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La questione dei rifiuti radioattivi in Italia Vent’anni dopo

Sono passati quasi venti anni da quando l’ANPA, all’indomani della sua istituzione, riportò alla luce un problema che sembrava dimenticato, se non addirittura ignorato: il nucleare era stato chiuso, ma aveva lasciato un’eredità tutt’altro che leggera, fatta di impianti da smantellare e – necessità almeno a quel tempo ancor più impellente – rifiuti radioattivi da mettere in sicurezza. Da allora l’argomento è tornato periodicamente alla ribalta, ma quanto è stato fatto, in concreto?

1. In Italia, la produzione massiccia di rifiuti radioattivi è cessata con il definitivo spegnimento delle centrali nucleari, avvenuto a seguito del referendum popolare del novembre 1987. È infatti all’interno dei reattori nucleari di grandi dimensioni che si formano le maggiori quantità di materie radioattive che vanno poi a costituire, in ultima analisi, i rifiuti.
Quantità minori di radioattività, e quindi di potenziale contenuto dei rifiuti radioattivi, hanno continuato e continuano ancora oggi a prodursi in quattro reattori di ricerca di più piccole dimensioni, tuttora in esercizio, e in diverse altre installazioni, destinate principalmente alla produzione di radiofarmaci, o vengono importate per essere impiegate nell’industria, nella ricerca e, soprattutto, per usi medici.
Per effetto del decadimento, che avviene in tempi più o meno lunghi a seconda dei diversi radionuclidi, la quantità totale di radioattività contenuta nei rifiuti si è andata progressivamente riducendo. Nelle stime, si è passati, ad esempio, dai 10 milioni di GBq del 1994 ai 5,5 milioni del 2007, ai circa 3 milioni di oggi (il becquerel – simbolo Bq – è l’unità di misura della quantità di radioattività, o più esattamente di attività; qui è utilizzato il multiplo GBq, un miliardo di becquerel). Questa riduzione, però, sarà sempre più lenta, man mano che si abbasserà, sino ad estinguersi, la presenza dei radionuclidi a vita più breve ed emergeranno quelli a vita lunga o lunghissima.

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