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Il punto sul nucleare - Analisi e proposte del comitato scientifico Si Fer No Nuke

 A che punto siamo con la strategia nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi; il deposito nazionale; la carta dei siti idonei; la Valutazione Ambientale Strategica, la consultazione pubblica...

  Analisi e proposte del comitato scientifico 

Due anni fa sembrava che l’iter per la realizzazione del deposito nazionale per i rifiuti radioattivi partisse da un momento all’altro e che quindi, finalmente venissero messi in sicurezza gli impianti nucleari, poi, dopo le prime difficoltà, tutto si è fermato e nell’ultimo anno è calato il silenzio.

In questi ultimi mesi sembra che qualcosa si stia muovendo, in particolare è stato cambiato il consiglio di amministrazione della SOGIN ed è stato sbloccato l’iter per la realizzazione della nuova autorità nazionale per la sicurezza nucleare.

Anche il Governo Renzi, che durante la gestione del MISE di Federica Guidi era stato praticamente assente da questo settore, negli ultimi tempi si è fatto sentire: il Ministro Calenda ha risposto alle osservazioni critiche sulla strategia nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi che la Commissione parlamentare sulle ecomafie aveva posto da circa un anno.

1. Cambia la tempistica del deposito

Il nuovo Governo Gentiloni sembra essere per massima parte una fotocopia di quello precedente, quindi conviene partire da questo testo perché, una volta tanto, si parla chiaramente di tempistica e di impegni che, si spera, dovrebbero essere confermati dal nuovo esecutivo.

  1. In questo momento si dà priorità al “Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi” di cui è già stata inviata una bozza (molto, molto grezza) alla Comunità Europea. Su questo programma deve essere completata la VAS (Valutazione Ambientale Strategica) avviando una consultazione pubblica che sarà estesa ai Paesi europei che hanno chiesto di essere coinvolti (per adesso, Austria, Svizzera, Francia, UK e Germania)

  2. Solo dopo l’approvazione del programma nazionale, quindi nel secondo o nel terzo trimestre del 2017, verrà pubblicata la carta provvisoria dei siti idonei e quindi ripartirà l’iter per la localizzazione del deposito nazionale.

  3. Per questa localizzazione sono previsti contributi di natura economica (d’importo che può essere anche molto rilevante) a favore del Comune che ospita il Deposito nella misura del 55 per cento e del 35 per cento per i comuni limitrofi e, infine, del 10 per cento a vantaggio dell’Area Vasta.

  4. Gli investimenti previsti per la localizzazione e la realizzazione del Parco tecnologico e del Deposito Nazionale ammontano complessivamente a 2,5 miliardi di euro, così ripartiti: 650 milioni di euro, per la localizzazione, progettazione e costruzione del Deposito Nazionale (finanziati dalla componente A2 della bolletta elettrica); 700 milioni di euro per infrastrutture interne ed esterne (finanziati dalla componente A2); 150 milioni di euro per la realizzazione del Parco Tecnologico (finanziati dalla componente A2); 1 miliardo di euro per i progetti di ricerca finanziati da altri strumenti. Quindi dove si andrà a localizzare il Deposito vi saranno investimenti per 2,5 miliardi.

  5. Per la realizzazione del Deposito, si è scelta la strada di una procedura semi-negoziata e il tempo stimato per arrivare all'autorizzazione è circa quattro anni e mezzo dalla definizione delle caratteristiche delle aree potenzialmente idonee, al netto di possibili ricorsi e ritardi.

Questa inversione degli ordini di priorità (prima si fa il programma generale, poi si va a localizzare il deposito) formalmente è giusta; verrebbe da dire che, tutto sommato, si arriva a quella che avrebbe dovuto essere la procedura corretta sin dall’inizio e che se si fosse partiti subito con il programma e la VAS non si sarebbero persi due anni.

Adesso comunque ci troviamo di fronte a questa nuova tempistica, ma che garanzie ci sono che fra un anno il piano di risanamento partirà veramente oppure ci sarà l’ennesimo rinvio?

Nessuna!

2. Chi è che rema contro

Come sempre si punta l’indice sull’instabilità del quadro politico, l’imminenza delle elezioni anticipate l’incapacità di prendere decisioni rilevanti in situazioni di questo genere.

Il punto vero è che ormai sono quasi 20 anni che si discute su come smantellare gli impianti nucleari italiani. È sicuramente un problema complesso, bisogna valutare diverse opzioni tecniche, ci sono implicazioni ambientali importanti, è necessario trovare percorsi condivisi.

Sono tutti problemi che esistono, ma non si capisce questo ritardo se non si ne analizzano le ragioni di fondo che sono sostanzialmente due.

Il primo motivo è che bisogna prendere atto dell’esistenza di un vero e proprio partito che rema contro e punta a lasciare le cose come stanno e non procedere al completo smantellamento degli impianti.

Questo partito è molto efficace perché è molto variegato. Una buona parte degli iscritti la troviamo nella SOGIN e questo è comprensibile: cosa c’è di più facile che gestire una situazione consolidata potendo fare affidamento su una rendita continua e assicurata come quella del prelievo dalle bollette elettriche senza essere obbligati a fare cose tecnicamente molto impegnative? Un’altra parte è nei Ministeri, più o meno per le stesse motivazioni. Paradossalmente fanno parte di questo partito anche molti rappresentanti dei Comuni attualmente sedi di impianti, che pubblicamente si stracciano le vesti per i ritardi nello smantellamento, ma sono ben contenti di ricevere ogni anno i soldi delle “misure compensative” per alleggerire le tasse locali e mantenere i servizi. Infine c’è la componente che vorrebbe tenere aperta l’opzione nucleare e che non è limitata all’industria (Ansaldo nucleare), ma è trasversale tra gli Enti di ricerca, le Università, ma anche la stessa Sogin e i Ministeri e, ovviamente, una parte molto piccola, ma molto ingorda, del sistema dei partiti. Il mantenimento di siti qualificati tecnicamente per ospitare impianti nucleari è essenziale per poter solo ipotizzare di riaprire la partita dell’energia nucleare nel nostro Paese.

L’efficacia dell’azione di questo partito è anche dovuta al fatto che non si esprime mai pubblicamente, non ne ha avuto bisogno!

Adesso c’è l’occasione per stanarli: nei prossimi mesi ci sarà la consultazione pubblica sul programma nazionale che dovrà essere organizzata molto bene e questo aspetto deve essere affrontato fino in fondo. Chi è contrario allo smantellamento totale degli impianti ha l’occasione (e il dovere) di argomentare questa posizione; lo faccia adesso, altrimenti taccia per sempre.

3. Una strategia contraddittoria

Il secondo motivo del ritardo ventennale sta nelle contraddizioni interne alle strategie e nelle capacità gestionali delle stesse.

Infatti negli ultimi 20 anni si è lentamente affermata l’ipotesi di costruire un deposito definitivo per i rifiuti di bassa e media attività e di collocare nello stesso sito un deposito “provvisorio” per quelli di alta attività in attesa che maturino le condizioni tecniche per la loro sistemazione definitiva. Strategia non condivisa dagli “immobilisti” e dai, a vario titolo, “orfani” del nucleare già sopra ricordati; questi ultimi inoltre militano senza se e senza ma per lo smaltimento dell’alta attività in sito geologico profondo a dimostrazione che il nucleare è un ciclo che si sa chiudere. E sembra poi improbabile trovare qualcuno che accetti che i rifiuti nucleari “veri”, cioè il combustibile esaurito e l’alta attività correlata, stazionino nel suo territorio in modo “provvisorio”, che sa assai di definitivo almeno rispetto al tempo di vita dell’uomo.

Il problema dell’alta attività è stato insomma rimosso; già segnalammo come la stessa ISPRA nelle sue linee guida, GT29, si fosse attenuta all’andazzo dominante fornendo criteri per il deposito nazionale per la bassa e media attività e ignorando completamente l’alta attività. E questa rimozione è determinata anche dal fatto che attualmente i rifiuti giustamente “più temuti”sono all’estero per essere ritrattati, lontani dagli occhi, lontani dal cuore.

Anche qui si è formato un partito, quello che punta a mantenere i rifiuti all’estero. In parte questo coincide con il partito del “mantenimento dello status quo”, ma ha un ampio seguito tra i partiti politici e anche in parte del mondo ambientalista: i rifiuti sono già fuori dall’Italia, cerchiamo di fare in modo che restino lì.

Ma si tratta di un’illusione.

4. Il problema dell’alta attività

Nel Regno Unito sono state spedite complessivamente1600 tonnellate di combustibile irraggiato italiano che sono state riprocessate a Sellafield, 920 tonnellate sono relative a contratti anteriori al 1976 quando era ancora possibile la cessione definitiva delle scorie, mentre 680 tonnellate circa sono relative ai due contratti sottoscritti dall’ENEL dopo quella data: un contratto del 1979, per combustibile Magnox della centrale di Latina (573 tonnellate), e un contratto del 1980, per combustibile delle centrali di Trino e del Garigliano (rispettivamente 52 e 54 tonnellate circa). E queste 680 tonnellate dovrebbero rientrare. Il ritrattamento di quest’ultima aliquota di combustibile ha prodotto circa 5500 m3 di rifiuti radioattivi e più precisamente 17,3 m3 di rifiuti ad alta attività, 847 m3 di rifiuti a media attività e 4626 m3 di rifiuti a bassa attività. Quindi in Italia devono rientrare questi volumi oppure una volumetria equivalente di complessivi 18,7 m3 tutti di alta attività. A questi si dovranno aggiungere i rifiuti che verranno prodotti dal ritrattamento in Francia di altre 235 tonnellate di combustile esaurito.

Il contratto del 2007con i francesi è molto chiaro: i rifiuti devono tornare in Italia al massimo entro il 2025. Questo termine non è prorogabile, infatti la legge francese vieta assolutamente l’importazione di rifiuti radioattivi e l’accordo intergovernativo Italo-francese fu siglato con il parere contrario dell’autorità francese sulla sicurezza nucleare, che ha insistito per inserire clausole precise (tipo la verifica sull’avanzamento dello stato di realizzazione del deposito italiano) e che è ben decisa a farle rispettare. Difficile superare quel divieto da parte di qualunque governo, ammesso e non concesso che lo volesse fare.

Queste 235 tonnellate del contratto francese rappresentano lo zoccolo duro del problema. Infatti diversa è la situazione nei confronti dell’UK: qui i contratti sono già in parte scaduti o in scadenza quindi la loro permanenza è legata a nuovi possibili accordi, che evidentemente porterebbero però ad un ulteriore incremento della componente A2 della bolletta elettrica.

Insomma, entro solo otto anni l’Italia dovrà essere in grado di ospitare in sicurezza sul suo territorio almeno le scorie nucleari di alta attività riprocessate in Francia, che lo vogliano o meno tutti gli “attendisti”, furbacchioni (presunti) o meno.

5. Quanto ci costa?

La questione della componente A2 della bolletta dell’energia elettrica è, per usare un eufemismo, molto critica: per anni questo prelievo a carico degli utenti si è aggirato intorno ai 200 milioni di euro l’anno, poi improvvisamente, nel 2015, è schizzato a 622. La ragione di questo incremento non è del tutto chiara, la Sogin parla di alcune “operazioni particolari connesse alla gestione del ciclo del combustibile”, che per quanto complesse possano essere non sono di certo sufficienti per giustificare, da sole, un prelievo aggiuntivo di 400 milioni.

Siamo di fronte ad un sistema con equilibri fragili nel quale eventi non programmati, o non programmati bene, possono avere effetti molto pesanti in termini di esborso economico.

Si deve evitare il rischio immediato che la Sogin sia lasciata da sola a discutere con gli Inglesi per la proroga dei contratti, per poi far trovare l’anno prossimo i cittadini di fronte a un ulteriore aumento della componente A2, magari non come quello del 2015, ma sicuramente molto consistente.

In prospettiva si deve smettere di navigare a vista, senza criteri e piani per risolvere i problemi proprio nel settore nel quale la visione strategica è più necessaria, continuando a confidare che qualche accordo internazionale prima o poi caverà le castagne dal fuoco.

6. Cambiare il programma nazionale

Su questo punto l’attuale proposta di Programma nazionale, sostanzialmente una scaletta, deve essere scritta completamente da capo; e questo deve diventare uno dei punti centrali della consultazione pubblica. Occorre poi avere anche un “piano B”, ovvero sapere che fare se non si riesce a costruire il deposito entro il 2025, come sembra purtroppo sempre più probabile.

Si possono ipotizzare diverse soluzioni, ma quella apparentemente più semplice sarebbe realizzare prima il deposito “provvisorio” per l’alta attività in uno dei siti attuali.

Questa ipotesi gira da anni, e trova consensi anche tra antinuclearisti convinti, ma è naturale che vi sono alcuni siti che, per le loro caratteristiche specifiche (ad es. la vicinanza della falda e il rischio allagamento), dovrebbero essere assolutamente esclusi. 

In ogni caso è necessario che, a questo fine, lISIN predisponga una apposita guida tecnica per la localizzazione del deposito per l'alta attività.

Un aspetto positivo di quest’ipotesi sarebbe la facilitazione della localizzazione del deposito definitivo per i rifiuti di bassa e media attività, che non avrebbe più la “zavorra” dell’alta attività.

L’aspetto negativo sarebbe innanzitutto la difficile accettabilità sociale del deposito “provvisorio”: è vero che dovrebbe ospitare un volume equivalente di alta attività di poco più di 20 m3 – una piscina assai piccola per bambini – ed è vero che le tecnologie di contenimento a secco del materiale sono provate e i contenitori possono essere agevolmente cambiati in capo al loro fine vita (30-40 anni), ma nessuno è oggi in grado di dire quanti decenni vale quel “provvisorio”, quanti cambi di contenitori saranno necessari prima di una sistemazione definitiva. Un eventuale piano “B” di questo tipo si dovrebbe quindi confrontare con la sciagurata necessità di chiedere ulteriori sacrifici a chi ha già dovuto subire per decenni il rischio di convivere con gli impianti nucleari e andrebbe studiato con molta attenzione e con tutto il tempo necessario, non solo per i problemi tecnico- ambientali dei siti attuali, ma soprattutto per ricercare il massimo dell’accettabilità sociale. E per l’accettabilità servono sì le garanzie di sicurezza, servono sì le “misure compensative”, ma la cosa più importante sarebbe garantire che lo stoccaggio delle scorie più temute sia veramente provvisorio. La soluzione non è davvero dietro l’angolo, ma bisogna cominciare a parlarne, a individuare un percorso rinunciando alla inconfessata convinzione di star fermi perché ci penserà lo “stellone” d’Italia.

Nel settore dello smaltimento geologico dei rifiuti radioattivi di alta attività, ad esempio, sono stati fatti alcuni passi avanti. In Svezia hanno già superato le fasi di progettazione e di localizzazione e sono già partiti i lavori preliminari. Peccato che, anche in questo caso, le comunità che hanno accettato il deposito hanno preteso e ottenuto la garanzia che in quel deposito andranno solo e unicamente i rifiuti svedesi e lo stesso sta avvenendo negli altri Paesi più avanzati in questo settore (Finlandia, Francia).

7. l’importanza della ricerca

Un’altra opzione per smaltire i rifiuti di alta attività sarebbe quella di “bruciarli”. Questa è una linea di ricerca che all’inizio di questo secolo sembrava molto promettente, ma che poi non è andata avanti come sembrava ed era possibile. Le difficoltà sono effettivamente molto grandi, perché ci si muove a livello di ricerca fondamentale, con tutte le incertezze del caso; e poi ci sono gli ostacoli che, almeno nel nostro Paese, vengono dalla politica, anzi dalla sua bassa cucina. L’Italia, grazie a Carlo Rubbia, era all’avanguardia in Europa sulla tematica dell’incenerimento dei rifiuti di alta attività, tanto che era stato coniato il termine “Rubbiatrone”, ancora reperibile online, per la macchina da lui proposta nella seconda metà degli anni ’90 e che faceva parte degli scenari di ricerca europei nei primi anni 2000. Poi nel 2005 Rubbia fu cacciato dall’ENEA per decisione del sottobosco berlusconiano e il programma fu interrotto in maniera così repentina che si persero cospicui finanziamenti europei già stanziati per il progetto TRADE finalizzato allo studio di un primo prototipo.

In Europa le cose hanno avuto un andamento di non così basso profilo, ma di ugual esito. Anche lì infatti, e proprio dal 2005, i finanziamenti sui progetti di “partitioning and transmutation” e per i sistemi ADS (utilizzo di sistemi guidati da acceleratori per “bruciare” le scorie nucleari e produrre energia) sono diminuiti vertiginosamente, con un andamento inversamente proporzionale all’aumentare degli investimenti sui programmi nazionali per i depositi geologici. E, soprattutto, perché alla Fisica sono stati riconosciuti quei sette miliardi e mezzo per l’esperimento al Cern sulla rivelazione del bosone di Higgs, che non lasciavano certo molto spazio ad altri temi di ricerca fondamentale quali il controllo della radioattività poneva e continua a porre.

Discutere della ricerca necessaria, rilanciarla, finanziarla adeguatamente non solo è necessario per aumentare le conoscenze, ma in questo caso è decisamente importante per impostare correttamente il problema di come smaltire i nostri rifiuti. Tenendo conto di tutto alla fine avremo qualche decina di metri cubi di rifiuti di alta attività; troppo pochi perché abbia senso pensare a un deposito geologico profondo, al di là di ogni valutazione di merito su tale “soluzione”, ma abbastanza per impostare un programma di largo respiro.

Dopo 15 anni l’hanno capito anche alla Sogin che finalmente si è decisa ad entrare nei network internazionali. È un passo avanti, ma non basta.

Investire sulla ricerca avrebbe due vantaggi. Il primo è far vedere che per quello che riguarda il deposito “provvisorio” non si sta ad aspettare che cada dal cielo “la maturazione delle condizioni tecnico-scientifiche per lo smaltimento dell’alta attività”, ma si intende partecipare attivamente a quella “maturazione”, pronti a giovarsi delle possibili ricadute scientifiche, tecnologiche ed economiche. Il secondo è che linee di ricerca di questo tipo hanno necessariamente un carattere internazionale come i contatti per portare avanti i progetti sulle possibili soluzioni comuni a diversi Paesi, necessari per costruire gli accordi internazionali previsti dall’articolo 4 della direttiva comunitaria sui rifiuti radioattivi.

8. Conclusioni

Abbiamo elencato il pacchetto di problemi – criticità, aspetti tecnico-scientifici, accettabilità sociale – che dovranno essere sviscerati nella procedura di VAS sul programma nazionale.

Una proposta immediata la possiamo subito rilanciare, così come venne chiaramente espressa nell’ultimo Convegno che la Commissione scientifica sul Decommisioning organizzò il 27 maggio scorso: cancellazione di ogni riferimento al “parco tecnologico”. Pensato all’interno del “rilancio del nucleare” come incentivo per il territorio nel quale localizzare il deposito nazionale per la bassa e media attività, non ha motivo di esistere in una strategia di uscita definitiva dal nucleare. La cancellazione sarebbe quindi un segnale molto chiaro contro ogni ambiguità, il “parco tecnologico” è infatti sempre gestibile come “officina” nazionale per i reattori provati; e siano invece gli enti locali coinvolti a stabilire come vogliono impiegare a favore del loro territorio quel finanziamento.

Non ci limiteremo alle indicazioni e agli scenari ma interverremo puntualmente sui diversi aspetti per eliminare almeno le contraddizioni più eclatanti, per fornire proposte per una gestione di problemi complessi, sicura e non delegata a una qualche buona stella. Per reclamare obiettivi specifici di ricerca necessari per il controllo della radioattività delle scorie nucleari.

 

 

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