23 . 2 – Roma – la Coalizione Clima organizza un Seminario sulla “Giusta Transizione”

Sabato 23 febbraio 2019  ore 10 – 17 
c/o Legambiente Nazionale via Salaria, 403 Roma
Seminario sulla “Giusta Transizione”


Le organizzazioni della rete della Coalizione Clima, a partire dalla bozza di “Manifesto per la Giusta Transizione” (allegata) intendono avviare questo primo approfondimento, il testo, con gli arricchimenti che verranno dal seminario, potrà essere assunto a conclusione della giornata.

Comunicazioni introduttive:
- La transizione energetica, a livello globale, e le possibili ricadute sulle politiche industriali e l'occupazione Prof. Giovan Battista Zorzoli, Presidente Coordinamento Fonti Rinnovabili e Efficienza Energetica (FREE);

- Finanza sostenibile, fondi europei, sussidi Prof. Aldo Ravazzi, Esperto italiano presso i gruppi economia e ambiente, green growth, green economy e sviluppo sostenibile (OCSE e Commissione Europea);

- Le competenze e i nuovi profili professionali per l'ambiente e la transizione.
Segue il dibattito. Stiamo raccogliendo le prime richieste per alcuni interventi programmati, che saranno intervallati con, e a seguire, gli interventi liberi dei partecipanti (dandosi tutti dei tempi contenuti). [E' prevista una breve interruzione per il pranzo, in forma autofinanziata]

segreteria@coalizioneclima.it


MANIFESTO DELLA GIUSTA TRANSIZIONE


Giusta Transizione è un'espressione, entrata a far parte del linguaggio comune di chi si occupa di cambiamento climatico.
E' il risultato dell'incontro tra le istanze ambientaliste e per uno sviluppo sostenibile attento alle istanze sociali sia a livello locale/nazionale che a livello internazionale, con l'impegno del movimento sindacale globale che da anni si batte per la giustizia climatica, rivendicando l'urgenza di decarbonizzare l'economia, ma senza che a pagarne le conseguenze siano i lavoratori e le comunità dipendenti economicamente dalle fonti fossili, sia in Italia che nei paesi impoveriti.
L'espressione Giusta Transizione riassume in sé l'insieme delle misure per garantire un cambiamento equo verso la sostenibilità, attraverso politiche sociali ed economiche, investimenti sostenibili, promozione di lavoro dignitoso, creazione di posti di lavoro sostenibili, protezione sociale e politiche attive del mercato del lavoro, sostegno al reddito, riqualificazione, dialogo sociale e rispetto dei diritti del lavoro.


La lotta per la Giusta Transizione ha trovato riconoscimento nelle linee guida dell'ILO ed è entrata nel Preambolo dell'Accordo di Parigi, in cui le Parti si sono impegnate a tenere conto “dell'imperativo di una Giusta Transizione per la forza lavoro e della creazione di posti di lavoro decorosi e di qualità, in linea con le priorità di sviluppo definite a livello nazionale”.
Negli anni il concetto di Giusta Transizione si è allargato e ha assunto un significato più ampio e trasformativo. L'attuale dibattito sulla Giusta Transizione non si limita alle misure occupazionali nella decarbonizzazione ma allarga la visione per attivare un processo di radicale cambiamento del modello di sviluppo verso un modello economico che tenga conto di tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) democratico, “ecologicamente sostenibile, equo e giusto per tutti, con l'obiettivo della piena occupazione, in cui tutti i lavori sono sostenibili e dignitosi, le emissioni nette sono azzerate, la povertà è eradicata e le comunità sono fiorenti e resilienti”.


Il perseguimento della Giusta Transizione riguarda l'ambiente, la democrazia, l'accesso all’energia per tutti, il controllo democratico dell'energia e delle reti, la giustizia sociale, i diritti umani, l'equità di genere, la difesa dei diritti delle popolazioni indigene e l'autodeterminazione delle comunità.
Per raggiungere questi obiettivi di giusta transizione è necessario attivare percorsi democratici e partecipativi con il pieno coinvolgimento di tutta la società civile, delle parti sociali, degli enti locali, delle comunità coinvolte, delle associazioni e dei movimenti impegnati nell'azione per il clima, delle Università e dei ricercatori. Per essere giusta la transizione deve garantire il rispetto dei diritti umani a tutti i livelli.
Abbiamo contestato l'esclusione dei diritti umani dal Rulebook dell'accordo di Parigi perché solo tenendo insieme l'obiettivo di 1.5°C, con il rispetto di tutti i diritti umani, a partire dal diritto alla pace, l'equità sociale, di genere e intergenerazionale, la sicurezza alimentare, la tutela dell'ecosistema e della biodiversità, la partecipazione e i diritti delle popolazioni indigene, potremmo avere una transizione giusta e un processo sostenibile.


Nel nostro paese non è ancora stato fatto niente di concreto per la Giusta Transizione, nel 2017 è stata approvata la SEN (strategia energetica nazionale) con cui il nostro paese ha deciso, giustamente, il phase out del carbone nella generazione elettrica entro il 2025, ma non è stata fatta contemporaneamente una valutazione degli effetti occupazionali di questa decisione.
Il nuovo Governo, in continuità con i precedenti, sta ignorando la questione e non sta attivando percorsi democratici e partecipativi per la definizione di un Piano per la Giusta Transizione, del Piano nazionale clima-energia, previsto dalla Governance europea sull'energia, né di una Strategia per la decarbonizzazione al 2050. Tutti strumenti pianificatori urgenti e necessari per garantire il contributo del nostro paese alla lotta al cambiamento climatico e alla Giusta Transizione.
Sempre in continuità con il passato, anche nei testi ad oggi disponibili della Legge di Bilancio 2019, non c’è una visione sistemica né una previsione degli investimenti necessari per infrastrutture per le energie rinnovabili, digitalizzazione delle reti, efficienza energetica degli edifici, mobilità sostenibile e ricerca e sviluppo in questi settori, mentre si continuano ad assicurare circa 16 miliardi annui di sussidi dannosi per l'ambiente, e alle fonti fossili.


Le nostre proposte per realizzare la Giusta Transizione in Italia:


confermare il phase out del carbone al 2025;


attivare immediatamente percorsi democratici e partecipativi
a livello centrale con il pieno coinvolgimento di parti sociali, Enti locali, comunità e società civile per la definizione di Piano per la Giusta Transizione, Piano clima-energia, Strategia per la decarbonizzazione al 2050, con l'obiettivo di rafforzare e accelerare l'azione per il clima in linea con le indicazioni dello Special Report 1,5° dell'IPCC;


una riforma fiscale ambientale per orientare il mercato verso produzioni e consumi sostenibili, l'eliminazione dei sussidi alle fonti fossili e dannosi per l'ambiente, la revisione dell'utilizzo dei proventi delle aste del sistema ETS di scambio delle quote di carbonio, il taglio delle spese militari e l’aumento di quelle per cooperare alla transizione giusta nei paesi impoveriti con maggiori risorse per iniziative di adattamento e mitigazioni;


adeguati investimenti pubblici per la creazione di posti di lavoro dignitosi nei settori che riducono le emissioni e aiutano le comunità ad adattarsi ai cambiamenti climatici, per la realizzazione di infrastrutture per le energie rinnovabili, per l'efficienza energetica e la digitalizzazione delle reti, lo sviluppo di città sostenibili, la mobilità sostenibile, interventi di prevenzione e messa in sicurezza del territorio e per i piani di adattamento al cambiamento climatico;


apertura immediata di un tavolo di contrattazione Governo-parti imprenditoriali e organizzazioni sindacali per la definizione delle misure di Giusta Transizione, riconoscendo il contributo che i lavoratori delle industrie dei combustibili fossili hanno dato alla prosperità di oggi e attivando sostegno al reddito, opportunità di riqualificazione e ricollocazione nei nuovi posti di lavoro e sicurezza della pensione per i lavoratori più anziani;


investimenti pubblici in formazione, ricerca e tecnologia per la sostenibilità, cercando di prevedere il lavoro del futuro e favorire la riconversione dei lavori attuali. L'intervento pubblico a sostegno di ricerca, innovazione tecnologica, digitalizzazione e automazione, deve essere finalizzato prioritariamente alla trasformazione sostenibile di tutti i settori del sistema produttivo;


promuovere la democrazia energetica e la lotta alla povertà energetica, in Italia e nei paesi impoveriti, attraverso il controllo democratico delle risorse energetiche e la definizione di strumenti di partecipazione democratica per le scelte strategiche del paese e per la realizzazione delle opere e infrastrutture necessarie, comprese quelle energetiche;


Tutto questo può essere realizzato non solo con queste precise scelte a livello centrale, ma anche articolandole ai livelli settoriali e territoriali, e nella dimensione esterna. Perciò è necessario un impegno coerente da parte di tutti i soggetti in campo, da parte:
- del mondo produttivo, a partire dai settori imprenditoriali più innovativi e dalle rappresentanze dei lavoratori, impegnate nella contrattazione delle condizioni di lavoro e della qualità sociale e ambientale dello sviluppo;
- dell'associazionismo ambientale e sociale, dai comitati dei cittadini e dei consumatori, delle competenze tecniche e scientifiche;
- degli Amministratori locali (Regioni, Comuni, ecc.) che hanno specifiche competenze su tutte queste materie;
- dai singoli cittadini, che possono contribuire a praticare e diffondere stili di vita e di consumo più sostenibili, verso una “Giusta Transizione”.

L’ARIA CHE TIRA SUL PIANETA – di Mario Agostinelli

vi invito a scaricare una pubblicazione online che punta al capovolgimento dell’ossessione dei migranti che Salvini e Trump inculcano nella popolazione, lucrando un nefasto consenso. Gli interessi economici e politici dominanti e le loro élite ci dicono che non dobbiamo preoccuparci del cambiamento climatico. “Non preoccuparti delle minacce ad altre specie che scompaiono e mutano sotto i nostri occhi: la società umana – ci viene spesso detto – è diversa”. Può evolversi rapidamente con mezzi economici e tecnologici e quindi adattarsi al riscaldamento globale, che dal suo punto di vista può essere visto come un cambiamento lento e “graduale”. Ciò di cui viene convinta la società globale è solo un aumento del disagio, piuttosto che un massiccio sconvolgimento sociale ed una imponente dislocazione territoriale. “Tocca ai poveri pagarne il prezzo: ai ricchi una crescita armata ed escludente, ai poveri e agli impoveriti emigrazione, naufragi e respingimenti”. Ma in una unica Terra ci si salva o ci si perde solo insieme

L’ARIA CHE TIRA SUL PIANETA è un testo di 65 pagine in forma di appunti, per rimarcare quanto la vulgata di una invasione del nostro Paese da parte degli immigrati

 sia lontana dalla realtà e costituisca uno strumento di distrazione dalle autentiche emergenze: distruzione del pianeta, guerre, corsa al riarmo, migrazione forzata, sfruttamento del lavoro e della natura a tutte le latitudini, cultura dello scarto, spregio del vivente, primato della finanza e violazione dei diritti civili e sociali. Fenomeni interconnessi che richiedono una alleanza convinta e vasta per il clima, la Terra e la giustizia sociale. Un discorso che esce dagli specialismi – anche quelli umanitari – partendo da una constatazione: “L’apatia del cambiamento climatico, non la negazione, è la più grande minaccia per il nostro pianeta”.

Potete scaricare il testo sia in formato pdf che e-pub (per telefonini, tablet e e.book) da: https://www.energiafelice.it/laria-che-tira-sul-pianeta-2/

E’ stata pubblicata dal MISE la proposta di Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima

Il testo e scaricabile qui.
Piano Nazionale Energia e Clima: proposta incompleta

  • Edo RonchiPresidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile

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L’8 gennaio 2019 è stata resa nota la proposta di Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNEC) inviata a Bruxelles dal Ministero dello Sviluppo Economico in concerto con il Ministero dell’Ambiente e con quello dei Trasporti.

Come previsto dal Regolamento sulla Governance dell’Unione dell’Energia (il Regolamento 2018/1999/EU adottato poche settimane fa), il documento sarà oggetto di discussione in sede europea nei prossimi mesi, per arrivare a una versione definitiva entro la fine del 2019.

Il PNEC contiene gli obiettivi per l’energia e il clima che gli Stati Membri si impegnano a raggiungere entro il 2030. Il documento dovrebbe anche indicare gli strumenti – le politiche, le misure e le relative coperture economiche – attraverso i quali, credibilmente, si intendono raggiungere tali obiettivi.

I target al 2030 di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra sono suddivisi fra settori regolati dalla Direttiva ETS (grandi impianti, grandi emettitori) e gli altri settori (come i trasporti, riscaldamento, agricoltura, rifiuti e piccoli impianti) rientranti nel Regolamento Effort Sharing (ESR).

Per la parte ETS l’obiettivo a livello europeo al 2030 consiste in una riduzione delle emissioni del 43% rispetto al 2005: con le misure del Piano si avrebbe invece, secondo le stime del Governo, uno scenario con una riduzione del 55,9%.

Per la parte ESR l’obiettivo 2030 indicato per l’Italia dalla UE è pari a un taglio delle emissioni del 33% sempre rispetto al 2005: con le misure del Piano, sempre secondo le stime del Governo, si avrebbe uno scenario di riduzione del 34,6%.

Nel complesso, rispetto al 1990, con i due scenari stimati dal governo si arriverebbe a una riduzione complessiva delle emissioni nazionali di gas serra del 37%. Si tratta di un valore inferiore di quello medio fissato a livello europeo al 40%, che sappiamo non essere in traiettoria con l’obiettivo di contenimento dell’innalzamento della temperatura globale al di sotto dei 2°C, stabilito dall’Accordo di Parigi.

Il PNEC indica anche i target sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica. Per le rinnovabili al 2030 lo scenario di piano prevede di raggiungere il 30% dei consumi finali lordi: un valore inferiore all’obiettivo europeo del 32% e lontano da quel 35% che l’attuale governo aveva sostenuto, prima dell’estate scorsa, nel corso della trattativa europea sulla nuova Direttiva rinnovabili (RED II).

Tale obiettivo sarebbe così articolato: il 55,4 % di rinnovabili nel settore elettrico (16 Mtep), il 33% in quello termico (14,7 Mtep) e il 21,6% nel settore trasporti (2,3 Mtep, calcolate utilizzando i moltiplicatori previsti dalla RED II).

Nel complesso, i consumi finali da fonti rinnovabili passerebbero secondo lo scenario di Piano dagli attuali 21 Mtep a 33 Mtep nel 2030: in media, quindi, circa 1 Mtep in più ogni anno. Per quanto riguarda l’efficienza energetica, il Piano al 2030 prevede una riduzione dei consumi finali di energia del 40%rispetto allo scenario tendenziale definito prima della crisi (PRIMES 2007): una performance migliore dell’obiettivo europeo del 32,5% posto dalla nuova Direttiva sull’efficienza energetica (EED II), che comporterebbe una riduzione dei consumi finali dagli attuali 116 Mtep a poco più di 100 Mtep nel 2030.

La proposta di Piano riporta un elenco articolato di misure. Tuttavia, gli impatti attesi sono presentati per lo più in maniera aggregata e non specificati per ogni singola misura. Senza la quantificazione di tutte le misure specifiche, e delle relative coperture economiche quando necessarie, non è possibile valutare l’effettiva adeguatezza degli strumenti indicati in relazione agli obiettivi indicati.

Il problema è riconosciuto nella proposta di Piano che annuncia che dovrebbe essere in tal senso integrato, prima dell’approvazione della versione finale prevista per fine 2019, durante la consultazione che è stata annunciata e la realizzazione della VAS (valutazione ambientale strategica) che si farà su questa proposta.

Si tenga infine presente che, entro il 2020, è prevista una revisione al rialzo dei target nazionali (ed europei) per allinearli alle traiettorie dell’Accordo di Parigi. Per non dover cambiare il piano fra due anni, sarebbe bene prevedere già da ora anche uno scenario con target più avanzati necessari per rispettare gli impegni di tale accordo e assicurare quindi un quadro di riferimento più stabile per le politiche energetiche del prossimo decennio.

PETROLIO, CARBONE E GAS SALVERANNO IL LAVORO? di Mario Agostinelli


I delegati di oltre 200 Paesi delle Nazioni Unite erano arrivati ai colloqui sul clima a Katowice con l’incarico di sostenere l’accordo di Parigi 2015 (v. https://www.energiafelice.it/). Pur trattandosi di un appuntamento “tecnico” per fare il punto sui progressi o i ritardi rispetto all’agenda fissata tre anni orsono, l’attenzione si è focalizzata sulle responsabilità che i leader mondiali si sarebbero assunti nei confronti dell’emergenza climatica. A un mese dalla conclusione della Conferenza possiamo dire che sono state confermate le previsioni più pessimistiche: in tre anni non solo non si sono verificati miglioramenti apprezzabili, ma, alla luce degli ultimi dati diffusi dal Global Carbon Project, le emissioni di gas serra sono aumentate per il secondo anno consecutivo nel 2018.

Preso atto di ciò, si deve constatare che l’incombente crisi climatica sta andando oltre le nostre capacità di controllo: vale allora la pena di andare oltre la ricerca dei colpevoli del passato (peraltro tanto noti quanto insensibili), per metterci in azione come persone e soggetti sociali attivi, capaci con le loro reazioni e comportamenti di imporre un cambiamento di rotta. Tanto urgente da doversi realizzare in un arco temporale breve, che, secondo l’IPCC (v. http://www.meteoweb.eu/2018/10/cambiamenti-climatici-allarme-ipcc/1161519/ ), non può andare oltre i prossimi quindici anni. Se questo è il contesto, occorre rendersi conto che la fobia verso i migranti e l’inganno della crescita a spese della natura non servono ad altro che a distrarre l’opinione pubblica, per mantenere immutate le disuguaglianze sociali anche a fronte della sfida del clima. Una sfida di primaria importanza che richiede due impegni cogenti: lasciare sottoterra i combustibili fossili e garantire i diritti umani e sociali nella transizione energetica. Sono queste le autentiche ipoteche per la civiltà a venire e non si riscuoteranno senza conflitti, per cui ogni individuo, ogni soggetto, ogni associazione, ogni organizzazione di interessi o di valori sarà tenuta a contrapporre una visione strategica all’interesse a breve, come è sempre avvenuto nelle fasi di profonda trasformazione.

Sappiamo da dove partire. Il mantenimento della crescita economica avviene tuttora al prezzo di un aumentato consumo di combustibili fossili. Negli ultimi anni – senza andare lontano e tirare in ballo la sconsiderata imprevidenza di Trump – Polonia, Germania e Italia non hanno fatto alcun passo indietro nel ricorso al carbone e al gas. In fondo, Katowice ha messo in luce quanto le élite globali, compresi i sovranisti nostrani del “cambiamento”, si aggrappino al business dei fossili e quanto i governi difendano i loro interessi nazionali ad essi associati, accettando in compenso l’ineluttabilità del disastro climatico. La situazione è così compromessa e l’inerzia del sistema economico-finanziario così rigida, da richiedere che tutte le componenti sociali forniscano un supporto per attuare quella che altro non è se non una vera rivoluzione dell’economia mondiale. Ad ora manca totalmente quella consapevolezza espressa con lucidità nella “Laudato Sì” e cioè che “un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale”.

Data la mia esperienza, ritengo che sia ora che entri in gioco il sindacato, fin troppo silenzioso ma, mi auguro, già capace di segnali al prossimo congresso CGIL. L’accordo di Parigi, oggi messo da parte perfino dall’Europa, accanto ai diritti umani, parla esplicitamente di sicurezza alimentare, diritti delle popolazioni indigene, uguaglianza di genere, partecipazione pubblica, equità intergenerazionale, integrità degli ecosistemi e, per il clima, propone una transizione giusta. C’è da chiedersi: su quali gambe? Forse su quelle malferme e incapaci di murare strada delle corporation e della grande finanza? Al punto in cui siamo, continuare a fare della combustione dei fossili una ragione primaria di profitto porta a violare i diritti umani e a ricattare i lavoratori sotto il profilo occupazionale e dei diritti sociali. Ed è altrettanto chiaro, anche se ce ne scordiamo facilmente, come le persone possano perdere i loro diritti tradizionali di vivere in una foresta (Amazzonia), o in una valle (TAV) o lungo un litorale marino (TAP) quando si infrange l’equilibrio climatico potenziando la filiera fossile oltre il tollerabile.  Tutte materie su cui il sindacato ha titolo pieno per essere informato e per negoziare a favore dei suoi organizzati.

I crescenti conflitti sociali legati all’eliminazione progressiva delle industrie fossili danno senso al termine “giusta transizione”, che non può che basarsisu un’attuazione completa della giustizia climatica. Per cominciare, ciò dovrà includere la limitazione del riscaldamento globale a un massimo di 1,5 gradi °C, altrimenti il ​​cambiamento climatico aggraverà globalmente le ingiustizie sociali. Carbone, petrolio e gas vanno rapidamente eliminati con una radicalità cui ci ha costretto lo sviluppo industriale ininterrotto e la cui espansione non è negoziabile, anche se ciò minaccia posti di lavoro. E’ d’obbligo che i lavoratori dipendenti dal sistema fossile non vengano lasciati a se stessi, ma affidati ad una rete di sicurezza che li faccia transitare verso un lavoro socialmente significativo e che conservi la loro dignità. Non si tratta di assistenza, ma di diritti, di riconversione “win to win”.

Proprio con una visione strategica un sindacato non corporativo può prevenire una divisione irreparabile tra lavoratori e le comunità colpite dai cambiamenti climatici. Oggi è in atto una campagna insidiosa al riparo della quale governi e grandi attori fossili, in particolare nei Paesi industrializzati, hanno iniziato a chiedere solo compensazioni finanziarie e sgravi per le loro attività inquinanti, al fine di allungare il più possibile i tempi della fuoriuscita da carbone petrolio e gas e usando come grimaldello per i loro interessi la questione dei posti di lavoro nelle filiere fossili inquinanti. Le stesse associazioni imprenditoriali e le corporation che sostenevano la necessità di chiudere impianti e delocalizzare per competere, di fronte alla crisi climatica si scoprono accaniti difensori del valore sociale e professionale del lavoro nei territori da cui traggono profitti, chiedendo nel contempo una sponda nel sindacato. Capisco come la situazione non sia facile e le cose non siano limpide, ma la posta è troppo alta perché il ricatto ricada su tutti sotto la veste di un interesse di pochi.

I tempi si avvicinano più di quanto si prevedesse e l’attacco è già in corso. Il governo polacco ha ottenuto a Katowice una ambigua dichiarazione (Solidarity and Just Transition Silesia (v. https://cop24.gov.pl/presidency/initiatives/just-transition-declaration )) per ottenere con l’appoggio di 49 delegati una marcia più lenta rispetto agli accordi internazionali nell’abbandono del carbone.  La Commissione UE è alle prese con un protocollo di sostegno all’industria del carbone e alla siderurgia nei paesi dell’Europa centrale e orientale che hanno chiesto di aderire all’UE. In entrambi i casi non c’è ombra di organizzazioni sindacali, ancora prede forse delle storiche contraddizioni tra ambiente e lavoro. Basta rammentare quanto sia preveggente la posizione dei metalmeccanici piemontesi a fianco delle ragioni degli abitanti della Valle Susa e quanto imprudente sia l’annuncio di uno sciopero dei lavoratori impegnati nelle grandi opere, senza distinzione della loro utilità e del loro impatto ecologico, da parte del sindacato nazionale degli edili (https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/10/27/cantieri-bloccati-30mila-posti-a-rischio-lavoratori-pronti-piazza06.html . Temi vecchi e nuovi su cui dibattere, non privi della massima urgenza, per non trascurare l’ineluttabilità di quanto accade in atmosfera e non cedere alla favola che la salute climatica la debbano pagare i lavoratori e i più indigenti.

Aperte iscrizioni Stati Generali della Green Economy 2018

Si aprono le iscrizioni alla settima edizione degli Stati Generali della Green Economy 2018 ospitati a Rimini Fiera, nell’ambito di Ecomondo, il 6 e 7 novembre, dedicati, quest’anno, al tema Green economy e nuova occupazione per il rilancio dell’Italia.

L’iniziativa, appuntamento di riferimento della green economy in Italia, è organizzata dal Consiglio Nazionale della Green Economy, composto da 66 organizzazioni di imprese, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e con il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico e della Commissione europea.

Di seguito le indicazioni utili per procedere all’iscrizione online in pochi passi, entro il 30 ottobre:
  • Accedere alla pagina di registrazione https://fierarimini.bestunion.com
  • Effettuare la registrazione online inserendo i propri dati personali
  • Vi siete registrati! Ora dovete solo stampare il biglietto o salvarlo sul vostro telefono e conservarlo per l’ingresso in fiera, evitando le code.
Programma dell’evento | link

I lavori prenderanno il via con la sessione plenaria di apertura la mattina del 6 novembre, alla presenza del Ministro dell’ambiente, Sergio Costa, durante la quale verranno presentate, da parte di Edo Ronchi, la Relazione 2018 sullo stato della green economy e le 7 Priorità della green economy per la XVIII Legislatura, la piattaforma elaborata dal Consiglio nazionale della green economy rivolta in particolare ai decisori politici del Parlamento e del Governo, con l’intento di sviluppare un confronto dinamico e aperto durante il corso di tutta la legislatura.

Nel pomeriggio del 6 novembre, si svolgeranno le 4 sessioni tematiche di approfondimento e consultazione, sui seguenti temi:

  • Le città, laboratori della green economy – in collaborazione con il Green City Network
  • Le nuove direttive europee rifiuti e circular economy: indicazioni per il recepimento – in collaborazione con il Circular economy network
  • La mobilità futura: less, electric, green and sharedin collaborazione con l’Osservatorio Nazionale Sharing Mobility
  • La green economy nell’agricoltura italiana e la nuova politica agricola comune (PAC)in collaborazione con Ministero delle politiche agricole*

Gli Stati Generali della Green Economy proseguiranno la mattina del 7 novembre, con la sessione plenaria internazionale dedicata al tema: “Il ruolo delle imprese nella transizione alla green economy: i trend mondiali”, che vedrà la partecipazione di Davide Crippa, Sottosegretario di Stato del Ministero dello sviluppo economico e autorevoli relatori istituzionali e del mondo delle imprese nazionali e internazionali.

I lavori si concluderanno il pomeriggio del 7 novembre, con la sessione di consultazione, organizzata in collaborazione con il Ministero dello sviluppo economico e Anev, su “Il Piano Nazionale Energia e Clima: stato dell’arte e confronto con gli stakeholder”, per un primo confronto aperto tra le istituzioni che stanno portando avanti l’elaborazione del documento e i rappresentati del mondo imprenditoriale green.