Home Page by K2 Home Page by JSN PageBuilder

Osservazioni sulla SEN

 dei Comitati scientifici di “Sì alle rinnovabili, No al Nucleare”, “Movimento Ecologista”, “Energia Felice” e Centro

Interuniversitario di Ricerca Per lo Sviluppo sostenibile (CIRPS).

Coordinatore: Massimo Scalia (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

 

  

Premessa

Le seguenti osservazioni sono state stilate nella convinzione che il significato più profondo dell’ “Accordo di Parigi” sia quello di avere segnato

l’inizio della fine dell’era dei combustibili fossili. E’ di conforto che una convinzione così netta sia sostanzialmente condivisa con significativi

attori di questa vicenda, quali Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International, e Nicholas Stern, consigliere economico del

governo inglese per i cambiamenti climatici e lo Sviluppo. Questa consapevolezza non è un tratto caratteristico della SEN, ma si può sperare

che se il Presidente Macron si impegna in un sostanziale dimezzamento del parco di centrali nucleari francesi, a lungo elemento della

“grandeur”, il Governo italiano possa muoversi con maggior coraggio nell’indicare e programmare la transizione energetica: dal vecchio

modello di fonti energetiche fortemente accentrate e basate sui combustibili fossili a quel modello di fonti rinnovabili e diffuse sul territorio, più

direttamente accessibili ai cittadini, già configurato dall’ormai imminente realizzazione dei tre 20% e sempre più affermato dai nuovi obiettivi

che l’Unione Europea intende darsi entro il 2030.

  

1. Gestione della SEN

Il riferimento di base della strategia energetica italiana non può essere altro che l’ “Accordo di Parigi”, come è stato più volte ribadito anche dal

Presidente del Consiglio in importanti incontri internazionali di Capi di Stato e di Governo in contrapposizione alle ipotesi di ritiro avanzate da

l Presidente degli Stati Uniti. E’ opportuno ricordare anche i devastanti effetti sul terreno economico a livello mondiale che

conseguirebbero dal lasciar andare le cose come vanno (Business As Usual), e le drammatiche implicazioni sociali e sulla vita

quotidiana, illustrati dal famoso rapporto Stern (1).

 

Pertanto l’impegno sulla SEN appare e deve essere un impegno di tutto il Governo, che peraltro è interessato in quasi tutti i suoi componenti

dalle politiche necessariamente “trasversali” per la formulazione della SEN, e non dei soli Ministri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente.

 

Appare quindi necessario il conferimento alla Presidenza del Consiglio, a un eventuale apposito organismo di altissimo profilo da essa

individuato, di tutta la materia SEN e del coordinamento tra i vari ministeri interessati a partire dai documenti proposti dai due sopra

citati Ministeri.

 

2. Efficienza energetica e occupazione

E’ l’aspetto fondamentale che richiede un’impegnativa e puntuale azione di Governo, ai diversi livelli, per la difficoltà, la capillarità e il livello

tecnologico richiesto alle azioni di realizzazione. Qui di seguito l’ “efficienza energetica” intende includere anche quella popolarmente, e

impropriamente, detta “di 2° Principio”, cioè la misura della qualità dell’energia erogata rispetto alla qualità dell’energia richiesta. E’ noto come

gli usi “impropri” d’energia, famosa la “strage termodinamica”, possono configurare un aggravio di decine di Mtep nel bilancio nazionale che si

spingono ad alcune migliaia di Mtep su scala mondo.

Già nello statement che le Accademie delle Scienze dei Paesi del G8, più quelle di Cina, India, Brasile e Sud Africa, rivolgevano direttamente al

G8 di S.Pietroburgo (2006) venivano sottolineati, oltre agli aspetti globali della sostenibilità energetica, sia il ruolo guida dell’accrescere

l’efficienza negli impieghi di energia che l’ampiezza degli investimenti pubblici necessari: “Providing for global energy sustainability and

security will require many vigorous actions at national levels, and considerable international cooperation. These actions and cooperative steps

will need to be based on wide-spread public support, especially in exploring avenues for increased efficiency of energy use.” (2).

 

Vale la pena ricordare che fu proprio a questo statement, e a quello del precedente anno rivolto al G8 di Gleneagles e che richiedeva a tutte le

nazioni una “prompt action” (3), che rispondeva pochi mesi dopo, nel marzo 2007, il Consiglio d’Europa con il lancio dei tre 20% al 2020, cui

si pervenne tramite l’alta mediazione esercitata da Angela Merkel nei confronti dei recalcitranti Paesi dell’Est europeo da poco entrati nella UE

(tacciamo, per amor di patria, dell’atteggiamento del Governo italiano di allora).

 

Lo studio degli Economisti dell’Energia nel progetto europeo SAVE (dicembre 2004), quello dell’ENEA (febbraio 2009) oggetto anche di una

proposta d’intesa col Regno Unito, e quello di Confindustria del settembre 2010 concordano nel fornire cifre che quantificano l’importanza del

risparmio energetico al di là dei limiti di una politica meramente energetica. Ci riferiamo proprio all’ultimo studio: “Piano di efficienza

energetica 2010 - 2020”, e perché nel corso del 2011 divenne “avviso comune” di Confindustria, CGIL, CISL e UIL e perché le prime

quantificazioni che forniva mostravano con particolare evidenza l’importanza dei risultati che era possibile conseguire: a fronte d’un

investimento pubblico di 16,7 miliardi di euro sull’arco di dieci anni si sarebbero prodotte nello stesso tempo un milione e seicentomila unità

lavorative annue – 407 mila nei settori dell’edilizia – oltre al conseguimento dei tre 20% della UE, segnatamente oltre 51 Mtep di riduzione dei

consumi energetici al 2020 con una riduzione di 207,6 Mton di CO2.

 

L’ impatto socio-economico del Piano veniva valutato pari a quello di circa 130 miliardi di euro di investimenti; il costo evitato per la sola

riduzione della CO2 avrebbe dato un risparmio economico di 5,2 miliardi di euro.

Il Piano non venne però presentato al Governo Letta, durante gli incontri con le parti sociali proprio quando si trattava di passare alla fase dello

sviluppo dopo quella dei “sacrifici”.

Anche in assenza di adeguati investimenti pubblici e di una politica mirata del Governo nel 2016 il totale degli investimenti in efficienza

energetica realizzati in Italia è stato pari a circa 6,1 miliardi di euro e il mercato sta mostrando segnali positivi con una crescita costante degli

investimenti negli ultimi 5 anni. L'Italia sembra finalmente pronta a compiere quel cambio di passo decisivo per far assumere al comparto

dell'efficienza energetica un ruolo centrale nello sviluppo strategico del settore energetico e occupazionale del Paese.

  

Questa del binomio “efficienza energetica/occupazione” deve essere l’indicazione prioritaria della SEN, in termini di impiego di risorse,

supporti amministrativi, aspetti tecnico-scientifici e quadro legislativo. Sul piano tecnico-scientifico spetta al Governo realizzare le

appropriate forme di coinvolgimento delle competenze presenti nelle Università, negli Enti e negli Istituti di ricerca italiani.

  

Restano aperti i problemi connessi al reale stato finanziario delle moltissime ESCO certificate e di quanta parte del mercato esse effettivamente

intercettino; ai modelli di business che le utility stanno realizzando nell’ambito dell’efficienza energetica. Più in generale, quanto sia diffusa la

“cultura” dell’efficienza energetica sia nel sistema industriale che nella PA del Paese; quanto, ad esempio, sia diffuso nell’edilizia il modello

“Nearly Zero Energy Buildings” (NZEB).

Per avere una rappresentazione dello stato dell’arte su questi problemi il Governo potrebbe stipulare un accordo con le parti sociali (Sindacati e

Confindustria nelle loro articolazioni categoriali, Associazioni ambientalistiche nazionali) per la realizzazione entro tempi certi (12 mesi) di

un’indagine capillare, alla portata della diffusione territoriale dei soggetti coinvolti, utile di per se stessa anche ad accrescere informazione e

consapevolezza dei cittadini sull’importanza e le possibilità connesse all’efficientamento energetico.

 

Al contempo il Governo dovrebbe pubblicizzare i risultati, vagliati dagli Enti certificatori, dei Titoli di Efficienza Energetica (TEE) sul piano

economico, sociale e ambientale al fine della programmazione SEN. Queste due leve, l’indagine capillare e un documento programmatico sui

TEE, sembrano un aspetto necessario, propedeutico alla realizzazione della SEN.

Il coinvolgimento di tutto il mondo del lavoro, alla stregua di quanto adombrato e purtroppo non realizzato dal “Piano d’efficienza energetica

2010 - 2020”, è la carta fondamentale per il successo di una strategia di accrescimento dell’efficienza energetica e di incremento

dell’occupazione.

 

3. STRATEGIE “LOW CARBON”

  

3.1 Le indicazioni dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) sugli investimenti

 

I Paesi europei devono accelerare rapidamente gli sforzi e definire i loro bisogni di investimento e i piani per adattarsi ai loro obiettivi nel

passaggio verso un’economia low carbon sostenibile e resiliente al clima», recita il briefing  “Financing Europe’s low carbon, climate resilient

future” pubblicato di recente dall’ EEA, che sottolinea anche: “La necessità di una chiara informazione sulle esigenze e le priorità degli

investimenti per attirare finanziamenti privati”.

L’EEA sollecita un sostanziale ri-orientamento dei flussi finanziari verso investimenti più sostenibili come condizione per una transizione verso

un futuro low carbon, e, nello studio “Assessing the state-of-play of climate finance tracking in Europe” pubblicato il 6 luglio scorso (4), rileva

che solo pochi paesi europei  – Belgio, Estonia, Francia, Germania  e Repubblica ceca – hanno trasformato gli obiettivi climatici e energetici in

concreti impegni d’investimento e “sembrano aver un approccio nazionale o una strategia in atto per tenere traccia delle spese relative alla

mitigazione e all’adattamento climatico”.

 

Lo studio riporta: “Una mancanza di preparazione e informazione a livello nazionale per quanto riguarda i bisogni totali di investimento stimati,

nonché i loro volumi di spesa pianificati e attuali per scopi climatici e energetici. Di conseguenza, le stime dell’Unione europea relative ai

fabbisogni totali di investimento finanziario per il clima non sono abbinati a valutazioni complementari nazionali”. E nel briefing l’EEA chiede

di “sviluppare piani nazionali per aumentare i capitali per poter rispettare i loro obiettivi relativi al clima e all’energia, per rafforzare la fiducia

degli investitori, aumentare l’attrattività degli investimenti e migliorare la certezza politica”.

 

L’Unione europea ha stimato la necessità di investimenti in circa altri 177 miliardi di euro all’anno dal 2021-2030, e l’EEA sottolinea: “Per

colmare questo divario saranno necessari finanziamenti sostanziali:  un raddoppio degli attuali investimenti nell’energia rinnovabile e

nell’efficienza energetica. Questo richiederà la mobilitazione di fondi pubblici e privati …”.

 

La SEN sopperisca ai rilievi dello studio EEA seguendone le indicazioni e le richieste per quanto riguarda le stime di investimento e i

“volumi di spesa pianificati e attuali per scopi climatici e energetici”; prevedendo pertanto per il 2021 - 2030 il raddoppio degli attuali

investimenti.

 

3.2 Alt ai finanziamenti dei combustibili fossili e abbandono del carbone entro il 2020

 

Secondo i dati diffusi dal rapporto “Talk is Cheap: How G20 Governments are Financing Climate Disaster” (5), presentato il 5 luglio scorso da

Oil Change International, Friends of the Earth US, Sierra Club e Wwf European Policy Office e al quale ha collaborato anche Legambiente per

la parte italiana: “Nonostante gli Accordi sul clima di Parigi e gli impegni presi per contrastare i cambiamenti climatici, i Paesi del G20

continuano ad incentivare l’uso dei combustibili fossili fornendo quasi quattro volte più fondi pubblici a questo settore che alle energie

rinnovabili”. “Tra il 2013 e il 2015 i finanziamenti pubblici che gli Stati del G20 hanno destinato alle fonti fossili si attestano a 122,9 miliardi di

dollari l’anno”.

Per quel che riguarda l’Italia: “In tre anni (2013-2015) la Penisola attraverso SACE e CDP ha destinato con 21 progetti ben 2,1 miliardi di

dollari medi annui ai combustibili fossili contro i 123 milioni di dollari l’anno destinati alle energie pulite”, piazzandosi all’ottavo posto nella

classifica per finanziamenti pubblici a sostengo dei combustibili fossili e risultando così tra i paesi peggiori, insieme alla Germania, per la

mancata corrispondenza tra lotta ai cambiamenti climatici e finanziamenti pubblici. “In particolare l’Italia, sebbene nell’ambito della sua

presidenza del G7 abbia promosso un’agenda per allineare la finanza bancaria multilaterale di sviluppo con gli obiettivi degli accordi di Parigi,

ha dimostrato fino adesso scelte e fatti ben diversi”.

 

Inoltre, sul piano globale: “Recenti analisi mostrano come anche soltanto continuando ad utilizzare le attuali risorse di petrolio e gas, negli

impianti già in esercizio, e considerando l’estrazione del carbone completamente esaurita, il Pianeta si riscalderà ben oltre gli 1,5° C consigliati.

Le potenziali emissioni di CO2 provenienti da tutti i combustibili fossili negli impianti e nelle miniere già operanti al mondo ci porterebbero

infatti ben oltre i 2° C”.

Il perdurare dell’Italia in investimenti pubblici a favore dei combustibili fossili è incompatibile con il rilevante impegno economico segnalato

dall’EEA per il periodo 2021 - 2030, stimabile in più di 2 miliardi di dollari all’anno (pari all’esborso annuale nel triennio 2013 - 2015 per i

combustibili fossili, vedi sopra).

 

In questo quadro, anche la scelta del gas da fonti fossili non può essere vista come una scelta strategica sulla quale investire grandi risorse, come

invece ipotizza l’attuale SEN. L'idea della vecchia SEN, di una “Italia come hub del gas”, sembra invece ricomparire sotto le vesti di un “Piano

Gas” con grandi investimenti in infrastrutture che ingesserebbero le scelte per il futuro, e con meccanismi ipotizzati a favore degli imprenditori

ma a carico delle bollette dei cittadini.

 

Pertanto la SEN deve porre un termine certo, il 2020, agli investimenti pubblici, diretti o indiretti, sui combustibili fossili che sono

inoltre in totale contrasto, per i motivi appena riportati, con l’attuazione dell’ “Accordo di Parigi” e gli impegni presi.

 

La SEN prevede l’abbandono del carbone entro il 2030. Alla relativa marginalità di questa fonte fossile nel sistema energetico nazionale

corrisponde invece un rilevante impatto sanitario e una significativa “mortalità aggiuntiva”. Ciò pone in primo piano la tutela della salute che la

Costituzione vuole assicurata per tutti i cittadini, indipendentemente dal loro luogo di residenza; una tutela che viene meno, ad esempio, nel

raggio di massima ricaduta degli inquinanti emessi da una centrale termoelettrica a carbone ma anche in ampie zone del Paese, soprattutto

nell’area padana, per l’estensione della diffusione degli inquinanti caratteristica dell’elevata altezza dei camini. Come è stato evidenziato da vari

studi internazionali, sia i danni sanitari che la mortalità aggiuntiva comportano anche un costo economico, che relativamente a quest’ultima, può

essere stimato sulla scorta del rapporto EEA 2011: “Revealing the costs of air pollution from industrial facilities in Europe” (EEA Technical

Report, n.15/2011).

 

Rispetto della salute, costituzionalmente tutelata, contro le “morti aggiuntive”, sgravio da indebiti costi economici e sociali e coerenza

con gli impegni derivanti dall’ “Accordo di Parigi” richiedono un abbandono il più possibile immediato del carbone, che, anche tenendo

conto dell’inerzia tipica di ogni componente massiva di un sistema energetico, può essere anticipato nella SEN al 2020.

 

3.3 Ciclo di vita e obsolescenza programmata

 

E’ in discussione al parlamento europeo la relazione sulla durata dei prodotti, “Sortir de la société du déchet permanent tout en créant de

nombreux emplois en Europe” (6) , che chiede misure concrete per affrontare lo spreco di denaro, energia e risorse dovuto alla deperibilità e

obsolescenza dei prodotti immessi sul mercato e che i prodotti siano più resistenti, anche grazie a degli standard prefissati in collaborazione con

le organizzazioni europee di normalizzazione. Infatti, secondo uno studio del Servizio di ricerca del Parlamento europeo, uno smartphone ha una

vita di due anni, i piccoli elettrodomestici, i giocattoli e i vestiti hanno vita altrettanto breve e i computer portatili, le biciclette e gli indumenti

sportivi vengono solitamente sostituiti in capo a quattro anni; mentre un sondaggio dell’ Eurobarometro rivela che il 77% dei consumatori

preferirebbe poter riparare un oggetto rotto, invece di doverlo sostituire.

  

L’europarlamento vuole affrontare anche un aspetto più insidioso: “l’obsolescenza programmata”, “cioè la costruzione ad hoc dei difetti in un

dispositivo in modo che questo si rompa entro un certo periodo di tempo”. Poiché il ricorso a un tale sistema può essere difficile da dimostrare

, i deputati europei hanno chiesto alla Commissione di istituire un sistema indipendente per monitorare eventuali illeciti. Inoltre, in sintonia con

l’orientamento della stragrande maggioranza dei cittadini europei, più del 90% secondo Eurobarometro, che ritengono che i prodotti debbano

essere chiaramente contrassegnati per indicare la loro longevità, il Parlamento europeo propone l’introduzione di un sistema di etichettatura che

soddisfi tale richiesta.

 

E’ importante questa ripresa d’interesse europeo per iniziative che si inseriscono nel modello di Economia circolare, guardando alla prima fase

del ciclo di vita dei prodotti, cinque anni dopo la pubblicazione da parte della Commissione del “Manifesto for a Resource Efficient Europe”

(7), nel quale si segnalava la necessità (“.. no choice but..”(7) di una transizione all’Economia circolare illustrandone le potenzialità non solo in

termini di nuova occupazione e di competitività ma anche come opportunità per l’innovazione, gli investimenti e nuovi modelli di lavoro.

Fino ad oggi però l’attenzione di Bruxelles era rimasta polarizzata sulla gestione dei rifiuti, la seconda parte del ciclo di vita dei materiali, e non

sulla prima parte, cioè la progettazione ecologica dei prodotti, come queste attività del Parlamento europeo richiamano.

 

Promuovere la produzione di beni progettati per essere durevoli, sostenibili e riciclabili comporta una riduzione rilevante dei rifiuti attraverso la

maggior durata dei beni, la loro riparazione, il riciclo; e, in generale, anche una vita più lunga degli impianti di trattamento; il tutto risulta poi in

una riduzione complessiva dei consumi energetici. Pur rappresentando una sfida per i produttori può avvantaggiare le piccole e medie imprese e

le aziende che, non potendo competere sul prezzo, possono farlo sulla qualità.

 

La SEN deve inserire nella programmazione al 2030 indicazioni efficaci per la realizzazione di un’economia circolare e, al di là dei

vantaggi economici e sociali previsti dal “Manifesto” della Commissione, stimare le ricadute in termini di riduzione dei consumi

energetici con la loro temporizzazione.

  

3.4 L’auto elettrica

 

Da circa un quarto di secolo numerosi studi e documenti internazionali e della stessa Commissione UE propongono modelli di forte riduzione

del traffico veicolare, soprattutto urbano, e le vie per conseguire simili obiettivi. Per l’Italia è stata ripetutamente segnalata come patologica la

differenza tra traffico merci su gomma e su rotaia a favore della prima – costantemente ignorata da Governi che hanno concesso a più riprese nel

tempo significativi finanziamenti pubblici senza mai ottenere la richiesta razionalizzazione del settore su gomma – ed è stato additato l’uso delle

due grandi “autostrade”, il Mar Tirreno e il Mar Adriatico,come un forte supporto a basso costo e ad alta capacità per il traffico delle merci non

deperibili. Queste e molte altre indicazioni, quante piste ciclabili!, hanno costellato convegni e sessioni di Bilancio del Parlamento italiano, ma

attesa l’esiguità degli effetti lasciamo ad altri di maggior buona volontà il riproporle.

 

Dissentiamo invece dalla previsione della SEN relativamente al decennio 2021 -2030 che vede una penetrazione minimale delle rinnovabili nel

settore trasporti, sostanzialmente consegnata ai biocombustibili. A parte ogni considerazione di carattere ambientale sull’utilizzo nei trasporti

del metano e dei biocombustibili – il primo non rappresenta certamente una risposta valida alla riduzione dei gas serra – la sottolineatura sul

ruolo del biometano, ottenuto “dalle bucce di mela” secondo la pubblicità dell’ENI, sembra, più che un attenta riflessione sul mercato, le sue

potenzialità e i suoi sviluppi, un omaggio alla “nostra” potente multinazionale, perenne redattrice, insieme all’ENEL, dei fallimentari Piani

Energetici Nazionali (PEN) del secolo scorso.

 

Il mercato infatti ci dice ben altro, e cioè del formidabile sviluppo che avrà l’auto elettrica proprio sull’arco di tempo della SEN. Numeri e

previsioni son facilmente attingibili dai numerosi studi comparsi anche in tempi recenti e vorremo fosse molto chiaro che pensiamo, per fortuna

non solo noi, a un auto elettrica pienamente inserita nel ciclo delle fonti rinnovabili. Quel che sembra grave nella visione della SEN è l’attardarsi

su soluzioni vecchie, obsolete – tutti ricordano l’esperienza del Brasile con percentuali sempre più elevate nella benzina di alcoli derivati dalle

colture ad hoc – invece che puntare su un futuro che è già cominciato.

  

E, a proposito di mercato, ci sembra illuminante ricordare che Elon Musk, il cofondatore di Paypal e attuale contractor con SpaceX – di cui è

leader e Ceo – del Governo degli US per gli shuttle di collegamento con la piattaforma spaziale, è anche Ceo di “Tesla”, la fabbrica di

automobili elettriche il cui nome si riferisce, pour cause, al geniale inventore, oltre un secolo fa, del motore elettrico utilizzato dalle “Tesla

Model”. Musk ha messo in open source su Internet, oltre un anno fa, i brevetti più importanti delle sue “Tesla” dichiarando di voler facilitare in

questo modo la diffusione dell’auto elettrica; e a marzo scorso aveva già ricevuto oltre 400 mila prenotazioni per la “Model 3”, l’auto

completamente elettrica che entro l’anno verrà immessa sul mercato con un prezzo intorno ai 30 mila euro. Già nel 2015 la “Tesla” è stata

dichiarata da Forbes l’azienda più innovativa al mondo.

 

Non c’è bisogno di essere californiani per prevedere che una soluzione di questo tipo batterà in breccia i vari modelli ibridi già in circolazione –

quelli elettrici hanno un costo simile ma prestazioni molto più scadenti soprattutto riguardo all’autonomia – e comporterà riduzioni di costi e di

prezzi proporzionali alle quote di mercato che riuscirà a guadagnare. La diffusione prevedibile di una fitta rete di colonnine di “rifornimento”

per le batterie comporterà un ulteriore impulso alla penetrazione delle fonti rinnovabili. Non a caso Cina e India hanno optato per accelerare i

loro programmi di mobilità elettrica, e l’India ha deciso che dal 2030 si venderanno nel Paese solo auto elettriche.

 

Nel 2030, rispetto a diverse e più ottimistiche previsioni avanzate, è conservativo ritenere che un 20% del circolante sarà costituito da auto

elettriche. Insomma, il futuro, prossimo, è lì, non davvero nei biocombustibili.

 

 La SEN deve tenere conto del panorama internazionale dell’auto elettrica e del suo sviluppo; e riformulare sotto questa luce programmi

e politiche dei trasporti, prevedendo anche un impegno di ricerca e sviluppo con centri di ricerca pubblici e finanziamenti privati (8)

per l’evoluzione di tutta la componentistica, soprattutto le batterie, e la riduzione dei costi.

 

Costruire la cultura della sostenibilità energetica

 

Le strategie energetiche sono “storicamente” mirate sul medio-lungo termine, senza ignorare ovviamente quanto si può e si deve fare subito.

Esse si devono porre perciò il problema delle modifiche culturali, oltre che sociali, che si possono determinare sul lungo termine. Tanto più

nell’era dell’instabilità climatica, di quei cambiamenti climatici che già nel 2012 il numero di apertura online della rivista Nature denunciava

come: “The treat has never been greater”, sollecitando tutti gli uomini di scienza a farsi promotori, con tutti i media che l’innovazione ha messo

a disposizione, di un “risveglio” dell’opinione pubblica.

  

Purtroppo questo risveglio è più lento di quanto sarebbe auspicabile, testimoniato in Italia dall’impressionante numero di persone che ignorano

il percorso che ha portato dal Protocollo di Kyoto all’Accordo di Parigi; peggio, da quanti, anche tra studenti universitari, non sanno, ormai a

pochi anni dal loro traguardo, che cosa siano i tre 20%, tanto meno il ruolo di riferimento che hanno svolto a livello mondiale. Da qui

l’inderogabile necessità di capovolgere questa situazione, a partire da alcuni elementi che vogliamo qui di seguito riportare come un riferimento

assai schematico, vista la sede, ma necessario.

 

Per quanto riguarda il cambiamento climatico: “I buoi sono scappati dalla stalla”, siamo cioè già passati alla fase dell’instabilità climatica come

testimonia su scala mondiale: il moltiplicarsi di eventi meteorologici estremi, il diffondersi impressionante di aree di siccità, la “cattiva”

statistica che vede accumularsi negli ultimi vent’anni tutti i massimi delle temperature medie sulla superficie del pianeta, la spaccatura della

calotta artica; insomma tutti i fenomeni che sono stati collegati al global warming. Che questo collegamento sia scientificamente inoppugnabile

lo evidenziò il rapporto “Abrupt Climate Change” prodotto nel 2002 dal Consiglio delle ricerche (NRC) dell’Accademia delle Scienze

americana (9), che fu alla base dell’acceso dibattito che in capo a tre anni portò le Accademie delle Scienze dei maggiori Paesi del mondo ai già

ricordati statement e alle loro forti sollecitazioni - (2),(3).

 

Nel rapporto, frutto di dieci anni di lavoro sul campo – carotaggi dall’Antartide al Golfo del Venezuela – , di analisi dei campioni di isotopi

raccolti e di studio di modelli, veniva capovolto il punto di vista dominante della Climatologia che negava all’atmosfera ogni ruolo nelle

modificazioni climatiche, riservate invece, quelle non astronomiche (rotazione, rivoluzione, precessione della Terra e loro fluttuazioni), a

lle variazioni di salinità delle correnti oceaniche e al bilancio della masse ghiacciate, soprattutto le calotte polari, del nostro pianeta.

 

La negazione di un ruolo per l’atmosfera comportava che i gas serra, responsabili del global warming ma presenti nello strato più basso dell’atmosfera, non venissero

accettati come climalteranti. La resistenza opposta in questo senso dai Climatologi si fondava, ma solo in positivo,

su un evento molto bel studiato, il Dryas recente: la glaciazione dell’area Nord Atlantica, per un po’ più di mille anni a partire da 13 mila anni

fa, come dovuta al blocco della corrente del Golfo per la riduzione della sua densità salina, causata a sua volta dallo scioglimento di un enorme

scudo di ghiaccio sul Canada e dal conferimento di queste acque dolci alla Corrente del Golfo.

 

Questo esempio corroborava sicuramente la convinzione che i fattori dominanti delle modificazioni climatiche fossero proprio i due alla base

del Dryas recente, non consentiva però di escluderne altri. Infatti, alla posizione dominante il rapporto del NRC controbatteva che l’atmosfera

“cuce”, ricopre sia gli oceani che le terre emerse e che, più leggera e rapida nella sua azione di quelle due componenti assai più massive

(correnti oceaniche e grandi masse ghiacciate) poteva essere in grado di produrre alterazioni del clima. E un modello apparentemente

“semplice” spiegava, nel Rapporto, il passaggio dalla stabilità all’instabilità climatica in termini di raggiungimento di un valore di soglia per

l’intensità dell’ “azione forzante” (il global warming). Il fatto che sull’arco di 50 anni ci sia stata una variazione della concentrazione in

atmosfera di CO2 – il gas serra maggioritario – pari a quella che in precedenti epoche climatologiche ha richiesto 5000 anni produce il

verificarsi dell’effetto soglia: la contrazione per un fattore 100 – da 5000 a 50 anni – è la misura dell’intensità raggiunta dall’ “azione forzante”,

dal global warming. Un’intensità in grado di rompere la stabilità dell’equilibrio climatico.

 

Questa premessa evidenzia in estrema sintesi la molteplicità delle discipline scientifiche coinvolte, dalla Climatologia, all’Energetica, alla

Fisica, alla Bio-geochimica, al complesso delle Scienze Naturali, per lo studio e l’interpretazione dei fenomeni; dalla Sociologia ambientale

all’Economia alle Scienze dell’Informazione per quanto riguarda le implicazioni ambientali, sociali ed economiche del verificarsi sempre più

accentuato e drammatico delle conseguenze dei fenomeni connessi al global warming.

Riguardo a questi fenomeni, l’avvenuto passaggio all’instabilità climatica – recepito anche nel V° Rapporto dell’IPCC nella forma di

un’anticipazione di 20 anni, dal 2050 al 2030, del “punto di non ritorno” – obbliga a non considerare più il loro accadimento, il loro sommarsi e

aggravarsi, come un’emergenza; al contrario, attesi i tempi di permanenza della CO2 in atmosfera, è lo scenario delle prossime decadi.

 

Ciò comporta un gigantesco sforzo di education dei cittadini a tutti i livelli e in tutti i luoghi di lavoro e di formazione, a partire da quella

scolastica. Se la consapevolezza di questa esigenza non si trasformasse in consapevolezza diffusa e promotrice di stili di vita e azioni coerenti

verso uno sviluppo sostenibile, la SEN perderebbe una componente socio-culturale fondamentale che ne pregiudicherebbe la realizzazione

stessa.

Le azioni di mitigazione volte al conseguimento dei tre 20% al 2020, che si stanno già trasformando nell’Unione Europea in obiettivi ancor più

impegnativi al 2030, configurano una progressiva ma marcata riduzione delle fonti fossili verso un molto maggior impiego di energie diffuse nel

territorio, come quelle rinnovabili, fino all’autoproduzione e all’autoconsumo; ciò comporta una maggior iniziativa e un maggior controllo

sociale da parte dei cittadini, ma richiede al contempo più sapere e più intelligenza nell’uso delle fonti.

 

Insomma, il passaggio da un modello energetico di fonti accentrate, di grande potenza e controllate da pochi, a uno basato su fonti diffuse e

direttamente accessibili da molti. Di tutto questo la maggior parte dei cittadini è scarsamente informata e consapevole; e non appaiono

sufficienti, in rapporto alla difficoltà degli obiettivi da conseguire, quel po’ di pratiche virtuose che pure si stanno attuando e stanno crescendo.

 

Non è insomma pensabile una SEN senza un’azione che:

 

i) investa i programmi e i contenuti scolastici, dalla scuola dell’infanzia a quella dell’obbligo sui temi schematicamente enunciati;

 

ii) produca un’education generale dei cittadini italiani, sia sui cambiamenti climatici non più come un’emergenza sia sugli aspetti

tecnologici e sulle conseguenze sociali e culturali del nuovo modello energetico.

 

Questa dimensione è sostanzialmente assente dai documenti del Governo sulla SEN, col grave rischio di pregiudicarne la realizzazione o, nel

migliore dei casi, di ridurre il conseguimento di alcuni risultati all’esito di un’innovazione meramente tecnologica.

 

Spetta al Governo decidere in quale forma voglia integrare nella SEN queste esigenze e questi problemi.

 

  1. .. Using the results from formal economic models, the Review estimates that if we don’t act, the overall costs and risks of climate change

    will be equivalent to losing at least 5% of global GDP each year, now and forever” “… The investment that takes place in the next 10-20 

     years will have a profound effect on the climate in the second half of this century and in the next.”. Stern N. (2006), “Stern Review on the

    Economics of the Climate Change”.

    http://webarchive.nationalarchives.gov.uk/20100407172811/http://www.hm-treasury.gov.uk/stern_review_ report.htm

  2. Joint science academies’ statement: Energy Sustainability and Security, 14 June 2006, http://www.greencarcongress.com/2006/06/12_national_aca.html/.

  1. Joint science academies’ statement: Global response to climate change, 7 June 2005, https://royalsociety.org/topics-policy/publications/2005/global-response-climate-change/

  2. http://trinomics.eu/wp-content/uploads/2017/07/State-of-play-of-European-climate-finance-tracking-published-6-July-2017.pdf

  3. http://priceofoil.org/2017/07/05/g20-financing-climate-disaster/

  4. https://twitter.com/PDurandOfficiel/status/881443636394831872

  5. In a world with growing pressures on resources and the environment, the EU has no choice but to go for the transition to a resource-efficient and ultimately regenerative circular economy”

    http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-12-989_en. Htm

  6. Non sarebbe infatti appropriato che i colpevoli ritardi della FCA venissero colmati dalla ricerca finanziata dal Governo.

  7. Abrupt climate change. Inevitable surprises”. National Academic Press, Whashington, D.C., Copyright 2002 by the National Academy of Sciences

     

Roma, 11 luglio 2017

 

 

 

 

 

Rate this item
(0 votes)

Leave a comment

Make sure you enter the (*) required information where indicated. HTML code is not allowed.

Cerca nel sito

Chi è online

Abbiamo 468 visitatori e nessun utente online

Login

Vai all'inizio della pagina