Eolico galleggiante, l’industria italiana ha le carte in regola – Alessandro Codegoni di QE ne parla con Alex Sorokin

Per gli obiettivi energetici di medio e lungo periodo l’Italia dovrà ricorrere all’eolico offshore. Con i nostri alti fondali serviranno le turbine flottanti. Grandi gruppi italiani hanno risorse e know how per non perdere questo treno. Ne parliamo con l’ingegner Alex Sorokin.

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La Saipem, l’azienda italiana specializzata in costruzioni petrolifere offshore, dalle piattaforme ai gasdotti, costruirà un impianto eolico da 276 MW al largo della Scozia.

Detta così parrebbe una delle tante notizie che sottolineano la, ancora troppo lenta, conversione dei big dell’energia fossile alle rinnovabili, come quella che la BP ricomincerà ad investire nel solare anche da noi.

Per l’ingegner Alex Sorokin, consulente ed esperto energetico, la notizia arriva come conferma di quello che propone da tempo nei suoi seminari: la Saipem, insieme ad altre grandi società impiantistiche e di ingegneria italiane, hanno un’occasione epocale per creare nel nostro paese una filiera per l’eolico offshore galleggiante (vedi anche Eolico offshore in Italia, “aggredire” gli alti fondali con la tecnologia galleggiante), quello dove le turbine non sono piantate nel fondo marino, ma sostenute da galleggianti ancorati al fondo.

Ingegner Sorokin, in realtà in Europa l’Italia sembra la “Bella Addormentata”, quanto a installazione di impianti a rinnovabili. Progrediamo ben poco con quelle tradizionali, circa 600 MW l’anno, e lei spera che si investa addirittura in quelle innovative…

Eppure bisognerà “svegliarci” e ricominciare ad installare, e a colpi di svariati GW ogni anno. Lo impongono gli impegni presi a livello europeo, che prevedono per il 2030 che il 32% di tutti i consumi energetici in Europa arrivino da fonti rinnovabili, e l’Italia, adesso, è al 17%. E al 2050 l’Ue vuole arrivare all’eliminazione totale della CO2 dalla produzione di energia elettrica. Ebbene, il punto è: come pensiamo di riuscire a raggiungere in Italia questi obbiettivi?

E come possiamo fare?

Si tratta di sostituire la produzione proveniente da circa 60 GW di centrali termoelettriche, con rinnovabili e non è che ci siano tante opzioni. Geotermico, biomasse e energia dal mare potranno dare un contributo, certo, ma al massimo di qualche GW. Creeremo più linee di interconnessione fra gli Stati europei e magari anche con il Nord Africa, per spostare energia rinnovabile e bilanciare così eccessi e carenze di produzione. Ma la convenienza di questi trasporti di energia sarà limitata dal costo delle perdite sulle lunghe distanze. Intorno al 70% del totale, quindi, non potrà che arrivare da sole, vento e acqua, cioè energia solare, eolica e idroelettrica.

E che c’è di male?

Nulla, anzi, un mix di queste tre è l’ideale, perché sono fonti che si compensano bene fra loro. Quando non c’è il sole, spesso c’è il vento, e quando scarseggiano entrambi, subentra l’idroelettrico: questa è la strategia che già seguono paesi come Spagna o Svizzera. Per sostituire circa 35 GW di termoelettrico italiano programmabile, anche se potrebbero essere persino di più, se si elettrificheranno anche climatizzazione e trasporti, serviranno circa 120-150 GW di nuovi impianti solari ed eolici, contro la potenza attuale di circa 20 GW per il primo e 10 GW per il secondo: La nuova occupazione di suolo, in un paese paesaggisticamente delicato e densamente abitato come l’Italia, sarà rilevante.

Dove si possono mettere, allora, tutte queste distese di pannelli e turbine?

Per quanto riguarda il solare i tetti potranno ospitarne il 15-25% del totale, senza entrare nei centri storici: basteranno quelli di periferie e capannoni. Altro FV potrà coprire bacini idrici, parcheggi, zone industriali, cave, spartitraffico, serre e discariche dismesse. Più complicata è la situazione dell’eolico, visto che in Italia il vento soffia abbastanza forte soprattutto in due aree: sui crinali delle montagne e lungo le coste, cioè in luoghi spesso pregiati per il turismo. Per evitare di “sfregiarle” bisognerà andare in mare aperto, soprattutto a ovest della Sardegna, a sud della Sicilia, ma anche lungo il Tirreno e fra Albania e Puglia, quelle sono le nostre aree marine più ventose.

Già vedo la miriade di Comitati del No, che si opporranno a questi nuovi impianti…

Per evitarlo il nuovo eolico non si installerà a ridosso della costa, ma ad almeno 25 chilometri al largo, così che l’impatto visivo di torri alte oltre 100 metri, diventi trascurabile. Il problema è che, diversamente dai mari bassi del Nord Europa, nel Mediterraneo la profondità cresce rapidamente allontanandosi dal litorale, e oltre i 40 metri l’eolico non può più essere piantato nei fondali marini, quindi non c’è che una soluzione obbligata: montare le turbine su galleggianti ancorati.

È una soluzione per ora tentata da pochi: l’esempio più importante sono le 5 turbine Hywind da 6 MW l’una della norvegese Statoil; 70 metri di galleggiante sott’acqua e altrettanti di torre fuori, con cui è stato realizzato un parco eolico in Scozia. Poco più di un dimostratore, anche se sembra che i risultati siano stati ottimi, al top della produttività mondiale.

È una soluzione poco praticata, per ora, perché nell’Europa del nord, unico luogo al mondo dove per ora si installano impianti offshore, sono molto abbondanti i bassi fondali, quelli alti li hanno solo Norvegia e Scozia, appunto. Statoil ha però fatto una scelta lungimirante, puntando ad altri mercati, come Giappone, Hawaii, Stati insulari e pure il Mediterraneo. Per questo ci dobbiamo muovere da subito in Italia, in tempo per creare la nostra filiera industriale di eolico galleggiante.

E che vantaggio avremmo rispetto ai norvegesi, che sono già così avanti?

Il Mediterraneo è un mare più tranquillo del mare del Nord, il “rischio maltempo” è molto più basso, quindi posizionamento e manutenzione delle turbine potrebbero avvenire quasi tutto l’anno, mentre al nord, per mesi, le tempeste  bloccano mezzi e lavoratori, con costi molto ingenti. Inoltre nel caso della Hywind il montaggio delle turbine avviene in mare, usando costose navi-gru. Noi dovremmo invece creare un tipo di eolico galleggiante che sia montabile in cantiere e poi rimorchiabili al largo,  realizzando le turbine in serie sempre uguali, in modo da costruirne velocemente a migliaia, da posizionare poi usando normali rimorchiatori d’altura, molto più economici. Visto che con l’eolico galleggiante si risparmia anche sulle costose fondazioni, questa tecnologia potrebbe rivelarsi nel medio termine più competitiva dell’eolico offshore convenzionale.

Ma abbiamo le capacità per realizzarlo?

Scherza? Saipem crea gigantesche piattaforme galleggianti e installa oleodotti in fondali profondi, Fincantieri è una delle maggiori industrie navali del mondo, Enel Green Power sta testando ogni tipo di tecnologia a fonti rinnovabili innovativa. Mettendo insieme questi giganti, l’impresa sarebbe ampiamente alla nostra portata: in fondo si tratta solo di creare il galleggiante, la turbina su di esso può essere un normale modello offshore commerciale, rinforzata per resistere alla messa in posa.

L’idea sembra persino ovvia, però tempo fa ho parlato con il responsabile per l’Italia delle tecnologie per le energie marine, e mi ha detto che all’eolico galleggiante non ci pensa nessuno. Non ci sono progetti.

Probabilmente perché inizialmente questa tecnologia costerà di più rispetto all’eolico convenzionale, e pertanto richiederà una politica industriale lungimirante per lanciare e sostenere un programma di sviluppo mirato. Servirebbe anche un quadro normativo per snellire procedure ed eliminare le barriere burocratiche che ostacolano l’installazione delle turbine e dei cavi sottomarini di collegamento. Senza normative più favorevoli, e stabili nel tempo, nessun investitore si arrischierà a entrare nel mercato, e si preferirà puntare su tecnologie più originali e di nicchia, ma che difficilmente potranno raggiungere le potenzialità dell’eolico offshore.

E se queste condizioni normative non si dovessero verificare e in Italia non si puntasse sull’eolico galleggiante?

Beh, allora perderemmo ancora un altro treno di innovazione e produzione industriale. Altri paesi circondati come noi da mari profondi, Norvegia, Gran Bretagna, Portogallo, Giappone stanno sperimentando nei loro mari tecnologie per l’eolico offshore galleggiante. E se non ci muoviamo, quando, fra 10-20 anni, l’eolico offshore galleggiante diventerà una scelta obbligata per mantenere i nostri impegni climatici, saranno altri a vendercelo.

Aggiornamento 30 novembre 2011: Avevamo appena messo in pagina l’articolo, quando è arrivata la notizia che il gruppo spagnolo Cobra, che si occupa di costruzioni ma evidentemente sta differenziandosi con lungimiranza nelle rinnovabili avanzate, ha appena completato l’installazione di una prima sua turbina eolica galleggiante, nel parco eolico scozzese di Kinkardine.

Questa prima turbina discende da precedenti collaborazioni del gruppo Cobra in progetti di impianti galleggianti offshore in Norvegia, Usa e Giappone, e prefigura, entro 2-4 anni, la produzione in serie di queste macchine.

La notizia conferma che la previsione e l’invito a muoversi rivolto alla nostra industria da parte dell’ingegner Sorokin erano giusti, ma purtroppo se la Spagna, nazione mediterranea, comincerà a produrre turbine galleggianti per il mercato interno e mondiale, lo spazio per entrare nel settore dell’Italia si riduce.

Il tempo sprecato dal nostro paese sulla strada dell’innovazione industriale per le energie rinnovabili, comincia insomma a farsi sentire pesantemente

RINNOVABILI: FREE, SOLO CON RADDOPPIO DECARBONIZZAZIONE POSSIBILE

8 novembre 2018 || Notizie e comunicati

Un paper del Coordinamento presentato a Key Energy su obiettivi e strategie al 2030Roma, 8 Novembre 2018 – “Dal position paper ‘Il Piano nazionale energia e clima. Le proposte del Coordinamento Free’ emerge con chiarezza quanto sia impegnativo realizzare gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030. Con un futuro risparmio aggiuntivo di energia annuo del 57% superiore a quello degli ultimi sette anni, si riuscirà a malapena a mantenere i consumi finali di energia al livello del 2016. Per ridurli in modo consistente, sarà necessario applicare su larga scala, e per tutti i settori, i criteri di economia circolare, opzione che richiede però tempo per dare risultati significativi. La produzione di energia rinnovabile nel 2030 dovrà essere il doppio del 2016 e nel settore della mobilità il 10% degli autoveicoli dovrà essere elettrico, mentre il 30% del trasporto pesante su strada e il 50% di quello marittimo dovranno essere alimentati da 4,4 miliardi di metri cubi di biometano. Per quanto sfidanti, gli obiettivi al 2030 previsti dal position paper offrono un’opportunità da non perdere per potenziare i comparti produttivi esistenti e svilupparne di nuovi”. Lo ha dichiarato Gb Zorzoli, presidente del Coordinamento Free (Fonti rinnovabili ed efficienza energetica), che ha organizzato un convegno presso Rimini Key Energy – Ecomondo dal titolo “Gli strumenti per realizzare i nuovi obiettivi al 2030”.“Al potenziamento di filiere industriali esistenti (come eolico, geotermico e idroelettrico) si aggiunge l’opportunità di completare quella del fotovoltaico, creando un mercato consistenti per moduli innovativi (moduli bifacciali), in fase di sviluppo in Italia, e per le batterie, dove nel nostro paese esistono almeno tre aziende con tecnologie proprie. La domanda di legno e di pellet per la produzione di calore sarà in grado di rimunerare la gestione sostenibile delle foreste, oggi carente, di cui in questi giorni stiamo purtroppo sperimentando le conseguenze, mentre la produzione di biogas (trasformabile in biometano) in aziende agricole consentirà lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile sotto il profilo sia ambientale, sia economico”.
“Infine, attraverso la filiera dell’auto elettrica è possibile rilanciare la competitività del settore automotive, che negli ultimi decenni ha subìto un evidente ridimensionamento. In Germania e in Spagna per ogni nuova vettura immatricolata se ne producono rispettivamente 1,71 e 2,05. In Francia e nel Regno Unito il rapporto è rispettivamente 0,81 e 0,64. In Italia il rapporto è solo 0,39. E ne ha risentito l’occupazione. In sintesi, il position paper del Coordinamento Free propone un Piano Energia e Clima che darebbe vita all’energia 4.0, motore di innovazione e di sviluppo in importanti settori industriali, strumento per il rilancio del settore agricolo, oggi in crisi, veicolo per gestione virtuosa del ciclo dell’acqua e del patrimonio forestale”.Al convegno di Free hanno preso parte: Gianni Silvestrini (Free), Livio de Santoli (Free), Marino Berton (Aiel), Simone Togni (ANEV), Andrea Zaghi (Elettricità Futura), Christian Curlisi (Cib), Pietro Menga (Cei Cives)), Luigi Michi (Terna), Carlo De Masi (Adiconsum), Francesco Ferrante (Free), Stefano Besseghini (presidente ARERA), Gianni Girotto (presidente X Commissione Senato), Gianluca Beneamati (Vice Presidente della X Commissione Camera), Agostino Re Rebaudengo (Vice presidente Elettricità Futura), Paolo Rocco Viscontini (Italia Solare), Luca Barberis (Direttore Divisione Sviluppo Sostenibile GSE). Le conclusioni sono state affidate al Sottosegretario al Ministero per lo Sviluppo Economico, Davide Crippa.

In allegato il paper presentato durante il Convegno dal titolo: Il Piano nazionale energia e clima. Le proposte del Coordinamento Free

 

Allegati:

25/10- Energie rinnovabili: consegna ufficiale delle firme al Presidente Girotto

24 ott 2018 — 

Scambiare o vendere energie rinnovabili sia libero per tutti

Grande sprint finale delle firme, con il superamento di quota 33.000, che, insieme alle ultime che si raggiungeranno entro le ore 12:00 di domani, consegneremo finalmente nelle mani del Senatore Gianni Girotto, Presidente della Commissione Industria del Senato e sostenitore della prima ora dell’idea di rendere libera la vendita e lo scambio di energie rinnovabili all’interno dei sistemi di distribuzione chiusi (condomini, villaggi, aree commerciali, artigianali ed industriali o reti comunali). Della delegazione faranno parte Jacopo Fo, Valerio Rossi Albertini, Gianni Silvestrini, Sergio Ferraris e la Responsabile di Change.org Italia Stephanie Brancaforte e inoltre Massimo Venturelli, Giuliano Gabbani, Annalisa Corrado, Francesco Girardi, Sauro Secci, Sauro Valentini, Mauro Gori. Ci auguriamo davvero che domani il Senatore Girotto ci dia la buona notizia che finalmente farà ripartire in maniera straordinaria il mondo delle rinnovabili. Milioni di prosumers sono pronti ad investire le loro risorse per diventare autoproduttori energetici rinnovabili, riducendo in tal modo, non solo i consumi di fonti fossili ma anche le perdite della rete.

http://www.ecquologia.com/energie-rinnovabili/3056-ue-i-prosumers-hanno-ragione-e-in-italia-riparte-la-petizione