la questione dell’“interrompibilità” del servizio elettrico, al tentativo di riconoscere una remunerazione alla capacità
produttiva delle centrali elettriche da fonte fossile. In un quadro poi in cui l’offerta di potenza elettrica – 118 GW (2013), più che doppia della domanda di punta – favorisce sprechi, in barba agli obiettivi di efficientamento, e il mantenimento di un prezzo “politico” a favore delle industrie energivore. L’ex ministro del governo Monti, ma soprattutto per 25 anni onnipotente direttore generale del ministero dell’ambiente, Corrado Clini, è stato sottoposto ad arresti domiciliari e a procedimenti giudiziari analogamente a quanto avvenuto poi per l’EXPO e per il MOSE.
Bisogna cambiare strada e rompere l'omertà su questi temi, che toglie informazione e possibilità di scelta ai cittadini! Serve urgentemente una strategia energetica che permetta di scongiurare i pericoli denunciati dal V rapporto dell'IPCC. Occorre a livello nazionale una mobilitazione di tutte le forze sociali e politiche perché i tre 20% della UE, e nuovi obiettivi vincolanti per il 2030, siano promossi, anche al di là di quanto viene previsto dal burden sharing nei piani regionali. Perché il Governo si adoperi in questo senso con un ruolo di coordinamento e di supporto economico-industriale. Perché ogni amministrazione pubblica, ente o istituzione, come anche ogni azienda, fino ai singoli cittadini, sia messa in grado di promuovere l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, con l’obiettivo quantitativo di raggiungere il 100% di sostituzione dei fossili a partire dal comparto elettrico e con quello, qualitatitivo, di decisioni in campo energetico sempre più vicine ai cittadini o da loro stessi praticate, fino all’autogestione.
Occorre poi a livello europeo porre al centro del progetto del nuovo governo della UE l’affermazione contenuta nell’appello del 2012 dal titolo: “Per l’Europa! - Manifesto per una rivoluzione unitaria” del Verde Daniel Cohn-Bendit e del liberale Guy Verhofstadt, presidente del gruppo Alleanza dei Democratici, che di fronte all’attuale crisi, dice testualmente: “Non affidiamoci solo al rigore di bilancio, e investiamo ugualmente in una nuova crescita. La sola austerità non ci farà mai uscire dalla crisi. Una trasformazione
completa del nostro modo di produzione sarà il motore della nuova crescita europea. Una crescita che oggi dipende per intero dai combustibili fossili. La crescita del futuro dovrà, al contrario, basarsi sulle energie non fossili. Questo ci permetterà di «prendere tre piccioni con una fava»: contribuire in modo significativo ad una effettiva diminuzione dei gas a effetto serra, stimolare una crescita economica duratura, reinserire l’Europa fra i leader economici mondiali”. Affermazioni che il V rapporto dell'IPCC rafforza.
Questo permetterebbe all’Europa di attenuare prima e annullare poi il ricatto energetico del gas di Putin o dello shale gas di Obama, dell’umiliante rapporto di dipendenza con regimi feudali o illiberali, come l’Arabia Saudita e il Kazakistan, contribuendo per questa via ad eliminare le principali cause di conflitti in atto, che rischiano di riportare l’umanità all’epoca della guerra fredda o, peggio, di configurare prospettive, drammatiche, ancor più immanenti dello stesso sconvolgimento climatico.
Seguono le firme:
Primi firmatari:
Nicola Cipolla
Pierluigi Adami
Mario Agostinelli
Franco Argada
Vittorio Bardi
Paolo Bartolomei
Mauro Bulgarelli
Giovanni Carrosio
Massimo De Santi
Paolo Ferrero
Giovanni Galluccio
Alfiero Grandi
Antonella Leto
Oscar Mancini
Gianni Mattioli
Emilio Molinari
Roberto Musacchio
Gianni Naggi
Giorgio Parisi
Rosa Rinaldi
Debora Rizzuto
Massimo Scalia
Alex Sorokin
Giovanna Tinè
Ettore Torregiani
Umberto Zona

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Renzi rilancia il Ponte sullo Stretto e punta ai voti di «Caronte»

Stefano Folli su Repubblica di giovedì 29 settembre u.s. in un articolo dal titolo: «Il Premier e il Ponte verso chi vota a destra» afferma che la riscoperta di Renzi del Ponte sullo Stretto è un «simbolo» rivolto ad acquisire un migliore accoglimento della sua politica da parte della destra berlusconiana che ha assunto un atteggiamento formalmente contrario per quanto riguarda il voto del referendum del 4 dicembre.

Il ragionamento di Folli è certamente molto interessante e su questa linea si muovono i commentatori di altri quotidiani nazionali e locali.

Ma rispetto a questa visione di carattere generale, io credo, che l’obiettivo principale di Renzi con la proposta del Ponte è di acquisire l’adesione al voto del 4 dicembre del parlamentare Francantonio Genovese, più volte inquisito e incarcerato, che in atto dirige Forza Italia nella provincia di Messina e in gran parte della Sicilia orientale, dopo avere attraversato tanti partiti dalla Dc a La Margherita, al Pd di cui è stato anche dirigente regionale fino al 2015 e finalmente approdato al partito di Berlusconi.

Basta leggere la sua biografia pubblicata su Wikipedia. Genovese fa parte di un gruppo di potere messinese che ha come sua base principale la Società Caronte che ha acquisito un quasi monopolio del traghettamento tra Messina Villa san Giovanni e Reggio Calabria con particolare riferimento al trasporto su ruote enormemente aumento negli ultimi decenni con gravi conseguenze anche sul traffico cittadino della città di Messina.

Le Ferrovie dello Stato avevano progettato di far affluire il traffico attraverso lo Stretto a partire da un impianto lungo la costiera sud di Messina capace di effettuare il tragitto in 40 minuti (rispetto ai 20 previsti per l’attraversamento con il Ponte). Questo progetto di grande prospettiva economica ed ambientale è stato bloccato dai vari governi che si sono succeduti con l’argomento che la costruzione del ponte avrebbe reso inutile questo investimento.

Per cinquant’anni gli annunci dei vari governo che si sono succeduti in Italia sono serviti soltanto a difendere lo status quo favorevole sempre più al Gruppo di potere di cui Genovese è il rappresentante politico che sta allargando la propria influenza come è avvento il 24 marzo del 2016 con l’assorbimento della Siremar nata pubblica e poi privatizzata. Però i messinesi nelle ultime elezioni comunali del 2013 hanno sconfitto sonoramente il candidato del PD, Felice Calabrò, sostenuto da Genovese, a favore di Renato Accorinti tra i fondatori del Movimento No Ponte.

Nicola Cipolla è presidente del Cepes – Centro Studi rosso-verde fondato da Pio La Torre

 

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Trivelle. Dai risultati del referendum, una radiografia tra due opposti modelli di economia. La schizofrenia di Pd e Cgil: in una città hanno fatto campagna astensionista, nell’altra, invece, hanno spinto i cittadini al voto.

La stampa siciliana, all’indomani dei risultati del referendum sulle trivelle, ha messo, giustamente, l’accento sull’Alfa e l’Omega dei controversi risultati della consultazione nell’isola: Gela con il record negativo dei votanti (15%) e Sciacca, scopertasi capitale siciliana del fronte antitrivelle con quasi il 54% di partecipazione, ben al di sopra del quorum. Gli altri comuni hanno ottenuto risultati variabili con affermazioni molto vicine al quorum soprattutto nei comuni dove si è sviluppato nel 2011 il grande movimento del “Forum Siciliano per l’acqua pubblica e i beni comuni” che ha portato all’approvazione in Sicilia di una legge sull’acqua pubblica per gli usi civili osteggiata nella sua applicazione dal governo Renzi e dai suoi rappresentanti nell’isola.

Sciacca e Gela, a poche decine di chilometri l’una dall’altra sulla costa meridionale della Sicilia, a metà del secolo scorso hanno scelto due linee di sviluppo alternative. Sciacca, assieme a Ribera e Menfi, ha puntato sull’irrigazione delle dighe dell’Ese, sullo sviluppo della viticoltura e, quindi, sulle cantine sociali con migliaia di soci e su un’agricoltura avanzata analoga a quella che, all’altra estremità sud dell’isola, a Vittoria, si sviluppava attraverso l’irrigazione e le serre. Nel 1963, poi, ad iniziativa dell’amministrazione comunale socialcomunista, quello che era un modesto approdo, con poche decine di barche da pesca, fu trasformato in un moderno porto che oggi accoglie 150 grandi pescherecci e costituisce una quota importante dell’occupazione e del Pil, in collegamento anche con lo sviluppo del turismo, con colossi come la francese “Rocco Forte” e il gruppo inglese “Aeroviaggi”, ma soprattutto con una rete di 200 B&B e case vacanza. Delle tredici richieste di perforazione presentate nello specchio d’acqua antistante Sciacca, undici sono state già archiviate a furor di popolo e per le altre due (della francese Schlumberger e della inglese Northern Petroleum) è in corso una battaglia che dura ormai da parecchi anni anche perché c’è memoria di uno sversamento a mare di prodotti petroliferi. Questa situazione ha fatto in modo che tutte le forze politiche presenti a Sciacca, oltre i movimenti e le associazioni, da Forza Italia a Ncd, dall’attuale sindaco Di Paola (principale collaboratore di Alfano), al M5S, alla corrente renziana del Pd e naturalmente a Sel e a Rifondazione comunista, hanno determinato la straordinaria partecipazione al voto del referendum.

Il discorso è rovesciato a Gela dove uno sviluppo analogo a quello di Vittoria e di Sciacca, Menfi e Ribera è stato bloccato dall’iniziativa di Mattei. Nei primi anni ’50, infatti, l’Agip-Eni scelse Gela per costruire raffineria e impianti petrolchimici su circa tremila ettari di latifondo che era stato proprio assegnato, attraverso le lotte per la Riforma agraria, a circa 1.500 braccianti e contadini poveri.

Gli assegnatari, contro il parere della Cgil e della Confederterra, furono indotti da Mattei a cedere le loro quote in cambio di un milione di vecchie lire (una tantum) e soprattutto dell’impegno, realizzato, di occupare nella nuova industria almeno un componente della famiglia degli assegnatari. Lo sviluppo del petrolchimico condizionò inevitabilmente il modello di sviluppo di tutta la zona ed impedì, per circa 60 Km ad est e ovest di Gela, la crescita di un’economia analoga a quella di Vittoria e di Sciacca. Ora, dopo la privatizzazione e l’entrata in crisi del sistema petrolifero, con la caduta del prezzo di oltre il 50%, l’Eni ha deciso di chiudere l’ultimo residuo del vecchio petrolchimico ridotto ad una raffineria del micidiale residuo velenoso il pet coke della raffineria oggi “Lukeoil” di Priolo. Queste vicende spiegano che a poche decine di km di distanza gli stessi partiti politici e organizzazioni sindacali che a Sciacca si sono uniti, senza distinzioni di destra e sinistra, contro le trivellazioni si sono ritrovate, sotto la guida di Crocetta, ex funzionario dell’Eni, ad invitare all’astensionismo che ha portato Gela al clamoroso risultato negativo. Mentre a Sciacca, seguendo la linea promossa dalla Fiom di Landini, la CdL e tutti i sindacati si schieravano sul fronte anti trivelle, a Gela con l’ intervento, anche personale, di Emilio Miceli, segretario nazionale della Cgil chimici, il sindacato è stato il promotore principale dell’astensionismo. Da notare che le uniche formazioni politiche che hanno mantenuto lo stesso atteggiamento sia a Sciacca che Gela sono Sel e Rifondazione comunista, da un lato e M5S dall’altro che ha perfino espulso il sindaco di Gela, Domenico Messinese, eletto nel 2015 nella sua lista.

La manovra di Renzi, i tempi abbreviati per il referendum e il cedimento sulla parte essenziale delle proposte referendarie (che costituisce però, se confermato, un successo del movimento) hanno portato ai risultati contraddittori del 17 aprile.

Ma ora, in vista dei referendum costituzionali (senza quorum) e di quelli tematici (sulla scuola, contro il jobs act ed ora, ad iniziativa dei sindacati, sulle leggi che regolano il rapporto di lavoro) la Cgil della Camusso, dovrà trovare l’accordo tra Landini e i chimici di Miceli se vuole riuscire a raggiungere gli obiettivi che si è prefissa.
Ad urne chiuse il risultato del referendum apre alle forze di progresso e ambientaliste della Sicilia una nuova prospettiva sul futuro: sfruttare il sole del Mediterraneo, per fare diventare l’isola, con i poteri del suo Statuto autonomo, il centro propulsore dello sviluppo economico, democratico e pacifico dell’intera area mediterranea secondo l’ispirazione di papa Francesco ed ora dell’Onu che ha recepito integralmente i risultati della Conferenza sul clima, COP 21 di Parigi.

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L’IPCC (Intergovernmental panel on climate change) organo dell’Onu ha pubblicato tra la fine del 2013 e il marzo 2014 in piena campagna elettorale per le elezioni europee il suo V rapporto sul clima. Con il I rapporto di 25 anni fa questa istituzione, che si avvale di oltre 2500 scienziati e centri di ricerca in tutto il mondo, aveva avviato un processo di confronto tra gli Stati che aveva portato, nel 1997, all'accordo di Kyoto, firmato da Clinton, ma non ratificato dal Congresso americano, e revocato da George Bush jr.
Il 16 febbraio del 2005, dopo che era stato raggiunto il quorum necessario, è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto. In piena epoca neoliberista, questi trattati imponevano però vincoli e interventi pubblici per ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera e sviluppare le energie rinnovabili in sostituzione di quelle fossili. Dall’obbligo di rispettare i limiti degli accordi di Kyoto erano esclusi i paesi in via di sviluppo. In queste condizioni gli effetti degli accordi sono stati insufficienti a bloccare l’aumento complessivo delle emissioni climalteranti. Il V rapporto dice, infatti, che nei primi dieci anni del secolo l’incremento delle emissioni dannose per il clima è stato tale da anticipare al 2030 rispetto al 2050, come previsto nel I rapporto, il raggiungimento del punto oltre il quale non sarà più possibile limitare il riscaldamento globale entro i due gradi centigradi e le conseguenze in termini di vite umane e di costi per l’economia mondiale diventeranno incalcolabili. Stiamo già vivendo da tempo, infatti, il drammatico passaggio dalla stabilità all’instabilità climatica come testimoniano purtroppo ormai innumerevoli fenomeni climatologici, meteorologici e
biologici; “Inevitabili le sorprese”, ammoniva già dal 2002 il rapporto “Abrupt Climate Change” del NRC dell’Accademia delle Scienze Usa.
L’Europa è stata la prima a lanciare, coi suoi tre 20% al 2020, la sfida per far fronte al cambiamento climatico, raccogliendo gli appelli che la comunità scientifica internazionale aveva rivolto ai grandi decisori politici, sia al G8 di Gleaneagles (2005) che a quello di S.Pietroburgo (2006), con la perentoria richiesta di una “prompt action” contro il global warming. Negli ultimi anni, però, si è registrata una involuzione dell’attenzione nei riguardi del problema climatico ed ambientale, con direttive e scelte politiche di stampo neoliberista e con l’affermarsi di un’austerity, i cui nefasti effetti generali cominciano finalmente a essere oggetto di critiche e di proposte alternative. In particolare, è stata richiesta agli stati membri la privatizzazione di quegli enti pubblici energetici che in passato avevano realizzato, specie in Italia, l’elettrificazione del paese a costi relativamente convenienti. Queste direttive della UE sono state sostenute in Italia sia dal governo Berlusconi sia da Monti e Letta ed ora dal governo Renzi. E così, malgrado il grande
successo dell’adozione in Italia del sistema degli incentivi per le energie rinnovabili – l’Italia ai primi posti nel mondo con il 7% del fabbisogno elettrico nazionale coperto dalla fonte solare, e oltre 170.000 posti di lavoro – si è arrivati non solo al blocco degli incentivi, ma addirittura a promuovere le ricerche di idrocarburi, con trivellazioni sia off shore che su tutto il territorio nazionale, e, attraverso la questione dell’“interrompibilità” del servizio elettrico, al tentativo di riconoscere una remunerazione alla capacità
produttiva delle centrali elettriche da fonte fossile. In un quadro poi in cui l’offerta di potenza elettrica – 118 GW (2013), più che doppia della domanda di punta – favorisce sprechi, in barba agli obiettivi di efficientamento, e il mantenimento di un prezzo “politico” a favore delle industrie energivore. L’ex ministro del governo Monti, ma soprattutto per 25 anni onnipotente direttore generale del ministero dell’ambiente, Corrado Clini, è stato sottoposto ad arresti domiciliari e a procedimenti giudiziari analogamente a quanto avvenuto poi per l’EXPO e per il MOSE.
Bisogna cambiare strada e rompere l'omertà su questi temi, che toglie informazione e possibilità di scelta ai cittadini! Serve urgentemente una strategia energetica che permetta di scongiurare i pericoli denunciati dal V rapporto dell'IPCC. Occorre a livello nazionale una mobilitazione di tutte le forze sociali e politiche perché i tre 20% della UE, e nuovi obiettivi vincolanti per il 2030, siano promossi, anche al di là di quanto viene previsto dal burden sharing nei piani regionali. Perché il Governo si adoperi in questo senso con un ruolo di coordinamento e di supporto economico-industriale. Perché ogni amministrazione pubblica, ente o istituzione, come anche ogni azienda, fino ai singoli cittadini, sia messa in grado di promuovere l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, con l’obiettivo quantitativo di raggiungere il 100% di sostituzione dei fossili a partire dal comparto elettrico e con quello, qualitatitivo, di decisioni in campo energetico sempre più vicine ai cittadini o da loro stessi praticate, fino all’autogestione.
Occorre poi a livello europeo porre al centro del progetto del nuovo governo della UE l’affermazione contenuta nell’appello del 2012 dal titolo: “Per l’Europa! - Manifesto per una rivoluzione unitaria” del Verde Daniel Cohn-Bendit e del liberale Guy Verhofstadt, presidente del gruppo Alleanza dei Democratici, che di fronte all’attuale crisi, dice testualmente: “Non affidiamoci solo al rigore di bilancio, e investiamo ugualmente in una nuova crescita. La sola austerità non ci farà mai uscire dalla crisi. Una trasformazione
completa del nostro modo di produzione sarà il motore della nuova crescita europea. Una crescita che oggi dipende per intero dai combustibili fossili. La crescita del futuro dovrà, al contrario, basarsi sulle energie non fossili. Questo ci permetterà di «prendere tre piccioni con una fava»: contribuire in modo significativo ad una effettiva diminuzione dei gas a effetto serra, stimolare una crescita economica duratura, reinserire l’Europa fra i leader economici mondiali”. Affermazioni che il V rapporto dell'IPCC rafforza.
Questo permetterebbe all’Europa di attenuare prima e annullare poi il ricatto energetico del gas di Putin o dello shale gas di Obama, dell’umiliante rapporto di dipendenza con regimi feudali o illiberali, come l’Arabia Saudita e il Kazakistan, contribuendo per questa via ad eliminare le principali cause di conflitti in atto, che rischiano di riportare l’umanità all’epoca della guerra fredda o, peggio, di configurare prospettive, drammatiche, ancor più immanenti dello stesso sconvolgimento climatico.
Seguono le firme:
Primi firmatari:
Nicola Cipolla
Pierluigi Adami
Mario Agostinelli
Franco Argada
Vittorio Bardi
Paolo Bartolomei
Mauro Bulgarelli
Giovanni Carrosio
Massimo De Santi
Paolo Ferrero
Giovanni Galluccio
Alfiero Grandi
Antonella Leto
Oscar Mancini
Gianni Mattioli
Emilio Molinari
Roberto Musacchio
Gianni Naggi
Giorgio Parisi
Rosa Rinaldi
Debora Rizzuto
Massimo Scalia
Alex Sorokin
Giovanna Tinè
Ettore Torregiani
Umberto Zona

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