Quanto sono aumentate le temperature medie in Italia? da Climalteranti.it


Quanto sono aumentate le temperature medie in Italia?
Numerosi giornali e altri mezzi di informazione hanno riportato la notizia del record nel 2018 delle temperature medie in Italia, derivanti dai dati raccolti ed elaborati dall’ISAC-CNR. In alcune notizie si può leggere che sono aumentate di 1,5° C rispetto ai livelli preindustriali, in altre 1,58° C sopra la media dell’ultimo trentennio.
Il motivo di questa diversità dei valori forniti si spiega nella mancanza di attenzione verso un fattore importante che deve essere legato al valore numerico dell’aumento delle temperature, ossia il periodo di riferimento utilizzato. Se si prende un diverso periodo di riferimento come valore “zero” della variazione delle temperature, cambia il valore dell’aumento.
I dati dell’originale figura dell’ISAC-CNR sono riferiti al periodo 1971-2000. Non c’è un motivo fisico o climatologico per scegliere questo periodo; è una convenzione utilizzata dagli scienziati che hanno elaborato i dati. Anche a livello globale si usano diversi periodi di riferimento, la NASA-GISS usa il periodo 1951-1980, la NOAA il periodo 1901-1999; il Met-Office il periodo 1961-1990. Jim Hansen usa la media del periodo 1880-1920 (vedi grafico qui a fianco). La conversione fra le anomalie delle temperature nei vari periodi di riferimento non è difficile: se ad esempio le temperature medie nel periodo1951-1980 sono state (secondo i dati NASA-GISS) di 0,25 °C più calde di quelle del periodo rispetto al periodo 1880-

1909, per passare dai dati originali a quelli espressi rispetto a questo secondo periodo basta sommare questo valore ai dati originali.
Non c’è un periodo più adatto degli altri a costituire il periodo di riferimento. Di solito si considera un periodo lungo almeno 20 o 30 anni. Ad esempio, nei grafici qui sotto vediamo a sinistra le temperature globali espresse rispetto al periodo 1951-1980 e a destra rispetto al 1880-1899 (fonte: Realclimate)
 
 

La scelta del periodo dipende in sostanza dall’uso del grafico, dal messaggio che si vuole comunicare. Se è per confrontare le temperature globali stimate da 5 diversi centri di ricerca, allora il grafico di sinistra va bene. Se si vuole mostrare il totale del riscaldamento globale in corso, può essere più comodo fare riferimento al periodo più antico disponibile, e allora il periodo 1880-1899 può esser preferibile.
Se interessa il riscaldamento rispetto “al periodo preindustriale” allora di nuovo conviene fare riferimento ad un periodo antico: lo Special Report IPCC su 1,5 °C di riscaldamento globale ha scelto il periodo 1850-1900 come periodo di riferimento per il periodo preindustriale e lo ha usato in tutto il Rapporto, motivandolo in modo dettagliato nel capitolo 1.2.1.2; scrivendo ad esempio “Qualsiasi scelta del periodo di riferimento utilizzata per approssimare le condizioni “preindustriali” è un compromesso tra la disponibilità dei dati e la rappresentatività delle tipiche condizioni di forzanti solare e vulcanica nel periodo pre-industriale”.
Per i dati italiani, il trentennio più antico è il periodo 1800-1829. Si può notare nella prima immagine di questo post (o si può calcolare stimando graficamente i valori, non essendo disponibili i dati numerici) che la media delle temperature in questo periodo è circa -1,4 °C inferiore al periodo 1971-2000. Se si somma questo dato (in valore assoluto) all’anomalia del 2018 dichiarata dall’ISAC-CNR (+1,58 °C) se ne ricava che l’anomalia delle temperature medie in Italia del 2018 rispetto al primo trentennio di dati disponibili è pari a circa 3 °C.
Per quanto detto in precedenza, è sbagliato concludere che l’aumento delle temperature medie in Italia è tre volte la media globale. Se ci si riferisce al periodo 1880-1909, l’aumento in Italia è pari a circa 2,5 °C, mentre a scala globale è pari a 1,08 °C (secondo NASA-GISS) Inoltre, per valutare il riscaldamento globale non ci si dovrebbe riferire ad un solo anno, ma ad un periodo più lungo. La media delle anomalie delle temperature degli ultimi 10 anni in Italia è pari a 2,1 °C, contro un valore di 1,0 a livello globale. L’Italia si è quindi scaldata nell’ultimo decennio poco più del doppio del valore globale.
Al di là di queste precisazioni, sono davvero interessanti i tanti modi grafici per esprimere l’inequivocabile realtà del riscaldamento globale, disponibili in rete, come le mappe dal 1950 al 2018, oppure le animazioni sui dati di Berkeley Earth in forma di mappa o per Paese, o ancora i grafici a spirale (usati ad esempio qui).

Le temperature annuali e il ruolo del Niño – da climalteranti.it

L’analisi dell’influenza del Niño sulle temperature globali portano a concludere che anche il 2019 sarà un anno piuttosto caldo.

Dopo l’analisi delle temperature globali del 2018, illustriamo in questo post l’influenza di un fattore chiave per comprendere l’andamento delle temperature annuali, il fenomeno climatico noto come El Niño. Ci siamo già occupati in diversi post precedenti (vedi qui e qui) di questo fenomeno periodico, che provoca un forte riscaldamento anomalo delle acque dell’Oceano Pacifico Centro-Meridionale e Orientale e che ha importanti ripercussioni sulla temperatura media globale ed estremi climatici in diverse parti del Globo.

Il punto di partenza è il confronto fra i grafici delle temperature medie globali stimate da NASA-GISS dal 1979 al 2018 (Figura 1, sinistra) e l’andamento dell’Indice del Niño Oceanico (INO, Figura 1, destra), uno degli indici basati sull’anomalia delle temperature medie superficiali (SST) dell’oceano Pacifico centromeridionale, nel periodo 1950-2018.

Il confronto consente di notare che, in presenza di picchi molto intensi (superiori a 2.0) dell’indice INO (gli ultimi si sono verificati nel 1982-83,1997-98 e 2015-16,) si sono registrate anomalie termiche significative della temperatura media globale, persistenti per oltre sei mesi.

Figura 1: A sinistra: temperatura media superficiale dell’aria (linea sottile: valori medi annui) dal 1979 relativa al database GISST, espressa come anomalia rispetto al trentennio 1979-2008. La linea spessa blu è la media corrente su 37 mesi, mentre quella rossa si riferisce a versioni precedenti del dataset, non corrette. A destra valori dell’Indice del Niño Oceanico (ONI – Oceanic Niño Index), definiti come la media corrente su tre mesi delle anomalie di temperature media superficiale del mare da ERSSTv4 sulla regione Niño 3.4 (da 5°N a 5°S, e da 120°W a 170°W). Fonte: Climate4you

Come si può notare da un confronto fra i due grafici, valori significativi di INO positivo ma inferiori a 2 non hanno avuto impatti significativi sulle temperature, e risultano correlati ad anomalie termiche talora positive ma non molto estese e di breve durata. Anche i valori di INO negativi, associati al fenomeno La Niña (la fase opposta dell’oscillazione meridionale ENSO rispetto a El Niño), non sembrano aver prodotto fluttuazioni negative della temperatura media globale, a parte i casi del 1998-2002 e 1988-90 (con INO persistentemente negativo), associati ad un calo delle temperature medie globali. In ogni caso, valori di INO pari o inferiori a -2 non sono mai stati registrati nell’intervallo temporale mostrato.

Da notare come, nel periodo 2003-2012 in cui le temperature medie globali non hanno mostrato trend di aumento significativi secondo i due dataset, si siano succeduti cinque eventi deboli e brevi di INO positivo e quattro eventi moderati e mediamente lunghi di INO negativo.

Come ampiamente riportato in numerosi studi scientifici (si veda ad esempio qui e qui), la fase positiva di INO (ovvero la fase El Niño) è associata a temperature medie globali maggiori, perché le temperature superficiali nella zona del Pacifico centromeridionale sono superiori alla norma e il rimescolamento con le acque profonde in tale area è indebolito o inibito, perturbando così da un lato l’intera circolazione termoalina e dall’altro trasferendo meno calore dallo strato superficiale del mare verso gli strati più profondi.

Il 2018 è stato caratterizzato da valori alterni di INO: negativi e moderati a inizio anno, e successivamente positivi e piccoli nella seconda parte dell’anno, con un valore medio complessivo debolmente negativo. Nel 2017 si erano registrati valori negativi e moderati a inizio e fine anno, e debolmente positivi nella parte centrale, con un valore medio complessivo anch’esso debolmente negativo. Pertanto, da questo punto di vista, gli andamenti dell’indice INO sembrano abbastanza correlati con i valori delle anomalie medie globali.

Non va dimenticato, in tutto questo discorso, che esiste una tendenza di aumento continuo delle temperature (legata all’aumento dei gas climalteranti in atmosfera), sovrapposto alle variazioni legate a INO e, in generale, legate alla variabilità interna, cioè non forzata da causa naturali o antropiche esterne, del sistema climatico. Senza questa tendenza vedremmo, a ogni evento del Niño, un incremento di temperature che inizierebbe sempre dallo stesso valore di base, per poi ritornarvi a fine evento o all’inizio dell’evento successivo di La Niña.

Ogni volta, invece, si parte da un’anomalia di temperatura superiore a quella del Niño precedente (si vedano le prime due figure di questo post ), perché nel frattempo il mondo si è scaldato e questo riscaldamento è attribuibile all’effetto serra antropico.

La seguente Figura 2 mostra chiaramente l’incremento continuo della concentrazione di CO2 misurata a Mauna Loa, la più antica stazione di misura, con valori ormai da quasi tre anni sopra i 400 ppmv. Il rateo di aumento della stessa concentrazione (Figura 3) è ormai stabilmente sopra i 2 ppmv/anno, e presenta picchi correlati ai valori di INO, cioè maggiori nei casi di INO fortemente positivo. L’unico marcato calo nel rateo di aumento delle concentrazioni nel periodo di misura risale al periodo 1991-95 ed è collegato all’esplosione del Pinatubo, avvenuta nel 1991.

Figura 2: Concentrazione media mensile di CO2 atmosferica (linea sottile). La linea spessa indica la media corrente su 37 mesi. Le misure si riferiscono al Mauna Loa Observatory, nelle isole Hawaii. Fonte: Climate4you

Figura 3: Rateo di crescita annuale della concentrazione di CO2 atmosferica (linea sottile). La linea spessa indica la media corrente su 37 mesi. Le misure si riferiscono al Mauna Loa Observatory, nelle isole Hawaii. Fonte: Climate4you

Anche se i dati della NOAA sull’andamento attuale degli indici delle principali teleconnessioni non sono ancora disponibili per effetto dello shut down degli uffici governativi statunitensi, alcune analisi modellistiche prevedono che una buona parte del 2019 sarà caratterizzata da un Niño consistente (Figura 4) ed è quindi legittimo aspettarsi che anche il 2019 sarà un anno piuttosto caldo.

Figura 4: Probabilità di sviluppo  del Niño (barre rosse). Fonte: Climate Prediction Center / NCEP  

Testo di Claudio Cassardo e Stefano Caserini, con contributi di Elisa Palazzi e Sylvie Coyaud

FORUM: UN’ALLEANZA PER IL CLIMA, LA TERRA E LA GIUSTIZIA SOCIALE – Milano 19 gennaio

Laudato sì

FORUM: UN’ALLEANZA PER IL CLIMA, LA TERRA E LA GIUSTIZIA SOCIALE
FORUM UN’ALLEANZA PER IL CLIMA, LA TERRA E LA GIUSTIZIA SOCIALE
Milano, 19 gennaio 2019 Palazzo Reale
Un’iniziativa promossa dal gruppo consiliare Milano in Comune
in collaborazione con:
Laudato sì, Osservatorio Solidarietà, Associazione Diritti e Frontiere (ADIF), CostituzioneBeniComuni.

Continua a leggere qui.

“2018: il quarto anno più caldo a livello globale, il più caldo di sempre in Italia” – su Climalteranti.it

L’analisi dei dati ad oggi disponibili mostra che anche il 2018 appena terminato si colloca tra gli anni caldi della storia recente del nostro pianeta, anche se non ha battuto il record del 2016. Secondo i due centri internazionali CRU e GISS, infatti, le anomalie di temperatura media globale rispetto al periodo 1890-1909 dovrebbero risultare rispettivamente di 0,95 e 1,07 °C, valori che, nella classifica degli anni più caldi, collocano il 2018 al quarto posto, tra il 2014 ed il 2015.

Per l’Italia i dati dell’ISAC-CNR mostrano come il 2018 è stato l’anno più caldo degli ultimi 219 anni

Da svariati anni preparo questo post sul riassunto delle temperature dell’anno appena trascorso, utilizzando i dati estratti dal database NCEP/NCAR, della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), l’agenzia governativa statunitense che si occupa di meteorologia e clima. Quest’anno invece non è stato possibile, in quanto dallo scorso 23 dicembre il Dipartimento del commercio degli USA, da cui dipendono quasi tutte le agenzie federali, ha finito i soldi ed ha mandato molte persone a casa o in vacanza non retribuita, o li ha obbligati a lavorare in condizioni di volontariato. Come risultato, anche i portali web sono stati “temporaneamente” chiusi o fortemente ridotti. Nel caso del portale della NOAA, appare il seguente messaggio: “A causa della scadenza degli stanziamenti del Congresso per l’anno fiscale 2019, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti è chiuso. I siti web del dipartimento del commercio non saranno aggiornati fino a nuovo avviso“, e rimane un menù minimale con i soli dati meteorologici misurati e previsti per gli USA. Questo tipo di situazioni non è una novità, visto che ad esempio nel 2018 era già capitato altre due volte, durante lo spazio di un weekend. Ora la situazione appare più ingarbugliata: il provvedimento che sanava la situazione è stato respinto dal Presidente Trump in persona.

In mancanza dei dati dal portale NOAA, proviamo quindi a fare una valutazione usando i database climatici più noti. Uno è sicuramente quello della CRU (Climatic Research Unit) della East Anglia University, il cui database HadCRUT4 globale è scaricabile qui. E l’altro è quello del GISS (Goddard Institute for Space Studies) della NASA, il cui database GISST è accessibile da qui. Per ovviare al problema del dato mancante relativo a dicembre 2018 (che verrà fornito in seguito, dopo i controlli di circostanza), abbiamo usato il valore del dicembre 2017. Questa sostituzione, a giudicare dai valori relativi all’ultimo sessantennio, comporta un errore medio tra 0,00 e 0,01 °C, ed un errore massimo pari a ±0,04 °C per i dati HadCRU e ±0,03 °C per i dati GISST, che non cambiano in modo significativo il risultato.

Tenendo conto del diverso periodo climatico a cui si riferiscono i due database, e riferendo entrambi i valori al primo trentennio di cui abbiamo i dati globali (1880-1909), si ottiene per il database HadCRUT4 il valore di anomalia di 0,95 °C, che si colloca al quarto posto in graduatoria dopo gli 1,15 °C del 2016, gli 1,11 °C del 2015, gli 1,03 °C del 2017 e prima degli 0,93 °C del 2014. Per il database GISS, invece, l’anomalia risulta di 1,07 °C, e tale valore risulta sempre al quarto posto dopo gli 1,24 °C del 2016, gli 1,14 del 2017, gli 1,11 °C del 2015, e prima degli 0,98 °C del 2014. Che l’annata 2018 si andasse a collocare al quarto posto nella classifica degli anni più caldi, del resto, emergeva già dalle analisi fatte sulla base dei dati relativi ai primi sette mesi del 2018 dalla NOAA (il link era questo: ora è oscurato, ma forse quando gli USA risolveranno la loro situazione potrebbe tornare visibile – in particolare, c’era scritto “La temperatura media globale di luglio 2018 è stata di 0,75 °C al di sopra della media del 20° secolo di 15,8°C, e la quarta più alta di luglio dall’inizio dei record  nel 1880”), e sono state poi ribadite in seguito.

A qualcuno piace caldo, 10 anni dopo – su Climalteranti.it

A qualcuno piace caldo, 10 anni dopo

Poco più di 10 anni fa ho pubblicato il mio primo libro “A qualcuno piace caldo”, in cui avevo scelto di spiegare il problema dei cambiamenti climatici a partire dalle teorie “alternative” a quella proposta dalla (già allora) stragrande maggioranza della comunità scientifica. Teorie che 10 anni fa trovavano spazio molto più facilmente su giornali e televisioni. Dopo un’introduzione sui temi delle inevitabili incertezze presenti nella scienza del clima e della necessità e importanza del consenso scientifico (Parte 1), avevo mostrato lo scarso spessore di queste teorie (Parte 2), che si rifacevano a miti e storielle già più volte confutate nella letteratura scientifica. La parte più impegnativa è stata raccontare i soggetti che le propagandavano (Parte 3), il loro linguaggio e il loro contesto, cercando di far intuire le ragioni (es. esibizionismo, narcisismo, necessità di visibilità politica) che motivavano alcuni a proporre sistematicamente un vero e proprio negazionismo climatico. Nella parte “In limine” (Parte 4) avevo infine mostrato l’impreparazione del mondo dell’informazione e di suoi autorevoli protagonisti nell’affrontare questo grande problema.

Il libro ha avuto un discreto successo, anche fra gli addetti ai lavori, e questo ha fatto piacere.  L’idea di fondare Climalteranti è nata anche sulla spinta dei riconoscimenti ricevuti, e sull’importanza di aggiornare costantemente le analisi contenute nel libro.

Dopo dieci anni, mi sembra che il libro sia tuttora utile perché gli argomenti del negazionismo climatico non sono cambiati. Invece la loro confutazione è stata rinforzata da migliaia di nuovi articoli scientifici, come spesso mostrato su questo blog.

Molte voci del negazionismo d’allora si sono spente, altre affievolite; solo pochi (es. i proff. Battaglia e Zichichi) hanno continuato imperterriti la loro litania, raggiungendo punte di palese insensatezza (es. questo ultimo scritto di Zichichi).

Alcuni capitoli del libro sono stati disponibili da sempre sulla pagina di Climalteranti. Visto che dopo due edizioni andate esaurite il libro non sarà ristampato, col permesso dell’editore (Edizioni Ambiente) ho messo i 5 file delle parti del libro su questa pagina, per chi lo volesse leggere.

Indice

Parte 1 – Un’introduzione al negazionismo climatico

Parte 2 – Argomenti negazionisti

Parte 3 – Profili negazionisti

Parte 4 – In limine

Parte 5 – Riferimenti

Buona lettura.

Testo di Stefano Caserini, con contributi di Mario Grosso e Sylvie Coyaud