Sole sulla terra – di Gianni Mattioli e Massimo Scalia (novembre 2017)

novembre/dicembre 2017
Mattioli &Scalia
Sole sulla Terra
La fusione nucleare è un progetto che si scontra con una diversa visione dell’energia.

Le prospettive della grande ricerca si confrontano con i confini stretti
delle finanze pubbliche e private italiane sul progetto Divertor Tokamak
Test facility (Dtt). Cerchiamo di fare il punto. Gli investimenti dall’Italia, oggi
previsti per guidare – e realizzare in Italia – il progetto più avanzato per trarre energia dalla fusione nucleare, sono dell’ordine dei 500 milioni di euro (40 milioni dal Miur e 40 dal Mise nei primi quattro anni a partire dal 2019) a fronte di un finanziamento di appena 60 milioni dal Consorzio Europeo Eurofusion cui spetta la gestione delle attività di ricerca in questo campo. Questo ruolo dell’Italia nella tecnologia Tokamak – una struttura a confinamento magnetico per contenere a temperature elevatissime il plasma necessario per la fusione nucleare, avanzata negli anni ‘50 dai fisici russi Tamm e Sacharov – si è venuto affermando con progetti realizzati negli ultimi decenni del secolo scorso nei laboratori nazionali di Frascati (Frascati Tokamak Upgrade, 1999), nel
tentativo di produrre più energia di quella necessaria all’accensione e con la continuità necessaria per le possibili applicazioni. Alla base del Dtt c’è la stessa tecnologia impiegata per l’International Thermonuclear Experimental Reactor (Iter), “ma con in più la possibilità di eseguire test utilizzando tecniche brevettate dall’Enea” si afferma in un comunicato stampa di presentazione.
La Fusione nucleare
1. Certo, sulla base dell’esempio fornito dal passaggio, in poco più di un decennio,
dalla bomba atomica (a fissione) all’uso civile, Edward Teller, padre della bomba
H, non pensava che sarebbe stato così arduo il percorso per ottenere energia
elettrica dalla fusione nonostante gli enormi investimenti che più Paesi avrebbero concentrato sulla fattibilità sperimentale, com’è accaduto anche per Iter.
2. Merita una riflessione, il conclamato handicap della fusione: per la produzione
di energia su scala industriale serve, come nel caso della fissione, energia erogata
in forma continua e per tempi lunghi, parametri che, sin qui, non sono mai
stati soddisfatti nelle varie fasi sperimentali della fusione. E allora? Forse che
il carattere stocastico dell’energia eolica o solare, certo non in grado di fornire
con continuità 5000-6000 ore l’anno, impedisce a queste energie di far fronte
a quote sempre più significative della domanda? E non è vero che anche per
le centrali termoelettriche alimentate a combustibili fossili le ore di utilizzo,
si sono ormai ridotte a meno di 4000? Ma allora il fatto che nessuno penserebbe
invece di costruire un reattore a fusione per farlo funzionare 2000 ore
l’anno, denuncia l’invecchiamento del progetto “fusione nucleare”, una forma
d’energia accentrata, una cultura all’opposto del percorso scelto, ormai da un
decennio dalla Ue, delle fonti decentrate nel territorio e accessibili al cittadino.
E i tre 20% hanno rappresentato un riferimento per tutti i Paesi del mondo,
confermato dall’Accordo di Parigi e anche di fronte alle turbolenze di Trump.
3. Ma allora perché la Ue si impegna nel progetto Iter, a Cadarache (Francia), così
costoso da richiedere il finanziamento, oltre che del 45% da parte della Ue,
anche di Stati Uniti, Russia, Giappone, India, Cina (ognuno per il 9%), così problematico
nella realizzazione e così contradditorio rispetto alla strategia dei
tre 20% ? E qui emergono elementi che giocano il ruolo di “concausali”: sotto
il conflitto di concezioni politico-culturali tra il modello delle grandi centrali e
quello di produzioni energetiche decentrate, è determinante l’aspetto del supporto pubblico ai gruppi dell’elettromeccanica pesante che producono le grandi componenti, col coinvolgimento di una miriade di aziende per tutta la tecnologia di materiali in grado di sopportare le temperature operative. E non è mancata davvero la “grandeur de France”. Il programma comunque prevede, pur nell’incerta tempistica di realizzazione di Iter, che se diverrà operativo – 500 MW di potenza da fusione per 1000 secondi e una produzione di calore dieci volte superiore a quello necessario per riscaldare il plasma – si potrà passare al progetto Demo per la generazione elettrica, secondo una linea temporale prevista dall’Efda (European Fusion Development Agreement) nel periodo 2031-2048. Questa Road Map non è stata aggiornata da Eurofusion che dal 2013 è succeduta all’Efda. E qui viene da fare il confronto con “III plus”, la terza generazione “avanzata”, o “plus”, dei reattori a fissione, il cui decollo, proprio in Francia, a Flamanville, si sta spostando nel tempo dal 2010 ora al 2018 con costi circa triplicati, mentre si allontana (2040? 2050?) il decollo della Generation IV, che qualche anno fa appariva l’approdo atteso per l’energia nucleare da fissione. Ci s’interroga allora sul perché in un comparto, la fusione in cui al presente non c’è ancora nemmeno un prototipo funzionante, si dovrebbe riuscire a fare quasi prima – lasciamo stare “meglio” – di quanto succede nell’innovazione dei reattori a fissione che hanno dalla loro un’esperienza impiantistica maturata sull’arco di sessant’anni.
4. Chiarita la realtà di questa incertezza, altri elementi vanno considerati per valutare la fusione, propinata come fonte energetica illimitata e pulita. Quanto alla disponibilità di energia, osserviamo che, stando all’Accordo di Parigi, gli impegni assunti prevedono che, al tempo in cui la fusione potrà cominciare a dare il suo primo kWh, nel mondo, gran parte dei combustibili fossili sarà stata ormai sostituita – 100% per la Ue nella produzione elettrica secondo il rapporto McKinsey (2010) – e questo contributo resterà, anche nei decenni successivi al 2050, marginale e costoso, secondo dati forniti dalla stessa Iter Organization (2015). E quanto al “pulita”, l’inventario radioattivo della fusione è minore ma non certo trascurabile rispetto a rischi e danni sanitari della fissione.
Il progetto Iter, con il suo correlato Demo, segnala con evidenza che si sta in realtà parlando di ricerca sperimentale applicata, non in grado di fornire un solo kWh entro il 2050. Il trascorrere dei decenni ha visto l’affermarsi di nuove tecnologie, di nuovi interessi industriali, di nuovi orientamenti di mercato tali da rendere il progetto “fusione nucleare” sostanzialmente obsoleto, prima ancora che possa entrare in esercizio una centrale basata su quei princìpi fisici di funzionamento. Guardando alle prospettive configurate dall’Accordo di Parigi, la fusione appare un oggetto costoso, ingombrante, niente affatto “pulito”, che si pone come una non più appetibile scelta di scenari del passato. Replicare
sulla Terra come si produce l’energia nel Sole, idea affascinante negli anni ’60 e forse fino a una trentina d’anni fa, rivela oggi la sua macchinosità e la sua sostanziale residualità quanto più aumentano i ritardi del progetto e, soprattutto, quanto più aumenta la fruibilità diretta dell’energia solare (307,8 GW; Ren21_GSR_2017) e della disponibilità del complesso delle fonti rinnovabili (2017 GW; ibidem).
Il Diverter Tokamak Test
Ci siamo sin qui soffermati su vari aspetti della vicenda fusione nucleare, che nei decenni è stata accompagnata dall’impegno di decine di migliaia di operai, tecnici, ricercatori e scienziati e dalle loro attese; dal coinvolgimento di tutti i Paesi industrializzati e dall’ideologia costruita, attorno a questa realtà, da un’opinione pubblica e da media che hanno sempre guardato e ammirato la “big science” in nome di un’epidermica e generica adesione alle “magnifiche sorti e progressive”. Oggi, dobbiamo affermare che sicuramente il far fronte alla drammatica vicenda dei cambiamenti climatici, ma in tempo utile, ricordando
che lo stesso V rapporto dell’Ipcc ha anticipato il “punto di non ritorno” dal 2050 al 2030 con un’accelerazione incompatibile con i tempi lunghi della fusione, pone un problema di coerenza delle scelte, della corrispondenza delle strategie scientifiche, tecnologiche e industriali ai fini che devono essere perseguiti.
Questo quadro globale, complesso, così materiato di un’inestricabile trama di legittimi interessi dell’industria, di importanti gruppi scientifici e delle istituzioni di ricerca, non deve però far venir meno la lucidità di analisi su singoli elementi, su progetti che a quel contesto globale si rivolgono per trarre giustificazione a esistere. È sulla scorta di queste considerazioni che va valutata l’opportunità della partecipazione di Enea e di ogni finanziamento pubblico a progetti “collaterali” alla costruzione della centrale di Cadarache come il Dtt.

Anche se lontana nel tempo l’esperienza del Pec (Prova Elementi Combustibile) – nel Centro di ricerca del Cnen nell’area del lago Brasimone (Appennino
Tosco-Emiliano) – con le migliaia di miliardi di vecchie lire buttate, sta lì come un monito.
Quell’esperienza era stata concepita negli anni ‘70 come “collaterale” alla filiera
del reattore veloce francese Superphénix, il quale, se non altro, divenne operativo (1986- 1998) seppure con i noti problemi e malfunzionamenti che costellarono il suo breve e travagliato periodo d’esercizio. Un’operazione alla Concorde, anche quella in nome della “grandeur”, che se motivata per la Francia dalla strategia della “force de frappe” – in sostanza, l’armamento atomico della Francia indipendente dallo schieramento Nato – non aveva analogo motivo per l’Italia. Per il recesso dal progetto Superhénix dopo il referendum sul nucleare del 1987 l’Italia si trovò anche a dover pagare la sua quota di partecipazione.
E sarebbe istruttivo riandare a vedere la pubblicistica del Cnen di allora – l’orgoglio e il vanto di un’“Italia ai primi posti” per i reattori veloci – con toni indistinguibili da quelli usati dall’attuale dirigenza dell’Enea a proposito del Dtt. Non risulta che nessuno, se non il contribuente, abbia pagato per l’essere ai “primi posti” in un’impresa fallimentare: a che cosa serve all’Enea, e all’Italia, l’imparaticcio sui reattori veloci? Chi vorrà che l’Enea gli trasferisca, una delle sue mission, quell’imparaticcio? Dopo il referendum del 1987, l’attività del Centro fu orientata prevalentemente verso la tecnologia della fusione termonucleare controllata. Nel 2009 Enea, pur mantenendo lo stesso acronimo, riorienta
la sua finalizzazione: è il tentativo di rilancio del nucleare da parte del Governo Berlusconi, in corrispondenza al quale «le attività s’inseriscono nei programmi internazionali di Euratom e Generation IV nonché nei progetti nazionali relativi Accordo di Programma con il Ministero per lo Sviluppo Economico per reattori di quarta generazione e la fusione termonucleare controllata», come recita a tutt’oggi la pagina online della storia del Centro Pec. All’attualità e alle prospettive di Generation IV si è già accennato (al punto 3).
Per non destinare l’Ente a un cimitero degli elefanti la dirigenza di Enea sembra puntare con decisione sul Dtt, non necessariamente legato al Centro del Brasimone, anzi esistono spinte per realizzarlo in Piemonte: «In questo cilindro ipertecnologico alto 10 metri con raggio 5, saranno confinati 33 m3 di plasma e portati alla temperatura di 100 milioni di gradi con un’intensità di corrente di 6 milioni di Ampere, un carico termico sui materiali fino a 50 milioni di Watt per metro quadro e un’intensità di campo magnetico di 60 mila Gauss. Mentre il plasma ‘scaldato’ tramite corrente elettrica dall’effetto Joule lavorerà ad
una temperatura di milioni di gradi, i 26 km di cavi superconduttori in niobio e stagno e i 16 km di quelli in niobio e titanio distanti solo poche decine di centimetri saranno a -269 °C» (Enea: https://goo.gl/19TkQg).
Si tratta insomma di un Iter in miniatura, sulle cui finalità l’Ente dovrà essere assai più preciso che non le genericità riportate nell’audizione alla Camera del suo Presidente (17-10-2017), poiché di denaro pubblico si tratta. Certo i 500 milioni di euro previsti per il Dtt non sono i sette miliardi e mezzo che è costato da solo l’esperimento per la rilevazione del bosone di Higgs al Cern – in questo la “corporazione” mondiale dei Fisici è imbattibile – ma il confronto, in qualche modo improprio (l’esperimento del Cern è, secondo la vulgata mediatica ampiamente alimentata dalla “corporazione”, vera “hard science” che conduce alla scoperta di nuovi orizzonti scientifici e di conoscenza), è utile a suggerire
alcuni elementi di chiarezza:
• innanzitutto, sia esplicitamente chiarito, nelle finalità dei finanziamenti pubblici come nella documentazione che Enea rende pubblica, che «il Dtt è un progetto di ricerca sperimentale dal quale non ci si possono attendere risultati concreti quali la produzione di kWh di elettricità entro tempi ben determinati», tempi che in ogni caso rimandano a dopo il 2050. Una ricerca sperimentale che non deve quindi essere camuffata – in virtù della collaborazione con imprese e materiali tecnologici, caratteristica ormai comune a molte ricerche sperimentali – come un progetto di produzione industriale di energia elettrica. A quella stanno pensando – con oltre il 40% di copertura della domanda elettrica nel nostro Paese – e penseranno sempre più le fonti rinnovabili, fino al 100% entro l’ormai famoso 2050;
• poiché si tratta di ricerca sperimentale finanziata con fondi pubblici, deve essere sottoposta, come ogni altra ricerca, a un controllo di competenza e attesa alle caratteristiche dell’impianto, a un controllo “sociale” che non si riduce ai soli atti istituzionali (Via) o amministrativi della Regione che accettasse il Dtt, ma a un coinvolgimento dei cittadini in termini di informazione e condivisione delle scelte;
• rivendicare da parte di Enea che il Dtt fornirebbe «in più la possibilità di eseguire test utilizzando tecniche brevettate dall’Enea» richiede che si discuta, innanzitutto  sede tecnico-scientifica, quali siano queste “tecniche brevettate” e quali vantaggi ne trarrebbe il progetto Iter, rispetto al quale il Dtt si riconosce “collaterale”. Una richiesta che è valida in generale, e tanto più se si guarda alla storia di Enea dove all’infelice collateralismo con Superphénix, già ricordato, bisogna aggiungere in tempi più recenti l’abbandono del progetto Cora, tramite il quale l’Ente avrebbe voluto inserire suoi brevetti nel trattamento dei rifiuti liquidi radioattivi stoccati nell’Eurex di Saluggia (Piemonte). 

A tutto gas, ma non ci serve – di Mario Agostinelli su il manifesto

Energia. Il conflitto in corso sull’approvvigionamento del gas ad uso energetico si inquadra nella partita a scacchi in corso tra Usa e Russia per condizionare un ruolo autonomo dell’Europa

Narrazioni. Chiunque può rendersi conto che la narrazione di un’invasione da parte degli immigrati – indicati come minacciosi malfattori da un personaggio come Salvini – non regge di fronte all’immagine di un Paese devastato da eventi climatici e da danni naturali, del tutto prevedibili ma mai affrontati. Un Paese, per giunta, rapinato, umiliato e vessato al punto da subire in silenzio l’emorragia dei suoi giovani, lasciati senza speranza e presi di mira da un governo fino ad ora arrogante quanto incapace di «abitare il futuro».

Se si vuole guadagnare consenso ad un punto di vista «di sinistra», vanno riscoperte formule che richiamino un intero panorama di lotte sociali, prospettive culturali e consuetudini positive, per coniugarle con quelle parole che il potere respinge. Ci si accorgerebbe che lavoro dignitoso, accoglienza, uso della tecnologia per migliorare la vita diverrebbero praticabili se si sostituisce al mito della modernità espansiva quello di un modello caratterizzato da relazioni paritarie con la natura, sufficienza nello stile di vita, decarbonizzazione dell’economia, sopravvivenza degli abitanti della biosfera. Si tratta di un approccio rimosso dall’ondata involutiva in corso, eppure indispensabile. Di seguito, pur in un caso che si vorrebbe chiuso come quello della Tap, motivo la necessità di ribaltare la sfrontatezza del terzetto di governo Salvini-Di Maio-Conte, che, in virtù di un imprudente negazionismo climatico, ha destinato al gas fossile il ruolo di «dominus» della transizione energetica.

IL GAS, FONTE PRIVILEGIATA? Il compito di bloccare la Tap non va lasciato ai soli pugliesi e al movimento a Mendugno, come se si trattasse di una questione locale. Come ai tempi della Guerra Fredda, anche il conflitto in corso sull’approvvigionamento del gas ad uso energetico si inquadra nello svolgimento di una rinnovata partita a scacchi tra i due più noti giocatori: Russia e Stati Uniti, convergenti nel condizionare un ruolo autonomo dell’Europa. Nell’arena europea il problema più acuto rimane il passaggio o meno delle condotte di gas russo dall’Ucraina. Problema in via di attenuazione per il prevedibile approdo ai porti atlantici del gas naturale liquido (Gnl) dall’America del Nord e per l’apertura, anch’essa prevista, di un settimo (!) gasdotto verso l’Italia (la Tap).

IN QUESTO SCENARIO geopolitico di enorme portata economico-finanziaria, si sono esercitati a fine carriera attori internazionali di grande fama, Brezinsky e Kissinger per l’Azerbajan, Shröder per il gasdotto del Baltico, Sevocic per aprire alle navi «gasiere» Usa i porti portoghesi e baltici, Blair per la Tap. Proprio quest’ultimo, in qualità di lobbista appositamente ingaggiato, ha incontrato Salvini il 4 Settembre a Roma, considerandolo l’interlocutore più forte, che sul terminale pugliese avrebbe fatto capitolare Di Maio, come avvenuto. Sui mercati mondiali c’è un eccesso di offerta di gas, causato in larga misura dalla «rivoluzione shale» – gas da scisto – degli Stati uniti.

LA GUERRA DEI PREZZI – che guarda al passato senza tener conto della raggiunta convenienza del Kwh da rinnovabili – è scoppiata coinvolgendo diversi Paesi esportatori, che sono costretti a ricorrere a tecnologie di fornitura differenti verso l’Europa, con costi molto esposti alla concorrenza: la Russia si serve di gasdotti, i Paesi arabi del trasporto associato al loro collaudato sistema petrolifero, gli Usa di navi che traslocano via oceano Gnl liquido. Il governo americano, che vuole esportare Gnl in porti europei attrezzati per l’attracco e la rigassificazione, deve contrastare l’abbondante offerta russa con l’attivazione di nuovi gasdotti «protetti», diretti verso le coste meridionali del Mediterraneo. E qui entra in gioco la Tap.
L’arrivo diretto degli Stati uniti sul mercato europeo va considerato come parte di un più ampio sforzo geopolitico per sfidare il dominio russo delle forniture energetiche. Eppure, i maggiori esperti ritengono che dopo il 2019 la pipeline dei progetti di liquefazione si esaurirà e che il clima richiede già ora urgenti restrizioni nelle estrazioni convenzionali. Siamo, quindi, nel pieno del grande business ad alto rischio finanziario ed elevato impatto ambientale.

Transizione e clima. Mentre i capitani delle industrie dei combustibili fossili e i loro lobbisti hanno preso in consegna la Casa Bianca, in tutto il pianeta si affrontano le prove per una transizione energetica in rapido movimento, che limiterà certamente i combustibili fossili e il loro ruolo nella mappa del potere. Non è un caso se Trump negli States e Putin in Russia, ma anche Bolsonaro in Brasile, Erdogan in Turchia, al-Sisi in Egitto – con il conquistato salvagente di Salvini-Conte-Di Maio in Europa – tentano, con l’offerta di gas a prezzo contenuto, di spacciare per insuperabile il vecchio sistema centralizzato di approvvigionamento e produzione di energia.

Eppure, l’Accordo concordato a Parigi nel 2015 da oltre 200 nazioni indipendenti sul pianeta è di mantenere il riscaldamento globale sotto i 2°C. La transizione energetica richiede profondi tagli delle emissioni di CO2 (dall’80- al 95% entro il 2050) in presenza di un marcato sviluppo delle rinnovabili, chiare vincitrici per la battaglia del costo del Kwora. Perché allora non far nostra la battaglia perché la maggior parte delle riserve di combustibili fossili rimanga sottoterra, incombuste?

ANCHE LE AZIENDE dovrebbero allineare i modelli di business ad un futuro al di sotto di 2 °C e, per evitare quella che si chiama una «bolla di carbonio», bisogna non investire più in progetti di combustibili fossili inutili. E’ fuor di dubbio che la realizzazione della TAP, in una fase in cui la questione climatica assume una valenza discriminante, assumerebbe davvero tutto l’effetto simbolico di una sottomissione a «quell’Ancien Regime» che è esecrato dal governo. Anche per l’esperienza della natura che la popolazione si sta facendo in queste stagioni, è nata una comprensione esauriente delle sfide da vincere. Ma non si può farlo importando gas dal 2020 dall’Arzebajan al ritmo di 10 miliardi di metri cubi all’anno, per poi passare a 20, sapendo che quei giacimenti nel 2023 saranno in declino.