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Cambiamenti climatici

Cambiamenti climatici (48)

2017: il riscaldamento prosegue senza sosta

La rituale disamina della stima delle temperature medie globali dell’anno appena terminato mediante l’analisi dei dati grezzi e grigliati NCEP/NCAR mostra come il 2017 non abbia battuto il record stabilito un anno fa dal 2016, ma ci sia andato comunque molto vicino. Infatti, nella classifica degli anni più caldi, il 2017 si colloca al secondo posto, sopra il 2015, e il valore di anomalia , +0,51 °C rispetto al periodo 1981-2010, supera ancora +1°C rispetto all’inizio del secolo. Le considerazioni finali purtroppo confermano quanto già affermato negli anni precedenti.

Da tre anni questo articolo, che ormai tradizionalmente prepariamo commentando l’anno appena trascorso sulla base delle temperature del database NCEP/NCAR, iniziava sottolineando come l’anno appena passato fosse risultato “il più caldo dall’inizio delle misure”, battendo il record di temperatura media globale dell’anno precedente (vedi qui, qui e qui). E, diciamolo, cominciava ormai a diventare un fatto noioso e scontato.

Salutiamo, quindi, come una novità il fatto che il 2017 non abbia battuto per la quarta volta consecutiva il record dell’anomalia di temperatura media globale! Ma non c’è da esultare troppo, tuttavia. Perché, nella speciale classifica degli anni più caldi (tabella 1), il 2017 si piazza al… secondo posto! E considerando che la prima metà dell’anno ha visto un indice ENSO sostanzialmente neutrale o debolmente positivo (fase El Niño), e la seconda metà dell’anno un valore nettamente negativo (fase La Niña), come evidenziato dettagliatamente in questa disamina (ma si vedano anche i nostri articoli al riguardo, qui e qui), questa volta non si può dare la colpa a questa teleconnessione tra oceano e atmosfera.

Notiamo anche come la proiezione ottenuta usando i dati ufficiali dei due database GISS e HADCRU (nei quali, onde ottenere la media annua, è stato usato il valore di dicembre 2016 per sopperire al dato ancora mancante di dicembre 2017) confermino sostanzialmente i valori di anomalia (anche se l’ultimo fornisce un valore inferiore che posizionerebbe il 2017 al terzo posto, dopo il 2016 e il 2015).

Tabella 1: Anomalie di temperatura media globale (in °C) riferite al periodo 1981-2010 per i database NCEP/NCAR (seconda colonna), GISS (quarta colonna) e HADCRU (ultima colonna). Per questi ultimi due database, il valore riportato contiene la media annua calcolata usando l’anomalia di dicembre 2016. Per confronto, la terza colonna riporta le anomalie di temperatura media globale riferite ad un “rettangolo” di globo terrestre contenente l’Italia.

L’analisi delle anomalie termiche globali del 2017 mese per mese (tabella 2, tutte espresse rispetto al periodo di riferimento 1981-2010) mostra come tutti i mesi dell’anno siano risultati più caldi rispetto alla media globale. In particolare, marzo si è distinto come il mese con l’anomalia maggiore e giugno con quella minore, mentre a livello stagionale la parte finale dell’inverno e il periodo agosto-ottobre sono stati quelli con le anomalie maggiori.

Tabella 2: Anomalie di temperatura media (in °C) riferite al periodo 1981-2010 (database NCEP/NCAR) e relative all’intero globo terrestre (seconda colonna) e al “rettangolo” contenente l’Italia (terza colonna).

A livello globale l’anomalia del 2017 nel suo complesso (Figura 1) si è manifestata con i massimi più pronunciati, tanto per cambiare, alle latitudini altissime del mar glaciale artico, sopra l’Europa e sopra l’Asia nordorientale, dove si sono superati i +5 °C; anche Europa meridionale, nord America e Asia hanno fatto registrare anomalie positive con isolinee superiori a 1 °C.

Figura 1: anomalie termiche dell’anno 2017 a scala globale (dati NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

 

L’Italia

Nella tabella 2, a titolo di paragone, sono state riportate le anomalie mensili relative all’Italia (al fine di derivare l’anomalia media sull’Italia, dal momento che i dati usati hanno una risoluzione di 2.5° in latitudine e longitudine, è stato considerato il rettangolo di mondo compreso tra le latitudini 35°N e 47,5°N e le longitudini 7,5°E e 17,5°E). Tali anomalie sono (o dovrebbero essere) quelle che guidano le nostre sensazioni, ed evidenziano come, a differenza di quanto sia avvenuto a livello globale, in quattro mesi (gennaio, settembre, novembre e dicembre) si siano registrate anomalie negative, in quattro mesi anomalie positive ma inferiori a 1°C, e negli altri quattro mesi anomalie positive e superiori a 1°C. In questi mesi, giugno (il mese con l’anomalia minore a livello globale) è stato in Italia il mese più caldo rispetto alla media (tutte le anomalie sono espresse rispetto al periodo di riferimento 1981-2010).

Su un territorio estremamente più ristretto rispetto al globo terrestre, è assolutamente normale che le oscillazioni di temperatura appaiano più marcate rispetto alle medie globali, e non vi è da stupirsi neppure se, in alcuni mesi, esse appaiano anche in controtendenza rispetto alle medie globali. Lo stesso discorso vale anche prendendo in considerazione le medie annue (tabella 1): anche in questo caso si evidenzia come ciò che abbiamo vissuto non sia rappresentativo della media globale, ma rifletta fenomeni ed accadimenti a carattere più locale e regionale.

Vediamo comunque alcuni di questi mesi con le anomalie maggiori che hanno caratterizzato il 2017 in Italia ed Europa (sempre ricordando che il database contiene dati su punti griglia equispaziati di 2,5° in latitudine e longitudine, in linea di massima assimilabili a 250 km circa).

Nel mese di giugno (Figura 2) si è registrata l’anomalia maggiore, con +2,08 °C; dalla figura si può notare come essa abbia coinvolto praticamente l’intero territorio nazionale, con il nord ed il centro Italia, oltre alla Francia ed alla penisola iberica, avvolti dall’isoterma 2°C, e con valori soltanto leggermente inferiori al sud Italia.


Figura 2: anomalie termiche del mese di giugno 2017 in Europa (dati
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

Per quanto riguarda agosto (Figura 3, anomalia di 1,75 °C), l’Italia centrale ha fatto registrare un’anomalia di oltre 3°C, mentre il resto del territorio ha fatto registrare valori superiori a 2°C, e solo le isole e le Alpi valori inferiori.


Figura 3: anomalie termiche del mese di agosto 2017 in Europa (dati
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

A marzo, invece, (Figura 4, anomalia di 1,72 °C), il nord Italia, e segnatamente il nordovest, hanno mostrato anomalie superiori a 2,5°C, mentre in Sicilia è stata inferiore a 1°C.

Da notare come, nei tre casi, solo a marzo l’anomalia positiva ha coinvolto praticamente l’intera Europa, mentre negli altri due casi le latitudini più settentrionali hanno fatto registrare anomalie negative anche vistose.


Figura 4: anomalie termiche del mese di marzo 2017 in Europa (dati
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

Gennaio è invece stato il mese che ha mostrato l’anomalia minore (Figura 5, valore di -2,06 °C); in tale mese, i versanti orientali ed il nord sono stati i più freddi, mentre l’isoterma -2 °C ha diviso l’Italia. Da notare come il nord Europa, in tale mese, abbia sperimentato una vistosa anomalia positiva.


Figura 5: anomalie termiche del mese di gennaio 2017 in Europa (dati
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

A dicembre (Figura 6, anomalia di -0,53 °C), mese appena conclusosi, tutto il territorio nazionale ha fatto registrare un’anomalia negativa. Anche in questo caso, si possono notare, oltre alle anomalie molto positive alle alte latitudini, i valori superiori a +4 °C in Europa orientale.


Figura 6: anomalie termiche del mese di dicembre 2017 in Europa (dati
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

Anche settembre (Figura 7, anomalia di -0,67 °C) ha fatto registrare un’anomalia negativa, ma in questo caso con una forte asimmetria sul territorio nazionale, tagliato da molte isolinee. I minimi hanno riguardato l’estremo nordorientale (inferiori a -1 °C), mentre la Sicilia ha mostrato anomalie lievemente positive. A settembre, inoltre, come già accaduto negli altri casi, solo una limitata porzione dell’Europa, quella sudoccidentale (con l’esclusione della Spagna e con una lingua fin sulla Tunisia), ha mostrato anomalie negative.


Figura 7: anomalie termiche del mese di settembre 2017 in Europa (dati
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

 

L’Europa

Per quanto riguarda l’anomalia del 2017 nel suo complesso sull’Europa, la situazione è descritta molto bene nella mappa (Figura 8): praticamente tutta l’Europa si è trovata in anomalia positiva, con valori di oltre 1 °C alle alte latitudini, sulla parte sudorientale, e sulla penisola iberica, e poche zone con anomalia inferiore a 0,5 °C.


Figura 8: anomalie del 2017 in Europa (dati
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

 

Le precipitazioni

È interessante notare come esista una buona correlazione con la piovosità. Va però notato che la mappa di questa grandezza, mostrata in Figura 9, registrata in questo database come intensità di precipitazione (in mm al giorno), risente ovviamente della risoluzione molto bassa del grigliato e non è in grado di evidenziare gli effetti orografici locali, come nel caso delle Prealpi, per cui va interpretata come segnale a grande scala.

In particolare, si nota come le aree con precipitazioni più abbondanti della norma (Europa centrale e – in parte – settentrionale, Mediterraneo orientale) siano anche state quelle con le anomalie termiche minori. Questo non è dovuto soltanto alla mancata insolazione, ma anche al feedback con l’umidità del terreno (si veda qui per una discussione più approfondita). Si noti che, al fine di interpretare correttamente il segnale della precipitazione, un’anomalia di 0,3 mm/giorno (quale quella, negativa, presente sul mar Tirreno) corrisponde, in un anno, ad un’anomalia complessiva di 120 mm. Inoltre, va detto che una mappa di questo tipo non tiene in conto l’informazione relativa alla tipologia e frequenza delle precipitazioni (come noto, un singolo temporale violento che scarichi decine di mm non compensa mesi di siccità pregressa), e sarebbe più utile analizzare l’umidità del suolo, che tuttavia non è presente su queste mappe (o meglio, la variabile c’è ma il grigliato troppo poco risoluto la penalizza).


Figura 9: anomalie di precipitazione del 2017 in Europa (dati
NCEP/NCAR, valori in mm/giorno riferiti al periodo 1981-2010).

 

Conclusione

In definitiva, la disamina generale di quanto accaduto nell’anno appena terminato, al di là di qualche peculiarità geografica, conferma le tendenze già viste in quasi tutti gli ultimi anni: il riscaldamento globale prosegue senza sosta, specialmente nell’emisfero settentrionale, e le aree prossime al circolo polare artico mostrano le anomalie positive più vistose. La spirale termica (si veda qui) continua ad allargarsi…

 

Testo di Claudio Cassardo

Climalteranti.it » I risultati della COP23

La COP23 che si è svolta a Bonn ha prodotto un risultato utile e bilanciato, dimostrando come la spinta della COP21 di Parigi non si sia esaurita.

Alle 6.50 di sabato 18 novembre, dopo una nottata di negoziato ininterrotto, si è conclusa la COP23 di Bonn. Frank Bainimarama, presidente della COP e primo ministro delle Fiji, aveva battuto poco prima il martello che segnava l’adozione del “Fiji Momentum for Implementation”, traducibile come “La spinta di Fiji per l’implementazione” (dell’Accordo di Parigi e di tutta la costellazione di strumenti precedenti o collegati).

Il testo della decisione di questa COP (scaricabile qui assieme agli altri 28 documenti approvati dai tavoli negoziali) rappresenta un successo negoziale della presidenza Fiji, in quanto definisce e struttura il percorso del Dialogo Facilitativo che dovrebbe portare i Paesi a rilanciare ed incrementare l’ambizione dei propri Contributi Determinati a livello Nazionale (NDC) aggregati all’Accordo di Parigi.

Lasciando ad altri post gli approfondimenti sui dettagli, almeno cinque sono le decisioni importanti approvate.

1) Avvio del Talanoa Dialogue

Si tratta di una forma di confronto politico facilitato ed inclusivo, descritto nel dettaglio nell’allegato 2 della decisione, che prevede:

  • una fase preparatoria (descritta nello schema riportato sopra) che inizia a gennaio e si concluderà alla COP24 di Katowice (Polonia), con una sessione negoziale nel maggio 2018, con input da diversi portatori di interesse, sia statali che non-statali, e che si baserà anche sui contributi dello Special Report dell’IPCC su 1,5°C, attualmente in fase di redazione.
  • una fase politica (descritta dallo schema riportato in seguito), che si svolgerà durante la COP24, e che vedrà coinvolti ministri e capi di stato, per fare il punto su quanto fatto dalle Parti verso l’obiettivo a lungo termine di riduzione a zero le emissioni nette di gas climalteranti (articolo 4, paragrafo 1 dell’Accordo di Parigi: raggiungere un equilibrio tra le fonti di emissioni antropogeniche e gli assorbimenti di gas ad effetto serra).

Il Dialogo costituirà un passo essenziale per le modalità di presentazione, i contenuti, l’ambizione e le modalità di reporting dei prossimi NDCs. Su quest’ultimo punto si è registrato uno scontro tra Paesi Sviluppati ed il gruppo “G77”, guidato dalla Cina, che ha cercato di promuovere una cosiddetta “biforcazione”, ovvero l’adozione di linee guida, modalità di contabilizzazione e scadenze di reporting differenziate tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati, sebbene questi ultimi lo considerino come un tentativo di tornare “indietro” rispetto all’unità di intenti e di azione sancita con l’Accordo di Parigi.

2) Azioni Pre-2020

Il testo finale dedicato al pre-2020 è quello più lungo e strutturato della decisione, con una enfasi inaspettata, tenendo conto che all’inizio delle due settimane alcuni Paesi avevano bloccato l’inserimento di tale tema nell’agenda ufficiale dei lavori. L’importanza del tema non può essere sottovalutata.

A Cancùn molti Stati avevano preso impegni su azioni di mitigazione da realizzare prima del 2020, mentre a Copenhagen (2009) era stato assunto l’impegno ad incrementare la mobilitazione di finanziamenti internazionali progressivamente fino a 100 miliardi di dollari all’anno (cifra che è ribadita come punto di partenza per il post-2020). Inoltre, sul piano scientifico, occorre che il picco delle emissioni avvenga prima del 2020 per incrementare la probabilità di rimanere nel carbon budget di “ben al di sotto dei due gradi” se non in quello di 1,5°C, come definito dall’obiettivo dell’Accordo di Parigi.

Tali azioni, seppur in modalità differenziate tra loro, saranno oggetto di rendicontazione (Paese per Paese) fin dal maggio 2018, in modo da rendere più stringente l’impegno da questi sottoscritto.

3) Finanza

L’Art. 2 dell’Accordo di Parigi attribuisce la stessa dignità agli obiettivi relativi a mitigazione, adattamento e finanza. La Finanza è una delle questioni più delicate del negoziato, caratterizzandosi come fattore chiave per l’implementazione e l’ambizione dei futuri NDC e per l’adozione di adeguate misure di adattamento da parte dei Paesi più vulnerabili.

Alla COP23, uno dei punti più dibattuti ha riguardato l’Art. 9.5 dell’Accordo di Parigi, relativo proprio alle “informazioni qualitative e quantitative” che, su base biennale, i Paesi dovrebbero comunicare relativamente alle risorse finanziarie fornite.

Su questo punto è stato forte lo scontro tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, con questi ultimi che hanno fatto il possibile per provare ad inserire in extremis la definizione di modalità e vincoli di reporting finanziari più precisi nell’agenda del Paris Work Programme (PAWP), ovvero l’insieme degli elementi dell’Accordo di Parigi che dovrebbero essere definiti in maniera chiara entro e non oltre il 2018. La “soluzione” attuale probabilmente scontenta entrambe le parti, e sicuramente su questo tema si focalizzeranno molte delle discussioni previste per il 2018.

Inoltre, è stato rinviato al 2018 il definitivo transito del Fondo per l’Adattamento (Adaptation Fund), oggi finanziato dagli strumenti di Kyoto, sotto l’egida dell’Accordo di Parigi.

Nel frattempo, vari governi hanno intrapreso impegni unilaterali di finanziamento: i nuovi 50 milioni della Germania, cui si sommano i 7 milioni dell’Italia, fanno sì che il Fondo per l’Adattamento superi il target previsto per il 2017. Spicca inoltre la Francia, con l’impegno a sostituire integralmente il mancato contributo economico all’IPCC da parte dell’amministrazione Trump e la decisione di organizzare un vertice mondiale dedicato alla finanza sul clima, a Parigi, il 12 dicembre 2017. L’Italia, inoltre, ha aperto una nuova finestra, dedicata al finanziamento delle attività di capacity-building.

Tutto ciò, ma ancor di più il finanziamento delle sezioni “condizionali” degli NDC dei paesi in via di sviluppo, dovrebbe dare fiducia e slancio alla revisione al rialzo nei prossimi impegni.

4) Gender Action Plan

È stato approvato il Piano d’Azione per l’Inclusione di Genere, un programma permanente che mira a garantire pari rappresentanza a donne e uomini all’interno dell’UNFCCC e il rispetto e la leva delle donne nelle azioni di mitigazione ed adattamento. A commento e proposta su questo tema vi è stato l’intervento nella plenaria UNFCCC di Chiara Soletti di Italian Climate Network.

5) Azione delle comunità locali

E’ stata formalizzata come draft decision della COP23 la Piattaforma dell’azione climatica dei popoli indigeni e delle comunità locali, già lanciata l’anno scorso ed oggetto di submission, discusse e riassunte a maggio, da parte dei Paesi. In sostanza si tratta di un tema importante per i Paesi dove vi sono popoli indigeni in senso stretto, che vivono (o vivevano) normalmente con uno stile di vita a bassissime emissioni (sia nei consumi che nella produzione, ad esempio praticando caccia e pesca con metodi tradizionali), colpiti però per primi dagli impatti del cambiamento climatico sulle foreste, gli ecosistemi marini, ecc. Ma si tratta di un risultato rilevante anche per l’Italia, dove le comunità locali possono trasmettere e rinnovare modalità produttive più sostenibili (agricoltura biologica, bio-edilizia, ecc.).

Oltre al risultato del negoziato, nelle intense due settimane di COP 23 sono emersi altri aspetti interessanti e che vanno evidenziati come notizie positive quali:

  • un’ampia partecipazione sia della società civile, specie nella “Bonn Zone”, che delledelegazioni governative, in tutto hanno partecipato a COP 23 16028 delegati, di cui 9202 parties, 5543 observer e 1283 nei media;
  • gli Stati Uniti, nonostante l’annuncio (non seguito da alcuna comunicazione formale) di uscita dall’Accordo di Parigi) non hanno fatto, come durante l’Amministrazione Bush Jr, ostruzionismo o bloccato il negoziato; sempre gli Stati Uniti hanno presentato gli “American Pledge”, piani di azione per la riduzione delle emissioni da parte di diversi Stati e città;
  • è stata presentata la “Powering Past Coal Alliance”, una dichiarazione di 25 Stati, fra cui l’Italia, che hanno annunciato l’abbandono del carbone nella produzione di elettricità;
  • l’Italia ha annunciato la sua candidatura per ospitare la COP 26 nel 2020.

Fra i diversi commenti utili sui risultati della COP23 segnaliamo quello di Carbon Brief, del Centre for Alternative Technology, dell’Italian Climate Network, oltre al tradizionale dettagliato resoconto dell’IISD.

 

Testo di Stefano Caserini e Valentino Piana, con il contributo di Luca Lombroso.

 

(ma le misure concrete sono molto fumose e scarse!)

Di Giuseppe Farinella* (Energia Felice - Il Sole di Parigi) e Alfonso Navarra* (Disarmisti esigenti – Accademia Kronos) – 17 novembre 2017

 

Questo 17 novembre, dopo due settimane di intensi negoziati, si è conclusa la COP 23 di Bonn ( 23ª Conferenza delle Nazioni Unite sul clima ). Stiamo parlando del cammino internazionale, di governi, ma anche di agenti sociali, cui nel nostro piccolo partecipiamo, che dovrebbe unire gli sforzi di tutti per curare il mondo dal “riscaldamento globale” dovuto all'effetto serra.

E' stato varato, nel sudore di trattative complesse e serrate, il documento finale con l'approvazione di 197 Paesi.

(Sotto riportiamo il comunicato stampa ufficiale del segretariato della conferenza).

Si fanno passi avanti, con il “draft zero”, verso il “regolamento” che deve attuare l'accordo di Parigi del 2015, “regolamento” che sarà completato alla COP 24 di Katowice in Polonia.   

Le Fiji, l'isola che presiede la Conferenza, dovrebbero, nei prossimi mesi, presentare un format per il cosiddetto "Dialogo Talanoa" (parlare con il cuore è una possibile traduzione), che potrebbe portare a un negoziato tra paesi nel 2018 nel tentativo di aumentare l'ambizione degli obiettivi nazionali, che ora come ora porterebbero ad un aumento della temperatura di minimo 3 gradi centigradi rispetto all'era pre-industriale (quindi oltre i 17° C di temperatura media annuale del Pianeta).

 

L'ISOLAMENTO FA L'AMERICA PIU' PICCOLA

L'Accordo di Parigi del 12 dicembre 2015, entrato in vigore il 4 novembre 2016, è stato la base degli incontri ed un risultato acquisito è che questa base ha, tutto sommato, retto lasciando del tutto isolati gli USA.

Il neo- presidente USA Donald Trump aveva deciso di sabotarla, questa base, annunciando il ritiro degli Stati Uniti dal patto globale (questo ritiro, salvo ripensamenti, potrà diventare effettivo solo nel 2020). Ma persino il Nicaragua, con la sua gravissima crisi interna  e anche la Siria, immersa in una guerra civile trascinata dal 2011, hanno annunciato che aderiranno all'Accordo della COP21: gli Stati Uniti, a questo punto, saranno l'unico paese a rifiutare il “compromesso storico” scaturito a Parigi! 

Già all'apertura della conferenza, i delegati di Washington avevano pubblicamente dichiarato che loro erano venuti a Bonn “solo per tutelare gli interessi dei cittadini americani” e nient’altro. Come se gli Stati Uniti stessero su un pianeta a parte e non sulla Terra allo stesso modo di tutti gli altri!

A colpi di Tweet Donald Trump ha abbondantemente chiarito che ritiene i cambiamenti climatici una bufala da complottisti e che non ha nessuna intenzione di mettere in discussione quello che ritiene “l’attuale stile di vita americano”, basato sull’economia fossile. I recenti cataclismi che hanno devastato anche il Sud degli States, Texas petrolifero in testa, le centrali nucleari della Florida a rischio Fukushima, non gli hanno fatto cambiare idea!

Sin dai primi giorni del suo mandato, Trump, con il tripudio delle multinazionali dei fossili, aveva cominciato a picconare anche quel poco che aveva fatto Obama in tema di ecologia; ora anche a Bonn abbiamo costatato che non scherzava affatto quando prometteva di svincolarsi dagli impegni di Parigi: la delegazione USA non ha fatto altro che complicare o addirittura respingere qualsiasi tentativo di lavorare per una soluzione comune. Ma questo spinge all'irritazione tutto il resto del mondo e dà occasione ad altre potenze, Cina in testa, di riempire il vuoto di leadership lasciato.

 

IL DIALOGO DI TALANOA

Durante i negoziati, le tensioni erano come sempre incentrate sulla divisione delle responsabilità tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Nel tentativo di persuadere tutte le parti a raggiungere obiettivi più ambiziosi, Fiji, delegata ad arbitrare, propone che il dialogo avvenga con empatia.

Il Dialogo di Talanoa è il metodo facilitativo per valutare le azioni intraprese per arrestare il cambiamento climatico ed eventualmente se prevedere un – necessario – innalzamento degli obblighi di riduzione delle emissioni di gas serra.

Talanoa è una parola tradizionale usata nelle Fiji e nel Pacifico per riflettere un processo di dialogo inclusivo, partecipativo e trasparente, con lo scopo di condividere storie, costruire empatia e prendere decisioni sagge, per il bene collettivo. Durante il processo, le Parti costruiscono la fiducia e avanzano la conoscenza attraverso l’empatia e la comprensione. Colpire gli altri e avanzare osservazioni critiche non sono coerenti con l’edificazione della fiducia e rispetto reciproci e quindi incoerenti con il concetto di Talanoa. Talanoa promuove la stabilità e l’inclusività in relazione al dialogo, creando uno spazio sicuro che abbraccia il rispetto reciproco di una piattaforma per il processo decisionale per un bene maggiore”. – dal sito UNFCCC. 

(Si vada su: http://unfccc.int/items/10265.php)

 

L'EUROPA LEADER DELL'AZIONE CLIMATICA?

La padrona di casa tedesca Angela Merkel ha colto l'opportunità per proporsi, in concorrenza con la Cina, come nuova leader dell'azione climatica globale, ma le sue ali sono state tarpate dalle trattative interne per formare il nuovo governo: i due alleati che dovrebbero comporre la coalizione “Giamaica” , i verdi e la FDP, tirano la coperta in direzioni opposte!

L'Europa però non ha ancora una data chiara per la chiusura del carbone e su questo punto l'Italia frena insieme ai Paesi ex socialismo reale. Il 18 dicembre si terrà a Bruxelles un Consiglio Europeo sull’energia, durante il quale gli Stati Membri esprimeranno le proprie posizioni sul pacchetto di misure denominato “Clean Energy for all Europeans”. 

 

SI COSTITUISCE L'ALLEANZA CONTRO IL CARBONE. 

 

Francia e Messico, hanno anche stretto un'alleanza per ridurre l'uso del carbone - combustibili fossili e altamente inquinanti. Germania, Cina e Russia hanno rifiutato di aderire all'alleanza.

 

MOBILITAZIONE DELLA SOCIETA' CIVILE

I negoziati hanno mostrato una vitalità della società civile che va ben al di là dell'espressione dei vari governi nazionali. Città, regioni, imprese, investitori e associazioni ecopacifiste  sono stati attivissimi alla COP23 di Bonn: le componenti stranieri sicuramente più coordinate e visibili dei “pezzetti” italiani sparsi qua e la per la Conferenza. 

I Disarmisti esigenti, in stretta collaborazione con la WILPF Italia, sono stati protagonisti in uno stand ottenuto da WILPF Germania, che ha ospitato i nostri side event sul nesso tra minaccia nucleare e minaccia climatica, nonché esposto la mostra: ESIGETE! Il disarmo nucleare totale.

La sensazione che abbiamo avuto in questo evento è stata che effettivamente la conversione ecologica è un movimento in corso e che ha molti protagonisti, dalle associazioni, alle città alle stesse aziende. Abbiamo visto molto meno merketing e molta più comunicazione effettiva tra i diversi attori, soprattutto addetti ai lavori; ma pensiamo che le prossime COP debbano adottare una formula più aperta: la zona della manifestazione non deve essere riservata ai soli accreditati ma vi deve potere accedere la gente comune. In fondo la salvezza del mondo dipende dall'uscita dallo stato di letargia in cui attualmente si trova l'opinione pubblica globale...

 

LE PROSSIME COP

Della COP 24 in Polonia si è già detto.

A causa di un sistema di rotazione delle Nazioni Unite, la COP25 è già prevista per un paese dell'America Latina o dei Caraibi.

Intervenuto giovedì 16 novembre in seduta plenaria, il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, ha annunciato che l'Italia sta lavorando a livello interministeriale con l'obiettivo di proporre la candidatura a ospitare nel 2020 la COP 26.

 

* missione Bonn dei Disarmisti esigenti (includente Accademia Kronos ed Energia Felice) 

 https://cop23.unfccc.int/news/concrete-climate-action-commitments-at-cop23

 

UN CLIMATE PRESS RELEASE / 17 NOV, 2017

Concrete Climate Action Commitments at COP23

 

UN Climate Change News, Bonn, Nov 17 – As the UN Climate Change Conference comes down to the last day and governments work to complete the final negotiation decisions, it’s good to be reminded of the new wave of climate action that has been announced during COP23 from countries, cities, states, regions, business and civil society.

The common message from all sides at this conference has been that action to get on track towards the objectives of the Paris Climate Change Agreement and to ultimately achieve the 2030 Agenda Sustainable Development Goals is urgent, time is really running out and everyone simply must do much better together to drive climate action further and faster ahead now.

Above all, this means rapidly raising the current global ambition to act on climate change that is captured in the full set of national climate action plans (NDCs) which sit at the heart of the Agreement.

The following list includes announcements made during Cop23 to drive us further, faster and together to this destination.

Financing Climate Action

Major announcements included funds to support the poorest and most vulnerable, whose plight has been brought into sharp perspective by this year’s extreme weather

InsuResilience Initiative additional USD 125 mln from Germany to support provision of insurance to 400 more million poor and vulnerable people by 2020. A G20 and V20 (vulnerable nations) partnership

Adaptation Fund exceeds 2017 Target – Germany’s contribution of 50 million euros and Italy’s contribution of 7 million euros means the Fund has now surpassed its 2017 target by over USD 13 million and stands at a total equivalent of USD 93.3 million dollars

Norway & Unilever USD 400 mln fund for public and private investment in more resilient socioeconomic development.  Investing in business models that combine investments in high productivity agriculture, smallholder inclusion and forest protection

Germany and Britain to provide combined USD 153 mln to expand programs to fight climate change and deforestation in Amazon rainforest

European Investment Bank will provide USD 75 million for a new USD 405 million investment programmeby the Water Authority of Fiji. The scheme will strengthen resilience of water distribution and wastewater treatment following Cyclone Winston, the world’s second strongest storm ever recorded, which hit Fiji in February 2016

Green Climate Fund and the European Bank for Reconstruction and Development signed up to free USD 37.6 million of GCF grant financing in the USD 243.1 million Saïss Water Conservation Project to make Moroccan agriculture more resilient

World Resources Institute announced a landmark USD2.1 billion of private investment earmarked to restore degraded lands in Latin America and the Caribbean through Initiative 20x20

UNDP, Germany, Spain and EU launch EUR 42 million programme NDC Support Programme at UN Climate Summit to help countries deliver on the Paris Agreement

NDC Partnership to establish a new regional hub to support implementation of Nationally Determined Contributions (NDCs) in the Pacific

13 countries and IEA - EUR 30 mln to “IEA Clean Energy Transitions Programme” to support clean energy transitions around the world

Ecuador to reduce 15 million tonnes of CO2 emissions in the forest sector

Gabon’s National Park Service to halt illegal logging to stop emission of 20 million tonnes of CO2

Investing in Climate Action

HSBC announces 100 billion for green investments just before COP23

R20 and Blue Orchard Finance’s African Sub-national Climate Fund to provide ready-to-invest projects and funds to implement at least 100 infrastructure projects by 2020

Coordinating Climate Action

With so many climate action pledges and initiatives from across government, business and civil society, there is a growing need to coordinate effort to ensure that every cent invested and every minute of work contributed results in a much greater impact than each acting separately.

SIDS Health Initiative by WHO, UN Climate Change secretariat and Fijian COP 23 Presidency to ensure small island developing states have health systems resilient to climate change by 2030

America’s Pledge brings together private and public sector leaders to ensure the US remains a global leader in reducing emissions and delivers the country’s climate goals under the Paris Agreement

Powering Past Coal Alliance brings together 25 countries, states and regions to accelerate the rapid phase-out of coal and support affected workers and communities to make the transition

C40 mayors of 25 pioneering cities, representing 150 million citizens, pledged to develop and begin implementing more ambitious climate action plans before the end of 2020 to deliver emissions neutral and climate resilient cities by 2050

Global Alliance for Buildings and Construction – signed agreement to dramatically speed up and scale upcollaborative action

below50 -World Business Council on Sustainable Development initiative to grow the global market for the most sustainable fuels.

EcoMobility Alliance - Ambitious cities committed to sustainable transport.

Transforming Urban Mobility Initiative - Accelerating implementation of sustainable urban transportdevelopment and mitigation of climate change.

The Ocean Pathway Partnership aims, by 2020, to strengthen action and funding that links climate change action; healthy oceans and livelihoods including through the UN Climate Change process and via national climate action plans

United Nations Development Programme launched the Global Platform for the New York Declaration on Forests to accelerate achievement of its goals of forest protection and restoration.

Corporate Emission Cuts

Mars Inc. to reduce carbon footprint 27% by 2025 and 67% by 2050

Microsoft to cut carbon emissions by 75 percent by 2030

EV100 – More big companies join transition to electro-mobility

Walmart commits to commodities that do not increase deforestation

Government Ratifications

Syria ratified the Paris Agreement – 170 have now ratified

Six countries have ratified the Doha Amendment (Belgium, Finland, Germany, Slovakia, Spain, and Sweden) – 90 countries in total have ratified

Eight countries have ratified the Kigali Amendment to the Montreal Protocol (Comoros, Finland, Germany, Lao People's Democratic Republic, Luxembourg, Maldives, Slovakia and the UK) – 19 countries in total have ratified

Climate change. Ieri e oggi summit con 150 ministri e 25 capi di Stato o di governo, ma scarsi impegni

Ormai è sempre più difficile «guardare altrove» e ignorare l’allarme sul cambiamento climatico e gli effetti sulla vita in terra. Ma per il momento i cordoni della borsa restano ben stretti. È la conclusione temporanea della Cop23, che si tiene a Bonn fino a venerdì, sotto presidenza delle isole Fiji, e che dovrebbe adottare un «regolamento» per l’applicazione degli Accordi di Parigi.

In due giorni, tra ieri e oggi, 150 ministri e 25 capi di Stato o di governo sono intervenuti. Ieri il mondo industrializzato ha schierato Angela Merkel e Emmanuel Macron, mentre gli Usa erano presenti in modo schizofrenico: una delegazione ufficiale, che ha promosso l’intervento di rappresentanti dell’industria del carbone, del gas e del nucleare, e una delegazione «ombra», guidata dall’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg e dal governatore della California, Jerry Brown, che si impegna a rispettare gli Accordi di Parigi da cui Trump vuole uscire (ma non può farlo fino al 2020).

«Sfida centrale» per «il destino dell’umanità» in gioco, secondo Merkel, che però mette le mani avanti sull’eccessiva dipendenza dal carbone dell’economia tedesca: la chiusura delle centrali è «un problema sociale» che va affrontato «con calma». Per Macron, «la soglia dell’irreversibile è stata superata» e ha citato la messa in guardia dei 15mila scienziati diffusa lunedì.

«Gli avvertimenti si moltiplicano», ha sottolineato il presidente francese, ricordando che l’impegno preso a Parigi nel 2015 era di limitare il climate change a un aumento della temperatura di 1,5° gradi nel 2100 rispetto ai valori pre-industriali, mentre oggi la terra viaggia su una crescita non sotto i 3°. «Se continuiamo così è come se accettassimo tacitamente e collettivamente la sparizione di popolazioni rappresentate qui», tra innalzamento dei livelli dei mari, siccità, carestie, conflitti, epidemie, rifugiati.

La Francia usa la forte dipendenza dal nucleare per l’elettricità per presentare un bilancio di emissioni Co2 non troppo disastroso (ma pur sempre in crescita dell’ 1,6%), ma evita di affrontare la questione dell’uscita da questo tipo di energia che produce scorie pericolose e inquinanti: la riduzione al 50% di nucleare, dal 75% attuale, entro il 2025 è rimandata al 2030-35.

Macron ha fatto un breve cenno al nerbo della contesa: i soldi. Ha proposto che la Ue si sostituisca agli Usa dimissionari per finanziare il Giec, il gruppo di esperti del clima dell’Onu: ma si tratta di 6 milioni di euro (finora finanziati al 44% dagli Usa).

Una goccia nel mare dei bisogni: c’è la promessa di 100 miliardi di dollari per l’Azione clima, fatta a Copenhagen nel 2009 (mai rispettata) e la valutazione dei bisogni a 600 miliardi, che i paesi in via di sviluppo reclamano dal mondo industrializzato. Il Fondo verde ha solo 2,6 miliardi già impegnati.

La Cina si presenta come modello, ma è la principale responsabile dell’aumento delle emissioni a effetto serra. Sui finanziamenti, si parlerà al One Planet Summit di Parigi, il 12 dicembre.

 

 

 

 

 

Climalteranti.it » Tutti sulla stessa canoa

Nella COP23 che si sta svolgendo a Bonn, sotto la presidenza delle Isole Fiji, si continua il lavoro di definire importanti aspetti operativi dell’applicazione dell’Accordo di Parigi e del meccanismo di incremento degli impegni di riduzione del gas climalteranti

La XXIII Conferenza della Parti (COP) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (UNFCCCC) si sta svolgendo a Bonn (Germania), con la presidenza delle Fiji, piccolo paese insulare in via di sviluppo, minacciato direttamente nella sua esistenza dai cambiamenti climatici.

Dopo che a Marrakech si è ribadita l’unanime volontà di dare rapida applicazione all’Accordo di Parigi, gestendo l’annuncio di cambio di direzione della presidenza USA, anche in questa conferenza si cerca di mettere a punto i dettagli della sua implementazione; dettagli importanti, fondamentali, perché come noto gli impegni fino ad oggi sottoscritti nell’ambito dell’accordo di Parigi sono ben lontani da quanto sarebbe necessario per raggiungere i suoi obiettivi.

Alcuni temi della COP23 meritano di essere segnalati:

1. sarà lanciata la versione dimostrativa di un sito che dovrebbe far incontrare domanda e offerta di strumenti assicurativi, anche complessi, per gestire ex-ante ed ex-post le perdite e danni climatici (meccanismo noto come “Loss and Damage”);

2. si discuteranno le linee guida per i nuovi Contributi Determinati a livello Nazionale (noti con la sigla NDC), previsti per il 2019, al fine di renderli più omogenei e leggibili per investitori pubblici e privati;

3. si strutturerà, discutendo ed eventualmente modificando la preliminare proposta della Presidenza Fiji, la modalità operativa del Dialogo Facilitativo che dovrebbe portare i Paesi ad incrementare la propria ambizione (su tutti i fronti ma in particolare negli obiettivi di mitigazione, che come detto attualmente sono del tutto insufficienti). La proposta iniziale al riguardo è improntata allo spirito ed alle caratteristiche organizzative del Talanoa, una modalità di dialogo allargata, inclusiva, che tiene un bilanciamento tra aspetti razionali ed emotivi, tipica della tradizione del mondo oceanico. In particolare, essa prevede tempi ampi, che invece di concentrare il Dialogo Facilitativo solo nella prossima COP24 di Katowice (Polonia) lo estende fin da subito con una fase “tecnica”, in cui la società civile e gli scienziati potranno dire la loro, lasciando alla COP24 la fase più prettamente “politica”.

Tra i vari Pavillons nazionali, spicca la doppia delegazione americana, quella del Governo e quella della coalizione di Stati e città che hanno dichiarato la volontà di continuare ad applicare l’Accordo di Parigi. Differenze sostanziali a livello di principio, anche se per ora la delegazione statunitense non ha avuto atteggiamenti di boicottaggio dei lavori della COP23.

È presto per dirlo, ma c’è ancora speranza che anche le posizioni più retrograde dell’Amministrazione statunitense possano capire che, per quanto riguarda il cambiamento climatico “we are all in the same canoe” (siamo tutti nella stessa canoa), come detto nel discorso di apertura da Frank Bainimarama, Primo Ministro delle Fiji eletto Presidente della COP23.

PS

Ricordiamo che per seguire la COP23 dall’Italia il sito di riferimento è il portale UNFCCC, con numerose pagine molto interessanti, fra cui l’efficiente WEBCAST che trasmette in streaming live e on demand le riunioni plenarie del negoziato, le conferenze stampa, i principali side event e molti altri eventi collaterali.

Altre fonti fondamentali sono i report giornalieri dell’IISD-ENB, il notiziario ECO del Climate Action Network, con il tradizionale resoconto del Premio Fossil of the Day dedicato a chi ostacola il negoziato; riferimenti utili anche le news della nutrita delegazione dell’Italian Climate Network (che ha anche un bollettino giornaliero – iscrizioni qui).

Una buona analisi dei temi di interesse della COP23 è il dossier preparato dalla Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, questa sintesi di Climate-Kic, l’analisi della fondazione Heinrich Boll e lo speciale sulla COP23 del Climate Policy Observer.

Infine, per chi volesse ripassare cosa è successo negli ultimi 10 anni del negoziato sul clima, può essere utile l’approfondita analisi dell’IISD nel recente volume From Bali to Marrakech: A decade of international climate negotiations.

 

Testo di Valentino Piana e Stefano Caserini.

 

La sindaca della capitale francese anticipa di dieci anni il divieto per le macchine non elettriche di circolare in centro. E dal governo inglese arrivano 2,5 miliardi di sterline per finanziare ricerca e sviluppo di tecnologia "verde". La sfida per migliorare la salute dei cittadini e ridurre l'impatto ambientale

di MASSIMO FERRARO

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Climalteranti.it » Cambiamento climatico e conflitti per l’acqua: l’Asia centrale a rischio

 Il cambiamento climatico impatta sulla disponibilità di risorsa idrica e può inasprire i conflitti per l’acqua in bacini transnazionali. Studi recenti mostrano che i paesi dell’Asia centrale sono maggiormente a rischio per via del grande numero di abitanti, della complessa situazione politica e della diminuzione attesa delle risorse idriche derivanti dalle grandi catene montuose. Si riporta qui un sunto di tali studi, con riferimento ad alcuni bacini fluviali dell’Asia centrale. Si mostra anche come l’Italia non sia immune a tale problematica.

 

I recenti risultati dello studio TWAP (Transboundary Waters Assessment Programme), sviluppato dalle nazioni unite (UNEP-DHI), focalizzano l’attenzione sui grandi corpi idrici transnazionali, ove la competizione per l’uso delle risorse, se non regolata da opportuni accordi internazionali, può portare a conflitti di vario livello, anche militare (si veda il post del 2015 su Climalteranti).

Lo studio TWAP, iniziato nel 2013, aveva due obiettivi, ossia i) sviluppare la prima valutazione a scala globale sullo stato dei bacini transnazionali, ii) formalizzare la partnership con istituzioni chiave per assicurare che le problematiche specifiche vengano incorporate nelle strategie di gestione dei grandi bacini fluviali.

Il report individua 286 bacini idrici transfrontalieri in 151 paesi, che coprono più del 40% della superficie terrestre ed includono più del 40% della popolazione mondiale.

Figura 1. Mappa dei bacini transazionali mondiali individuati dal report TWAP (Report TWAP, 2016)

Fra i vari aspetti relativi alla cooperazione in tali bacini fluviali investigati nel report TWAP, è di particolare interesse qui l’aspetto della Governance, declinato nel report TWAP tramite una serie di indicatori (si veda la Nota 1 in fondo), che includono anche gli effetti di potenziali cambiamenti climatici, valutati tramite la risposta dei sistemi fluviali a proiezioni climatiche generate tramite i modelli di IPCC.

Sulla base di tali valutazioni, lo studio TWAP individua alcuni bacini transfrontalieri ad elevato rischio di conflitto nella prima metà del secolo (hot-spots), chiaramente indicati nel riassunto per i decisori politici, Summary for policy makers.

Figura 2. Mappa dei bacini transazionali individuati dal report TWAP come hot-spots per il rischio di conflitti (Report TWAP, 2016, Summary for Policy Makers). Nella legenda relativa ad ogni gruppo di bacini (suddivisi per area con colori diversi), vengono riportati i maggiori fattori di stress, i.e. la crescita di popolazione, l’aumento dei prelievi e la variazione della disponibilità.

 

Come si osserva nella Figura 2, per i fiumi dell’Asia centrale e medio oriente le proiezioni di scenario futuro (al 2050) suggerirebbero una diminuzione misurabile dei deflussi fluviali in risposta ai cambiamenti climatici. Come evidenziato dal riquadro blu presente nell’immagine, “Alcune regioni sono particolarmente esposte allo sviluppo socioeconomico ed ai cambiamenti climatici, con un rischio atteso crescente per molti indicatori”.

Gran parte dei bacini ritenuti critici si trovano in Medio-oriente ed in Asia Centrale. Fra le cause principali dell’incremento dei rischi di conflitto il report TWAP annovera i) l’aumento della popolazione, ii) la maggiore necessità di prelievi, iii) la diminuzione dei deflussi in alveo in risposta ai cambiamenti climatici.

Ad esempio, nel recente lavoro Effects of hydrological changes on cooperation in transnational catchments: the case of the Syr Darya (qui in versione italiana dello studio) gli autori si focalizzano sul fiume Syr Darya, affluente del Lago (Mar) D’Aral.

Gli affluenti a tale lago, Syr Darya e Amu Darya, compresi nello studio TWAP in forma aggregata (bacino del Lago D’Aral) sono considerati fra i  più critici. I fiumi attraversano nove stati fra le repubbliche ex-sovietiche e sono regolati tramite diversi invasi, per scopi idroelettrici, potabili ed irrigui. Tale complesso sistema di gestione genera una situazione di potenziale conflitto tra gli stati coinvolti.

Gli autori dello studio dimostrano come la diminuzione attesa dei deflussi negli affluenti del Lago D’Aral, in seguito alla fusione dei ghiacciai del Tien Shan che li alimentano, potrebbe portare ad un inasprimento dei conflitti, in aggiunta alle consistenti perdite economiche legate alla diminuita produzione elettrica e agricola.

A tale aspetto si unisce la situazione fortemente compromessa del Lago D’Aral. Privato della gran parte delle acque dei suoi affluenti, ha raggiunto una dimensione pari ad un decimo della sua estensione storica (da ca. 70.000 km2 negli anni Sessanta a ca. 7.000 attuali).

Nello studio gli autori propongono un’analisi della Governance relativa a cinque grandi bacini transfrontalieri indicati come hot-spots nel report TWAP:  i) Gange-Brahmaputra-Meghna (7 paesi, 1.65*106 km2), ii) Indo (7 paesi, 8.56*105 km2), iii) Tigri-Eufrate/Shatt al Arab (6 paesi, 8.78*105 km2), and iv) Tarim (7 paesi, 1.10*106 km2) e v) Mar D’Aral (9 paesi, 1.10*106 km2).

In termini di quadro normativo, i bacini analizzati mostrano una situazione che va una bassa criticità in presenza di trattati rispettosi del diritto internazionale, fino ad un valore molto alto (il Tarim, in assenza di trattati o in presenza di trattati non rispettosi delle leggi internazionali). Il report TWAP classifica il 38% circa dei bacini studiati nella categoria 5, alto rischio.

Per tre casi su cinque (Lago D’Aral, Indo e Tigri-Eufrate), non è stato possibile determinare l’esistenza di un ambiente favorevole alla gestione dei conflitti né ottenere un giudizio informato sulla capacità istituzionale dei paesi coinvolti (uno o più). Benché non si possano trarre conclusioni dall’assenza di informazione, è lecito supporre che tale capacità sia debole o quantomeno non riconosciuta.

Ad esempio nel caso del fiume Syr Darya si osserva storicamente la scarsa capacità/volontà di rispettare gli accordi internazionali, benché esistenti ed in linea con i principi del diritto internazionale.

Tutti i bacini investigati vengono classificati con rischio da moderato ad alto (Tarim), per quanto riguarda le tensioni idro-politiche. Il rischio diviene per lo più alto per quanto riguarda la presenza di fattori esasperanti. Il Lago D’Aral, come il fiume Tarim ha un valore 1 (i.e. almeno un fattore esasperante), con gli altri tre bacini attestati sul valore 2 (i.e. almeno due fattori esasperanti).

Il report TWAP indica in definitiva come la combinazione di un aumento di popolazione, di un basso reddito pro-capite e della diminuzione attesa della disponibilità di risorsa in fase di cambiamento climatico sono fattori esasperanti dei rischi di conflitti per l’uso dell’acqua nei paesi dell’Asia centrale. I cambiamenti climatici presenti ed attesi in futuro potranno sommarsi a situazioni locali di scarsa capacità cooperativa, assenza/inconsistenza dei trattati e/o inadeguatezza degli organi di governo nell’influenzare la stabilità e la cooperazione in bacini transnazionali, potenzialmente portando a situazioni di conflitto tra gli stati. La gestione della risorsa idrica in quei paesi dovrà necessariamente tenere conto di tali aspetti in futuro.


Figura 4. Valore degli indicatori di rischio TWAP relativi per 5 bacini rappresentativi della situazione in Asia centrale e medio oriente. Scala dei colori equivalente al report TWAP. a) Quadro normativo ed ambiente favorevole. b) Tensioni idro-politiche e fattori esasperanti al 2050.

 

Per l’Italia lo studio TWAP considera cinque bacini transnazionali: il Po (condiviso per brevi tratti con Francia e Svizzera), il Roja (in Liguria al confine con la Francia), il Rodano (per un breve tratto in val d’Isère), il Danubio (a cui contribuisce la Drava, in Alto Adige), e l’Isonzo (che fluisce per gran parte in Slovenia, con il nome di Soča, prima di attraversare il confine a Gorizia).

I primi quattro fiumi presentano valori sempre bassi degli indicatori relativi allea Governance, mentre il fiume Isonzo presenta valori stimati di rischio alto (4) per gli indicatori di quadro normativo e tensioni idro-politiche (no data per l’indicatore ambiente favorevole, derivante però da un valore non noto per il lato italiano, ma con un valore 4 sul lato sloveno). In prospettiva fino a metà secolo si evidenzia un potenziale alto (4) in termini di tensione idro-politica.

L’Isonzo è stato oggetto di studio in un recente progetto delle Nazioni Unite (NEXUS), essendo considerato fra gli otto più interessanti bacini idrografici transfrontalieri al mondo. Durante un workshop tenutosi a Gorizia nel maggio 2015, si sono evidenziati due aspetti fondamentali riguardo la cooperazione: i) la continuità dell’Isonzo in termini idrologici e di qualità delle acque, anche in termini di servizi eco-sistemici, e ii) l’eco-turismo visto come un mezzo per lo sviluppo economico della regione. Nell’ambito del progetto NEXUS è stata predisposto un accordo allo scopo di favorire il dialogo tra i due paesi per la gestione congiunta del fiume (tale accordo è disponibile in bozza, o draft assessment).

Nemmeno l’Europa e l’Italia sono quindi totalmente immuni da potenziali conflitti sull’uso dell’acqua ed i cambiamenti climatici potrebbero peggiorare il quadro.

 

Testo di Daniele Bocchiola, con contributi di Stefano Caserini e Sylvie Coyaud

 

Nota 1
Il tema della Governance viene declinato in tre indicatori specifici, quali i) il quadro normativo (i.e. l’esistenza di trattati nazionali ed internazionali in linea con i principi del diritto internazionale, ii) le tensioni idro-politiche (i.e. fonti potenziali di tensioni politiche legate all’acqua) e iii) l’ambiente favorevole (i.e. la capacità istituzionale di implementazione delle politiche cooperative a livello nazionale ed internazionale). Il report fornisce un valore relativo (1-5) di rischio per ogni indicatore, da ‘molto basso’ (situazione ottimale) a ‘molto alto’ (situazione peggiore). Inoltre, viene sviluppato un indicatore chiamato fattori esasperanti delle tensioni idro-politiche (1 o più fattori) nei prossimi 30 anni (al 2050). Tali fattori includono i) elevate variabilità della disponibilità della risorsa idrica dovuta a variazioni climatiche, ii) trend negativi recenti nelle riserve d’acqua, iii) conflitti armati interni agli stati, iv) conflitti armati tra gli stati, v) recenti dispute sull’uso dell’acqua e vi) basso reddito pro-capite.

 

Climalteranti.it » Assegnato il premio “A qualcuno piace caldo” 2016

http://www.climalteranti.it/2017/09/28/assegnato-il-premio-a-qualcuno-piace-caldo-2016/

Anche quest’anno, il raggiungimento dell’estensione minima dei ghiacci artici (nota 1) è l’occasione per l’assegnazione del Premio “A qualcuno piace caldo”, “alla persona o all’organizzazione italiana che più si è distinta nel diffondere argomentazioni e notizie errate sulla fenomenologia dei cambiamenti climatici, sugli impatti e sui costi e benefici delle misure di mitigazione”.

Esaminati i pretendenti per l’anno 2016, i membri del Comitato Scientifico di Climalteranti hanno per la prima volta assegnato il premio ex-aequo, all’associazione Amici della Terra e alla RAI Radio Televisione Italiana.

PREMIO “A QUALCUNO PIACE CALDO” 2016

AMICI DELLA TERRA

Motivazione

Per la continua pubblicazione, nella propria Newsletter L’astrolabio, di articoli che con argomenti deboli se non infondati cercano di mettere in discussione i capisaldi della scienza del clima, la serietà del lavoro degli scienziati che lavorano ai rapporti IPCC, e le preoccupazioni per il riscaldamento globale del pianeta.

RAI RADIO TELEVISIONE ITALIANA

Motivazione

Per aver interrotto Scala Mercalli, l’unica trasmissione esistente nel suo palinsesto in grado di informare in modo adeguato e approfondito sul tema del cambiamento climatico e altri temi ambientali scottanti, venendo meno al suo dovere, come servizio pubblico, di far conoscere i problemi del nostro tempo.

Per approfondimenti sui motivi che hanno permesso agli Amici della Terra di conseguire il premio, si rimanda a questo post Gli amici della serra, o al recente articolo “Dice Lomborg” in cui Giovannangelo Montecchi Palazzi sponsorizza acriticamente le stime economiche dello statistico danese (autore in passato di molte castronerie sul tema), e non è neppure capace di scrivere correttamente i nomi dell’IPCC (chiamato “International Panel for Climatic Changes” e non Intergovernmental Panel on Climate Change) e dell’UNFCCC (chiamata “Framework Conference on Climatic Changes” e non Framework Convention on Climatic Change).

Per quanto riguarda la RAI, si veda il post Appello per reintrodurre Scala Mercalli nel palinsesto RAI.

(Nota 1)

Quest’anno l’estensione minima del ghiaccio marino artico, registratasi il 13 settembre e pari a 4,64 milioni di chilometri quadrati, è stato l’ottavo valore più basso mai registrato nei 38 anni di osservazioni. In figura sono riportati gli andamenti della superficie di ghiaccio artico nel 2017 e nel 2012, insieme alla media 1981-2010.

 

Climalteranti.it » La falsa petizione “contro le eco-bufale” del Prof. Zichichi e Il Giornale

Il 5 luglio è apparso su “Il Giornale” un articolo in cui il Prof. Antonino Zichichi ha ribadito le sue posizioni estreme sulla questione climatica, parlando di “eco-bufale”, di “terrorismo” e criticando in modo radicale la modellistica climatica; l’articolo è stato presentato da un titolo (si presume della redazione) in cui si definivano “ciarlatani” gli scienziati che ritengono che le attività umane stiano modificando il clima del pianeta.

Climalteranti ha già spiegato in un precedente post lo scarso spessore scientifico di questa ulteriore raffica di “zichicche”, nonché la stranezza della sezione intitolata “Appello della Scienza contro le eco-bufale” dove “La Scienza” sembrava rappresentata, oltre che dal prof. Zichichi in persona, dalle firme di venti scienziati.

Ora, questa cosa è parecchio strana per vari motivi. Il primo è che dei venti firmatari non ce n’è uno, che sia uno, che si occupi di clima. Sono quasi tutti fisici delle particelle o fisici teorici. La seconda stranezza è che non si capisce bene dall’articolo de “Il Giornale” che cosa queste persone abbiano firmato. Di quali “eco-bufale” si tratta, esattamente?

 

LEGGI TUTTO SU Climalteranti.it

 

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