Un Patto scellerato in nome della Scienza – di Giorgio Ferrari e Angelo Baracca

Il manifesto trasversale. Con preoccupanti finalità interdittive, il patto firmato da Grillo e Renzi, quando annuncia che non saranno tollerate forme di pseudoscienza e pseudomedicina, brandisce la Scienza come una clava con cui colpire i “reprobi” che non ne riconoscono la sacralità

Non è la prima volta che nel nostro paese il mondo della scienza si rivolge alla politica affinché questa si faccia carico di questioni riguardanti il benessere della popolazione. È successo per il clima, per le scelte energetiche e per questioni etiche: ora, sembra, è la volta della salute. Tale infatti l’ambito privilegiato, ma non esclusivo, del Patto Trasversale per la Scienza che tanti consensi ha suscitato sia nei mezzi di informazione che nella stessa politica, al punto da mettere d’accordo persino due noti avversari come Beppe Grillo e Matteo Renzi.

Fuori dal coro dei consensi a noi pare che questa iniziativa abbia qualcosa di inquietante nella forma e nella sostanza del suo testo. Intanto non è un appello, ma un “patto” che le forze politiche tutte sono chiamate a sottoscrivere per finalità non solamente propositive (l’informazione, la ricerca) ma decisamente interdittive. E questa è una spiacevole novità. Di appelli fortemente connaturati alla sacralità della Scienza, ne avevamo già visti in passato e sempre in occasione di forti tensioni culturali e sociali come quelle dei referendum antinucleari. Così fu per gli scienziati filonucleari che si rivolsero al presidente della repubblica all’indomani dell’incidente di Chernobyl, poi nel 2010 quelli che si rivolsero a Bersani affinché il Pd non chiudesse la porta al nucleare e infine nel 2011 quelli che ritenevano senza fondamento l’imminente referendum post Fukushima. Il tratto comune di questi appelli era l’accusa, esplicita o implicita, di antiscientificità nei confronti degli antinucleari: «Caro Segretario, occorre evitare il rischio che nel Pd prenda piede uno spirito antiscientifico, un atteggiamento elitario e snobistico che isolerebbe l’Italia, non solo in questo campo, dalle frontiere dell’innovazione. Noi ti chiediamo di prendere atto che il nucleare non è né di sinistra, né di destra e che, anzi, al mondo molti leader di governi di sinistra e progressisti puntano su di esso per sviluppare un sistema economico e modelli di vita e di società eco-compatibili» questo nell’appello del 2010, mentre in quello del 2011 si diceva: «Nell’appellarci alla ragione, noi richiamiamo l’attenzione sul fatto che la legittima prudenza e la giusta richiesta di corretta informazione non siano oscurate da furori emotivi fuori luogo o da ossessionanti atteggiamenti di contrapposizione che rischiano di sfociare in anacronistiche “cacce alle streghe” invocate da guru o santoni d’occasione nonché da contingenti interessi elettorali».

Considerazioni queste, in linea con quella presunta neutralità della scienza che anche il testo del presente “Patto” vuole accreditare, quando sostiene che la Scienza (e il progresso che ne consegue) «non ha alcun colore politico». Non siamo d’accordo; e ce ne sarebbero di esempi per dimostrare che la “Scienza”- non altrimenti definita – si è macchiata più volte di crimini contro l’umanità, sia in tempo di pace che di guerra. Ma questo, se vogliamo, è ancora un ambito dialettico sull’operato della scienza stessa che fu, ed è ancora, largamente di parte. Diverso invece (e più inquietante) è quando nel “Patto”si annuncia che non saranno tollerate forme di pseudoscienza e pseudomedicina fino al punto di auspicare leggi contro l’operato di chi sarà ritenuto, conseguentemente, uno pseudoscienziato.

E chi lo stabilirà? Con quali criteri? Se tutto questo non è una boutade elettoralistica che ammicca ad un asse tra Pd e 5S, allora i tempi bui di cui scriveva Brecht sono più vicini di quanto pensiamo e magari c’è già chi sogna di ripristinare le regole del Sant’Uffizio: «Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiariamo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S. Offizio vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e Divine Scritture». Del resto sono già due i medici italiani radiati dall’ordine per aver assunto posizioni critiche sul decreto vaccini. E tanto per restare in tema, come dimenticare il falso allarme pandemia del 2010 che costò solo in Europa miliardi di euro di spesa in vaccini inutilizzati, o la denuncia di appena un anno fa dell’Istituto Negri, sulla immane inutilità dei farmaci in commercio e sulle cure prescritte senza alcuna evidenza scientifica?

Attenzione dunque a brandire la Scienza come una clava con cui colpire i “reprobi” che non ne riconoscono la sacralità. Così facendo avalleremmo l’idea che la Scienza debba essere separata dalla realtà sociale e dallo stesso scienziato che, al pari di un sacerdote, non esprime più un suo punto di vista in quanto, per definizione, esso è già contenuto nella Scienza-religione, ormai basata solo su se stessa e sulla sua infallibilità.

Da il manifesto del 12/01/2019

E’ stata pubblicata dal MISE la proposta di Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima

Il testo e scaricabile qui.
Piano Nazionale Energia e Clima: proposta incompleta

  • Edo RonchiPresidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile

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L’8 gennaio 2019 è stata resa nota la proposta di Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNEC) inviata a Bruxelles dal Ministero dello Sviluppo Economico in concerto con il Ministero dell’Ambiente e con quello dei Trasporti.

Come previsto dal Regolamento sulla Governance dell’Unione dell’Energia (il Regolamento 2018/1999/EU adottato poche settimane fa), il documento sarà oggetto di discussione in sede europea nei prossimi mesi, per arrivare a una versione definitiva entro la fine del 2019.

Il PNEC contiene gli obiettivi per l’energia e il clima che gli Stati Membri si impegnano a raggiungere entro il 2030. Il documento dovrebbe anche indicare gli strumenti – le politiche, le misure e le relative coperture economiche – attraverso i quali, credibilmente, si intendono raggiungere tali obiettivi.

I target al 2030 di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra sono suddivisi fra settori regolati dalla Direttiva ETS (grandi impianti, grandi emettitori) e gli altri settori (come i trasporti, riscaldamento, agricoltura, rifiuti e piccoli impianti) rientranti nel Regolamento Effort Sharing (ESR).

Per la parte ETS l’obiettivo a livello europeo al 2030 consiste in una riduzione delle emissioni del 43% rispetto al 2005: con le misure del Piano si avrebbe invece, secondo le stime del Governo, uno scenario con una riduzione del 55,9%.

Per la parte ESR l’obiettivo 2030 indicato per l’Italia dalla UE è pari a un taglio delle emissioni del 33% sempre rispetto al 2005: con le misure del Piano, sempre secondo le stime del Governo, si avrebbe uno scenario di riduzione del 34,6%.

Nel complesso, rispetto al 1990, con i due scenari stimati dal governo si arriverebbe a una riduzione complessiva delle emissioni nazionali di gas serra del 37%. Si tratta di un valore inferiore di quello medio fissato a livello europeo al 40%, che sappiamo non essere in traiettoria con l’obiettivo di contenimento dell’innalzamento della temperatura globale al di sotto dei 2°C, stabilito dall’Accordo di Parigi.

Il PNEC indica anche i target sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica. Per le rinnovabili al 2030 lo scenario di piano prevede di raggiungere il 30% dei consumi finali lordi: un valore inferiore all’obiettivo europeo del 32% e lontano da quel 35% che l’attuale governo aveva sostenuto, prima dell’estate scorsa, nel corso della trattativa europea sulla nuova Direttiva rinnovabili (RED II).

Tale obiettivo sarebbe così articolato: il 55,4 % di rinnovabili nel settore elettrico (16 Mtep), il 33% in quello termico (14,7 Mtep) e il 21,6% nel settore trasporti (2,3 Mtep, calcolate utilizzando i moltiplicatori previsti dalla RED II).

Nel complesso, i consumi finali da fonti rinnovabili passerebbero secondo lo scenario di Piano dagli attuali 21 Mtep a 33 Mtep nel 2030: in media, quindi, circa 1 Mtep in più ogni anno. Per quanto riguarda l’efficienza energetica, il Piano al 2030 prevede una riduzione dei consumi finali di energia del 40%rispetto allo scenario tendenziale definito prima della crisi (PRIMES 2007): una performance migliore dell’obiettivo europeo del 32,5% posto dalla nuova Direttiva sull’efficienza energetica (EED II), che comporterebbe una riduzione dei consumi finali dagli attuali 116 Mtep a poco più di 100 Mtep nel 2030.

La proposta di Piano riporta un elenco articolato di misure. Tuttavia, gli impatti attesi sono presentati per lo più in maniera aggregata e non specificati per ogni singola misura. Senza la quantificazione di tutte le misure specifiche, e delle relative coperture economiche quando necessarie, non è possibile valutare l’effettiva adeguatezza degli strumenti indicati in relazione agli obiettivi indicati.

Il problema è riconosciuto nella proposta di Piano che annuncia che dovrebbe essere in tal senso integrato, prima dell’approvazione della versione finale prevista per fine 2019, durante la consultazione che è stata annunciata e la realizzazione della VAS (valutazione ambientale strategica) che si farà su questa proposta.

Si tenga infine presente che, entro il 2020, è prevista una revisione al rialzo dei target nazionali (ed europei) per allinearli alle traiettorie dell’Accordo di Parigi. Per non dover cambiare il piano fra due anni, sarebbe bene prevedere già da ora anche uno scenario con target più avanzati necessari per rispettare gli impegni di tale accordo e assicurare quindi un quadro di riferimento più stabile per le politiche energetiche del prossimo decennio.

La scienza non può sembrare un atto di magia – Andrea Capocci su il manifesto intervista Giorgio Parisi

Intervista. Un incontro con il fisico teorico Giorgio Parisi, nuovo presidente dell’Accademia dei Lincei. «Aveva ragione Marcello Cini: la cosa più interessante che abbiamo visto sulla Luna è stata la Terra»

Andrea Capocci

Giorgio Parisi, professore ordinario alla Sapienza, è uno degli scienziati italiani più riconosciuti al mondo. Ha dato contributi originali e fondamentali in diversi campi della fisica teorica, dalle particelle alla meccanica statistica. I suoi studi sui sistemi magnetici disordinati detti «vetri di spin» (in questi particolari materiali, l’interazione fra atomi vicini è casuale e disordinata; sono stati usati per spiegare i comportamenti del cervello, dei mercati finanziari, delle proteine, ndr) hanno aperto un nuovo campo di ricerca con ricadute in campi lontanissimi. Lo incontriamo nella sontuosa sede trasteverina dell’Accademia a Palazzo Corsini quando ormai è sera e molti impiegati sono già andati a casa.

Potrebbe sembrare una carica onorifica, invece lei si sta impegnando molto nel nuovo incarico. Che indirizzo vorrebbe dare all’Accademia dei Lincei?
L’Accademia ha già diversi compiti istituzionali. Deve fornire pareri scientifici al Presidente della Repubblica e diffondere l’alta cultura. A me piacerebbe rafforzare questo compito, anche usando altri canali: il canale Youtube, per esempio, può allargare la platea delle nostre conferenze. Mi piacerebbe fornire dati accurati su tematiche che interessino anche il grande pubblico. Penso a temi come le droghe leggere, su cui sarebbe utile avere un quadro chiaro delle evidenze scientifiche sui danni a breve e a lungo termine e sui risultati delle sperimentazioni legislative adottate nei vari Paesi.

Nel discorso di inaugurazione ha affermato: «la scienza non deve presentarsi come una magia». Cosa intendeva dire?
Quando la fata di Cenerentola trasforma una zucca in carrozza, parliamo di magia perché non vediamo un nesso razionale tra la bacchetta e la trasformazione della zucca. Ebbene, se nel presentare la scienza si omettono i passaggi intermedi che trasformano un’idea in una verità scientifica, il risultato potrebbe essere simile. Si tratta di rendere chiaro il processo con cui si costruisce il consenso scientifico. Altrimenti si diffonde il complottismo.
Per i suoi settant’anni, l’università ha organizzato una conferenza dedicata ai suoi risultati scientifici, a cui hanno partecipato scienziati di mezzo mondo. Qual è quello più importante, secondo lei?
Innanzitutto, una serie di lavori in fisica delle alte energie fatti con Guido Altarelli negli anni ’70 intorno alla natura dell’interazione forte dei quark (una delle quattro forze fondamentali, ndr). Poi, negli anni ’80, sempre per i calcoli sulla fisica delle particelle, realizzammo a Roma il primo super-computer della serie «Ape».
Fu decisiva l’esperienza di Nicola Cabibbo e la collaborazione con alcuni ottimi laureandi. Per un paio di mesi Ape fu forse il computer più veloce al mondo. Ma i risultati più rilevanti li ho ottenuti nel campo dei sistemi magnetici detti «vetri di spin». Non lo capii subito, ma poi quelle scoperte hanno avuto applicazioni in moltissimi campi, dalle reti neurali allo studio degli algoritmi, dai sistemi granulari fino al «deep learning» che oggi si usa nel settore dell’intelligenza artificiale. È il tema su cui lavoro tuttora.

Esiste un argomento di cui avrebbe voluto occuparsi ma per il quale non ha ancora avuto l’occasione?
L’immunologia: oltre alla curiosità per l’argomento, mi sembra un campo in cui poter usare la «cassetta degli attrezzi» che mi sono costruito nel corso degli anni. Me ne sono occupato per un breve periodo, ma non ho più avuto il tempo di approfondire.

Partiamo dai suoi studi universitari: lei proviene da una famiglia di scienziati?
Mio padre voleva studiare ingegneria. Ma si era diplomato da ragioniere. Non superò l’esame di stato e quindi finì per laurearsi in Economia e commercio. Fisica fu un’idea tutta mia.

Sui primi anni da studente, una volta ha scritto una frase divertente: «Nel 1968 arrivò il Sessantotto». Fu importante?
Quasi nessuno se lo aspettava. È stato rilevante perché ha politicizzato molte persone. Mi colpiva l’atteggiamento violento della polizia, le cariche immotivate. Era una polizia abituata a controllare le manifestazioni degli operai. Ma non sono sicuro che fosse più violenta di quella di oggi.

Il suo impegno politico non si è fermato al 1968. Ha partecipato alla vicenda di Sinistra Ecologia Libertà…
Mi sono impegnato molto tra il 2007 e il 2013. Non avevo una base elettorale, ma mi sono speso finché ho fatto parte dell’assemblea nazionale di Sel. Poi la sinistra italiana ha fatto un errore clamoroso. Dopo la batosta del 2008, si parlò di un nuovo modo di fare politica, di un’apertura alla società civile. C’era la possibilità di occupare lo spazio che poi fu preso dai grillini. Ci si sarebbe dovuti presentare come un partito diverso dagli altri, come poi è riuscito a fare il Movimento 5 Stelle. La sinistra non ha colto un malumore popolare enorme, chiamandolo con disprezzo «antipolitica». In realtà era una richiesta di un nuovo modo di fare politica, ma quella finestra di opportunità è stata persa. Poi ci sono state divisioni e contro-divisioni rancorose poco appassionanti.

Giorgio Parisi

La politica ha influenzato il suo modo di essere scienziato?
Credo che lo spirito del tempo condizioni ciò che pensano le persone. E che la storia delle idee nella fisica non possa essere separata dal resto. È innegabile che le avanguardie moderniste degli anni ’20 e ’30 siano state influenzate dalla rivoluzione della meccanica quantistica, nel loro voler gettarsi alle spalle la tradizione. Ma queste cose è più facile vederle negli altri. Alla complessità ci sono arrivato un po’ per caso. C’era un calcolo che non tornava, e cercai di risolverlo. Per capirne il significato fisico e il legame con i sistemi complessi ci sono voluti molti anni. Fu un tipico caso di «serendipità».

Dopo il 1968, i fisici della Sapienza hanno messo in discussione il ruolo sociale della scienza: basti guardare al gruppo di Marcello Cini e del libro «L’ape e l’architetto», che allora fece scandalo. C’è qualcosa di quel dibattito che si può recuperare oggi?
Nel mio discorso di insediamento ho citato quasi alla lettera una frase de L’ape e l’architetto, ma nessuno se n’è accorto: oggi molte di quelle tesi sono diventate patrimonio comune. Il rapporto tra la scienza, la società e la tecnologia, ad esempio. Che gli scienziati siano immersi nel tessuto produttivo è ormai scontato. Così come l’idea che lo spirito del tempo influenzi anche il pensiero scientifico. O che la scienza vada avanti se la società la sostiene, e non è detto che ciò avvenga.

Nel 1969 Cini fu critico sullo sbarco sulla Luna, mentre tutti lo celebravano. Lei all’epoca non era d’accordo con Cini, ma recentemente ha scritto che aveva ragione…
Dopo il programma Apollo abbiamo smesso di andare sulla Luna. Sembrava che saremmo andati sulla Luna a costruire una base, come in un film di fantascienza. Invece, abbiamo raccolto reperti, abbiamo collocato uno specchio per misurare la distanza con il laser e poco più. Certo, abbiamo fatto delle bellissime foto al nostro pianeta. E sono state molto importanti, perché ci hanno dato un’idea della reale dimensione e della vulnerabilità del nostro pianeta. Per questo aveva ragione Cini: la cosa più interessante che abbiamo visto sulla Luna è stata la Terra.

I progressi del Katowice Climate Package – su Climalteranti

La COP24 che si è svolta a Katowice ha prodotto risultati ad ampio spettro sull’Accordo di Parigi, fra cui le attese regole sui meccanismi di trasparenza sull’implementazione degli impegni di riduzione delle emissioni, nonché indicazioni chiare per l’incremento a breve degli stessi.
LEGGI TUTTO su  Climalteranti.it

Dopo quindici giorni di negoziato serrato e prolungato, durato un giorno più del previsto, la COP24 di Katowice ha prodotto in sostanza quasi tutto quello che era chiamata a fare, risultato nient’affatto scontato.

È presto ora per un’analisi attenta dei documenti approvati (di cui questo è il principale – descrittivo di tutti i grandi capitoli – mentre gli altri sono disponibili qui – scorrere verso il basso), delle conseguenze del negoziato e del ruolo dei diversi attori, di chi ha spinto per una maggiore ambizione e di chi ha condotto battaglie di retroguardia per cercare fino all’ultimo di indebolire i risultati finali.

Ci limitiamo qui a riportare un quadro generale dei risultati, che il comunicato stampa dell’UNFCCC saluta come importanti. Apprezzamenti, ma anche insoddisfazioni, possono essere ascoltati nelle dichiarazioni dei più importanti gruppi negoziali nella plenaria finale (Joint plenary meeting for closing statements) possono essere ascoltate nel webcast UNFCCC. Nell’ordine: Egitto (in rappresentanza di G77+China) a 1.10; UE a 6.25; Svizzera (Environmental Integrity Group) a 11.02; Australia (Umbrella Group) a 13.50; Etiopia (LDC) a 17.15; Maldive (OASIS) 20.45; Gabon (African Group) a 26.10. Malaysia (like-minded developing countries) a 29. 40; India (basic) 35.37; Colombia (ALIAC) 42.20; Filippine 47.20; Cina (50.28); quindi gli “osservatori” del negoziato, Business&Industry NGO (56.31), Environmental NGO (59.40), Agricoltori (1.04.10), Indigenous People  (1.06.55), Governi e municipalità locali (1.10.25), Women and Gender NGO (1.13.05), Youth NGO (1.16.20). Ha poi concluso Grenada (1.20.03).

Il Paris Agreement Work Programme: il regolamento attuativo (Rulebook) dell’Accordo di Parigi

Tra i punti più rilevanti del rulebook approvato, le informazioni necessarie per la revisione dei Contributi determinati a livello nazionale (NDC) e per la contabilizzazione degli impegni adottati, nonché l’insieme di regole condivise per la trasparenza delle azioni e del supporto, che implementano l’articolo 13 dell’Accordo di Parigi.

Per entrare nel merito di solo quest’ultimo punto, è stata archiviata la tradizionale differenziazione degli obblighi (la cosiddetta “biforcazione”) tra paesi industrializzati ed in via di sviluppo, con l’adozione di regole comuni e la previsione di flessibilità per quei Paesi in via sviluppo che ne necessitano in base alle proprie capacità.

La costruzione di un sistema di reporting e monitoraggio comune a tutte le Parti, fondato sui principi di Trasparenza, Accuratezza, Completezza, Coerenza e Comparabilità (TACCC), è il cuore del nuovo pacchetto di regole, che permetterà all’Accordo di Parigi una piena implementazione, pur nel rispetto degli NDC e delle rispettive capacità.

I punti fondamentali del nuovo sistema di “trasparenza” sono:

  • gli inventari nazionali delle emissioni di gas serra, strumento fondamentale per il monitoraggio delle emissioni di tutti i Paesi e la verifica degli impegni di riduzione delle emissioni determinati nell’Accordo di Parigi, garantendo che rispettino alcune caratteristiche tecniche e che siano trasmessi su base almeno biennale da tutte le Parti; le linee guida IPCC 2006, il cui aggiornamento verrà pubblicato nel 2019, saranno la base di tutti gli inventari;
  • il monitoraggio dell’implementazione e del raggiungimento degli NDC, da effettuarsi attraverso indicatori quantitativi e/o qualitativi (come ad esempio le emissioni e gli assorbimenti gas serra, la percentuale di riduzione dell’intensità carbonica, indicatori qualitativi per una specifica politica o misura di mitigazione, co-benefits di azioni di adattamento, percentuale di uso di energia rinnovabile, ettari di riforestazione, ecc.)
  • la revisione tecnica dei report trasmessi da parte di esperti: finalizzata alla valutazione dell’effettiva attuazione degli impegni intrapresi.

Tra gli obblighi di reporting è stata inclusa una sezione relativa agli impatti dei cambiamenti climatici e adattamento, anche se tale sezione non è obbligatoria. Uno delle sezioni più dibattute è stata quella relativa al Reporting sul supporto finanziario, sia fornito che ricevuto.

Sulla base del NDC comunicato, il settore LULUCF (uso e cambiamento di uso del suolo e foreste) potrà essere incluso nel reporting biennale e contabilizzato ai fini della verifica degli impegni determinati a livello nazionale. Tuttavia, a causa della complessità del settore, alle foreste sono ancora riconosciute alcune specificità circa le modalità di conteggio e rendicontazione delle emissioni e degli assorbimenti di gas serra, in particolare per quanto riguarda le emissioni dovute ai disturbi naturali, il carbonio accumulato nei prodotti legnosi e i metodi per considerare il possibile effetto che l’invecchiamento delle foreste ha sugli assorbimenti di carbonio.

Da Parigi a Katowice avanti a piccoli passi. E pesa un calo di leadership – di Giuseppe Onufrio su il manifesto

Riscaldamento globale. Un quadro di generale arretramento con qualche luce, come la discussione, difficile, sui cambiamenti climatici proprio in Polonia, terra del carbone “sovranista”. La bandiera dei 5Stelle era l’energia, ma ora sono in linea con il governo dell’ex ministro Calenda, che faceva del gas naturale il cuore della strategia energetica.

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