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L'anniversario 1976-2016. Dal disastro in Brianza alla costruzione di un’epidemiologia partecipata. Il 10 luglio 1976, alle 12.37, nello stabilimento Icmesa di Meda (Mb) esplose un reattore chimico utilizzato nella produzione di diserbanti. Una nube tossica con almeno 14 chili di diossina invase i cieli lombardi. Oggi sull’area contaminata sorge un bosco di querce. Tre direttive comunitarie dopo, la gestione dell’incidente chimico è ancora un’impresa.

«Voglio portare la testimonianza di una città che ha reagito e guarda al futuro in modo positivo e che sulla base della memoria di quell’evento porti a un riscatto, progettando azioni concrete che facciano di Seveso una città di riferimento nel campo ambientale». Queste le parole del sindaco di Seveso Paolo Butti al convegno nazionale «A 40 anni dall’incidente dell’Icmesa di Seveso: dal disastro alla sicurezza», organizzato dall’associazione Ambiente e Lavoro il 6 maggio scorso alla Camera del Lavoro di Milano.

Quattro decenni sono un tempo sufficiente per un bilancio degli errori compiuti allora e delle loro conseguenze. Il gruppo di ricerca diretto da Pier Alberto Bertazzi e Angela Pesatori dell’Università di Milano ha condotto in questi quarant’anni diversi studi epidemiologici sulle ricadute sanitarie del disastro di Seveso, nonché sull’espressione genica nelle cellule del sangue su soggetti umani esposti alla diossina in collaborazione con il National Cancer Institute statunitense. Al convegno, Bertazzi ha presentato alcune conclusioni di questi lavori che sottolineano l’importanza della capacità di gestire – e la responsabilità di prevenire – il rischio in situazioni di emergenza.

Dal 1976 al 2013, nelle zone limitrofe all’incidente non si è riscontrato un aumento della mortalità generale o dell’incidenza di tumori maligni. Eppure, nei primi anni si erano osservati aumenti di decessi dovuti a patologie cardiovascolari e respiratorie che possono essere interpretati non soltanto come effetto della diossina, ma anche dell’estremo disagio cui la popolazione è stata costretta a vivere dopo l’accaduto.

I venti casi in più di neoplasie ematologiche rispetto alle attese, e alcuni casi di tumore alla mammella e al colon retto e di diabete, inoltre, confermano quanto già si sapeva sulla tossicità della diossina: si tratta di aumenti indicativi che, in assenza di indagini adeguate, probabilmente sarebbero passati inosservati.

Come dimostrano anche le parole di Butti, a quarant’anni dallo scoppio di un reattore della fabbrica dell’Icmesa che il 10 luglio del ’76 riversò una nube tossica contenente fino a 14 kg (a oggi non si conosce il dato esatto) di tetracloro-dibenzo-diossina (TCDD) nell’atmosfera, pochi intendono citare Seveso per stigmatizzare l’Italia – ma non solo l’Italia – arretrata e incapace di affrontare le sfide del capitalismo industriale dopo il boom economico. O per sottolineare le promesse mai davvero realizzate in campo ambientale, visto che di passi da fare ce ne sono molti.

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Eppure, rileggendo oggi quelle vicende, ne cogliamo la frattura culturale. Nacquero allora temi come l’attenzione alla trasparenza, il rifiuto della monetarizzazione della salute, il coinvolgimento di operai, sindacati, medici, scienziati (con le donne spesso in prima fila) e una concezione nuova dell’ambiente che non separasse l’interno e l’esterno della fabbrica.

I diversi soggetti sperimentarono in quegli anni un’«azione-ricerca» che ha richiesto tempo anche solo per imparare a capirsi nei rispettivi linguaggi: per tradurre bisogni, sintomi e attese degli operai e dei cittadini in un linguaggio tecnico adatto a descrivere le loro esigenze reali. Come osservava Ivar Oddone, partigiano e pioniere della medicina del lavoro italiana, assunse una rilevanza decisiva la «non delega», già emersa nelle lotte operaie di Mirafiori nel 1969.

Eppure, da questa distanza, come ignorare lo stato di salute precario del nostro paese che condiziona ed è al contempo strettamente connesso con lo stato di salute globale? Nel parlare di un prima e un dopo Seveso nell’opinione pubblica, a livello politico e sul piano della ricerca va evidenziato che mai come allora si compresero il ritardo strutturale nell’applicare norme riguardo agli effetti nocivi di sostanze tossiche già ampiamente noti e la ricaduta degli incidenti industriali su ampia scala, i cui effetti si trasmettono di generazione in generazione se non sono osservati, misurati e controllati in modo strutturalmente efficace.

Se non partecipate in maniera informata con tutta la popolazione, decisioni delicate e complesse in campo ambientale possono produrre persino un effetto contrario alle previsioni. Quindi viene spontaneo chiedersi che fine abbiano fatto quelle importanti premesse e anche le buone pratiche.

L’epidemiologia italiana attuale ha recepito e rilancia questo messaggio. Lo dimostra, ad esempio, il progetto di epidemiologia partecipata fatto a Manfredonia dove, due mesi dopo Seveso, una nube di arsenico sprigionata da uno stabilimento dell’Enichem provocò un disastro analogo.

L’epidemiologia partecipata richiede collaborazione interdisciplinare nella ricerca per offrire uno sguardo coerente, che sappia cogliere fenomeni complessi sul piano scientifico e sociale. Costa tempo, fatica e risorse.

Ma non ci sono scorciatoie, come insegna un sapere che paga lo scotto di muoversi ex-post, ma invita al contempo a far crescere consapevolezza e comportamenti preventivi ex-ante.

Oggi, anche grazie alle direttive comunitarie per la prevenzione degli incidenti industriali rilevanti, «Seveso I» (recepita in Italia con il DPR 175/88) e «Seveso II» (D. Lgs. 334/99) vi sono presupposti oggettivi per la prevenzione e il controllo sanciti dalla legge, come trasparenza e criterio di proporzionalità del rischio.

D’altro canto, fa riflettere la diversità nell’applicazione delle norme a livello regionale e nazionale.

La direttiva comunitaria «Seveso III» (D. Lgsl.105/2015) istituisce un nuovo regime di controlli sul piano regionale e nazionale. Ma non è chiaro come potranno essere garantiti in mancanza di investimenti specifici. Inoltre non si può trascurare il rispetto della simmetria tra esigenze del lavoro e della salute nell’applicazione di controlli efficaci di fronte alla tendenza a delocalizzare le industrie.

Gli studi neuroscientifici evidenziano le configurazioni neurali che si formano con l’apprendimento, per poi insediarsi e funzionare secondo logiche funzionali economiche (pensiero veloce), ma non solo (pensiero lento).

La discussione pubblica sull’ambiente deve tenerne conto: in un’epoca in cui si ritorna a parlare dei valori della democrazia, di giustizia globale e di scienza partecipata, sono temi su cui discutere con modalità e tempi adeguati. Favorire il dialogo fra scienza e società riguardo al rispetto e alla salvaguardia dell’ambiente e della salute sarebbe un gesto di maturità istituzionale.

* L’autrice fa parte dell’Unità di Storia della Medicina, Dipartimento di Filosofia Sapienza Università di Roma

Il caso, maxi risarcimento e due lievi condanne

Il 10 luglio del 1976, alle 12.37, nello stabilimento Icmesa di Meda, un reattore chimico utilizzato nella produzione di diserbanti andò in avaria ed esplose. Una nube tossica contenente un alto tasso di diossina fuoriuscì dal reattore e fu spinta dal vento verso sud-est.

Diverse cittadine della Brianza ne furono investite, ma il comune più colpito fu quello di Seveso, confinante con Meda. La stampa diede notizia dell’incidente solo una settimana dopo.

Quasi 700 persone residenti nell’area più contaminata furono sfollate e poterono tornare nelle proprie case solo a distanza di oltre un anno. Una quarantina di famiglie, invece, persero le loro case, che furono distrutte e ricostruite negli anni successivi.

L’area più vicina all’incidente fu dichiarata inaccessibile e bonificata interamente. Oggi è coperta da un bosco di querce.

La Givaudan che controllava l’Icmesa indennizzò cittadini e istituzioni per un totale di circa 300 miliardi di lire. Dei 5 dirigenti inizialmente denunciati, nel 1986 solo Jorg Sambeth e Herwig von Zwehl furono condannati rispettivamente a un anno e mezzo e due anni di reclusione.

Sulla vicenda, Sambeth ha scritto il romanzo-confessione «Zwischenfall in Seveso» (2004, ed. Unionsverlag), mai tradotto in Italia.

PRESENTAZIONE

QUINTO RAPPORTO ANNUALE SULL’EFFICIENZA ENERGETICA

23 giugno 2016

 

Sala degli Arazzi - Ministero dello Sviluppo Economico

Roma, Via Vittorio Veneto n. 33

 

ENEA presenta il 5° Rapporto Annuale sull’Efficienza Energetica, con i dati aggiornati sulla bolletta energetica nazionale e nuovi trend dell’efficienza nei diversi settori, dai trasporti al residenziale, dall’industria al terziario.

La giornata sarà inoltre l’occasione per focalizzare l’attenzione delle istituzioni e delle imprese sullo stato attuale del parco immobiliare nazionale e le opportunità economico-ambientali derivanti da strategie di riqualificazione energetica degli edifici capillari e condivise.

 

La partecipazione è libera e gratuita, previa registrazione on line

 

 

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E' online il programma della Terza Conferenza Nazionale Forum Rifiuti.  

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Il WWF e la Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontari (FOCSIV), promuovono un Simposio Internazionale su

“Una Transizione Giusta per la nostra Casa Comune: Energia, Lavoro e Sradicamento della Povertà".

Affrontare il cambiamento climatico è un elemento costitutivo dello sviluppo sostenibile e per questo  richiede una visione ampia e un approccio partecipativo ed equo: deve essere un’occasione per correggere gli elementi di iniquità, le vecchie e nuove povertà, non per crearne di ulteriori.
Occorre fare in modo che si garantisca una vera riconversione che tenga conto non solo delle infrastrutture produttive e delle tecnologie, ma anche delle persone in carne e ossa. È necessario che istituzioni, attori sociali ed economici, centri di fermento culturale mettano in comunicazione competenze e sensibilità per assicurare che si vada nel senso giusto e per trovare anche strumenti e idee innovative. Per questo è necessario alimentare un dialogo condiviso, come ci invita a fare anche Papa Francesco nella Encliclica Laudato Sì’.

Il Simposio “Una Transizione Giusta” vuole essere un’occasione di incontro tra persone ed esperienze coinvolte in rappresentanze sindacali, organizzazioni non governative, finanza, università, comunità religiose e istituzioni, per discutere e costruire relazioni che apriranno la strada ad una maggiore comprensione e collaborazione per accelerare una giusta transizione energetica verso società resilienti a basse emissioni di carbonio, salvaguardando il lavoro di tutti.

L’incontro si terrà il 23 Giugno 2016 dalle 9 alle 17 a Roma presso la Sala del Parlamentino del CNEL (Viale David Lubin, 2).

Vi aspettiamo!

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L'allarme lanciato dalla Cgil. Il decreto Madia, se il testo sarà confermato, smantellerà di fatto l'esito della consultazione popolare del 2011. Se ne parlerà giovedì 9 giugno in un dibattito promosso dalla confederazione presso la sede di corso d'Italia

“Il decreto Madia è stato costruito come se il referendum sull'acqua non ci fosse mai stato. Non bastasse questo, contravviene anche al principio scritto nella legge delega da cui è scaturito. Quel testo non va bene, contiene diversi profili di incostituzionalità”. A lanciare l'allarme sul destino dell'acqua pubblica – messo a repentaglio dal decreto delegato sui servizi pubblici locali – è il responsabile dei settori pubblici per la Cgil Michele Gentile. Il provvedimento è ancora in itinere, per ora siamo alla prima stesura del testo. Ma ha già ricevuto due parziali bocciature: la prima dalla Conferenza unificata Stato-Regioni-Comuni; la seconda dal Consiglio di Stato, secondo cui il governo deve valutare la coerenza con gli esiti referendari. Che nel linguaggio paludato della corte significa “pensateci bene”.

Se ne parlerà giovedì prossimo, 9 giugno, in un dibattito promosso dalla Cgil a partire dalle 15.30 presso la sede nazionale di Corso d’Italia a Roma. Dopo l'introduzione del segretario confederale Fabrizio Solari ne discuteranno Aldo Reschigna, coordinatore vicario della commissione Affari istituzionali nella Conferenza delle Regioni; Maurizio Montalto, presidente dell'azienda Acqua Bene Comune – Abc Napoli; Paolo Carsetti del Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica; il coordinatore dell'area politiche economiche e sviluppo della Cgil Riccardo Sanna. Concluderà i lavori il segretario generale della Cgil Susanna Camusso.

Un'iniziativa pensata per ricordare la battaglia referendaria del 2011condivisa dalla Cgil secondo cui per l'acqua va fatto un discorso a parte. E che fa venire in mente un parallelismo con i quesiti a sostegno della Carta dei diritti: come allora si fece ricorso alla volontà popolare per contrastare il decreto Ronchi e la sua linea liberista, così oggi, in tema di lavoro, il sindacato guidato da Susanna Camusso vuole riaccreditare lo strumento del referendum per arginare una politica che ritiene sbagliata nella stagione in cui si assiste al ritorno del liberismo e dell'idea di privatizzazione dei beni e servizi pubblici.

Secondo la legge delega – precisa Gentile – per quanto riguarda l'acqua bisogna trovare una norma coerente con la disciplina europea che abbia come riferimento l'esito del referendum del 2011, eppure il decreto delegato non ne parla. Non solo non si tiene conto della consultazione popolare che vieta l'obbligo di privatizzare i servizi idrici, ma per quanto riguarda una delle tre forme previste dalla disciplina europea, quella in house, pone così tanti vincoli da renderla del tutto svantaggiosa rispetto alla privatizzazione. Esclude poi la possibilità che ci possano essere aziende speciali nei servizi a rete e privilegia dal punto di vista dei finanziamenti chi privatizza”. Ma soprattutto il testo non è chiaro sul divieto di remunerare il capitale investito.

Si attende a questo punto il parere del Parlamento. Ma in ogni caso – come per il Jobs Act – non sarà vincolante, essendo questo un decreto delegato. Alla fine tornerà tutto nelle mani del Consiglio dei ministri per il via libera finale: la delega scadrà ad agosto e realisticamente entro fine luglio potrebbe arrivare la stesura definitiva. “Se fosse quella attuale – conclude Gentile – è evidente che conterrebbe qualche profilo di incostituzionalità, oltre a non rispettare la sentenza della Consulta in cui è dichiarata incostituzionale la norma che obbliga le privatizzazioni. Un fatto abbastanza paradossale, visto che parliamo di una legge delega scritta proprio dall'esecutivo”.

- ASCOLTA: Tutto lavoro: Verde è il futuro del lavoro. La Cgil per lo sviluppo sostenibile su RadioArticolo1 - tutti gli interventi
- LEGGI: Serve una grande spinta per l’occupazione verde su Rassegna.it

La crisi ambientale e occupazionale degli ultimi anni sta mettendo seriamente a rischio la tenuta del nostro pianeta, una soluzione non è più rinviabile: bisogna accelerare la transizione verso modelli di sviluppo sostenibile, a partire dal lavoro. Questo il quadro emerso dall’iniziativa di ieri (31 maggio) promossa dalla Cgil nazionaleVerde è il futuro del lavoro. Piano del lavoro e sviluppo sostenibile nell’ambito della settimana europea per lo sviluppo sostenibile ‘European Sustainable Development Week’ (30 maggio – 5 giugno 2016). Un’occasione per ribadire l’impegno del sindacato nel governare il processo di ‘giusta transizione’ dei lavoratori verso i settori green, così come espresso già tre anni fa nel Piano del Lavoro.

“Creare nuova occupazione nei settori verdi, anche alla luce dei cambiamenti climatici, è l’unico modo per rilanciare l’economia del Paese” ha dettoSimona Fabiani del dipartimento ambiente e territorio della Cgil aprendo i lavori. “La ripresa dell’economia – ha proseguito – può passare solo attraverso il lavoro. Noi crediamo fermamente che il futuro sia nelle mani delle energie rinnovabili, della conoscenza, della ricerca e dei servizi alla persona. Questi settori occupazionali possono avere sviluppi immensi”.

Per Gianni Di Cesare, dipartimento ambiente e territorio della Cgil, il Piano del Lavoro della Confederazione “è lo strumento giusto” per affrontare l’emergenza climatica e quindi la transizione verso nuovi modelli di sviluppo sostenibile. Purtroppo però, spiega Di Cesare “questo strumento non è stato compreso dal Governo italiano che ha continuato ad affrontare i problemi attraverso politiche liberiste il cui fallimento è dimostrato non solo dall’aumento della disoccupazione e delle disuguaglianze, ma anche delle emissioni di gas serra e CO2, aumentate di 1/3 negli ultimi quindici anni”. Per questo la Cgil ribadisce l’esigenza di uno “straordinario Piano del Lavoro per l’occupazione dei giovani, delle donne e del mezzogiorno nei beni comuni, sociali, culturali e ambientali e un massiccio intervento pubblico che metta insieme le esigenze ambientali e occupazionali”.

A portare il proprio contributo alla discussione anche autorevoli esperti e studiosi che hanno illustrato quali sono le opportunità di lavoro green offerte in diversi settori. Alex Sorokin, presidente di InterEnergy nella sua relazione ‘Politica industriale e nuove opportunità nell’economia verde’ ha affermato: “abbiamo i mezzi e le tecnologie per affrontare le sfide mondiali, ma non li usiamo in misura adeguata”. Sorokin ha poi spiegato: “In Italia abbiamo 1500 chilometri quadrati di superficie di tetti, se applicassimo il fotovoltaico al solo 10% potremmo produrre energia per coprire il 7% dei consumi energetici del Paese. Nel 2012 l’Italia è stata prima al mondo per copertura del fabbisogno elettrico nazionale con fonte solare fotovoltaica con 190mila posti di lavoro impiegati nelle rinnovabili, purtroppo da allora la tendenza si è arrestata. Una vera rivoluzione industriale è tale se punta sul lavoro verde”.
Lorenzo Ciccarese tecnologo dell’Ispra ha parlato di ‘Messa in sicurezza e manutenzione del territorio’, sostenendo come “le attività legate alla protezione ambientale e quelle legate all’agricoltura bio possono creare nuovi posti di lavoro di qualità ed essere stimolo per le economie dei Paesi”. “Bisogna mantenere alto il benessere delle comunità – ha aggiunto – proteggendo la natura e favorendo la resilienza”.
Il professore Alberto Bellini dell’Università di Bologna ha invece affrontato il tema ‘Energie rinnovabili, efficienza energetica’: “l’energia oggi è la moneta di scambio più importante per i Paesi. I ¾ delle emissioni climalteranti – ha ricordato – sono dovuti all’energia”, per far fronte a questo problema “è necessario arrivare al 2050 con uno scenario del 100% di energie rinnovabili. Ciò comporterebbe un incremento di 50 milioni di posti di lavoro, ma se ne perderebbero 28,5 milioni”. “La piena occupazione – avverte Bellini – deve essere l’obiettivo principale, quindi bisogna capire come effettuare la transizione economica, sociale e occupazionale, altrimenti i lavoratori rischiano di essere i primi a subirne le conseguenze”.
Angelo Viola del Cnr ha parlato di ‘Ricerca e innovazione per un nuovo modello di sviluppo’: “se la ricerca e lo sviluppo tecnologico sono scollegati tra loro si crea un buco occupazionale. Per questo va creata occupazione nel mondo della ricerca che studia i processi e nella tecnologia che applica l’insieme delle idee per produrre i beni” in questo scenario è la politica a dover intervenire”.
Infine, per Enrico Giovannini ex ministro del lavoro e portavoce dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile, di cui fa parte anche la Cgil, il paradigma di sviluppo degli ultimi cinquant’anni “è inadeguato”. “E’ un sistema – ha spiegato – studiato esclusivamente per accrescere il Pil, pensando però che questo soddisfi anche i bisogni umani. Invece bisogna andare oltre il Pil. Occorre considerare l’indicatore della felicità e del benessere delle persone, investire nella riduzione della vulnerabilità e nella resilienza (economica e ambientale), riattivando il capitale umano, ciò permetterebbe alle persone di proteggersi dagli shock”.

Nella seconda parte della giornata il dibattito ha visto protagoniste le strutture della Cgil (territori e categorie) e le associazioni. Nei numerosi interventi è emersa l’esigenza da parte dei diversi soggetti sociali di accelerare e governare i processi di transizione verso un nuovo modello di sviluppo sostenibile. Sono intervenuti: Dovie Aloumon (Fillea Cgil), Sandro Notargiovanni (Fdv), Elio Ciaccia (Formu Mybess), Alfio La Rosa (Cgil Sicilia), Maurizio Marcelli (Fiom Cgil), Maria Grazia Midulla (Wwf) Luigi Giove (Cgil Emilia Romagna), Sergio Perino (Spi Cgil), Maria Maranò (Legambiente), Giovanna Martini (Consulta FP CGIL della Protezione Civile), Vittorio Bardi (associazione ‘SI alle energie rinnovabili NO al nucleare’), Paolo Terranova (AgenQuadri), Salvatore Casabona (Responsabile previdenza complementare Cgil) e Claudio Iannilli (Responsabile Piano Amianto Cgil).

Per il segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi che ha tirato le conclusioni della giornata di lavori: “l’attuale crisi del modello di sviluppo è aggravata dall’emergenza climatica che sta producendo effetti irreversibili sull’intero sistema planetario”. Per far fronte a questa grave situazione, ha spiegato Barbi “occorre un chiaro progetto politico che abbia il controllo sociale della trasformazione ambientale ed energetica che non deve autogovernarsi nè essere governata dal mercato”.
I rischi irreversibili che corre il nostro Pianeta spingono il sindacato a ricollocarsi definitivamente a favore delle energie rinnovabili: “sono il futuro – ha spiegato – diminuiscono i costi fissi, non concentrano capitale e distribuiscono lavoro”.
Volgendo lo sguardo all’Europa, Barbi ha affermato “la politica europea è bizzarra in quanto disegna progetti sensati di accelerazione della transizione, senza però prevedere risorse e investimenti aggiuntivi”. Barbi ha infine ricordato come la Cgil, sia nell’ultimo congresso, che nel Piano del Lavoro, si sia impegnata a favorire l’accelerazione di una giusta transizione verso le energie rinnovabili, sottolineando, infine, le potenzialità dell’Italia nel poter diventare campione di rinnovabili e green economy. “Il nostro Paese – ha concluso – ha le carte in regola per farlo, ma interessi e potere rendono difficile tale transizione”.

Materiali:

Rischio idrogeologico: accordo ANCI-OGER, un esempio di buona gestione

21° Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite – Parigi 2015

Prevenzione rischio sismico, riparto 2014

Dal 2 febbraio 2016 in vigore le nuove eco-regole (Legge 221/2015)

Consumo del suolo: Cgil, Fillea e Flai, proposte di modifica e considerazioni sul ddl

Def: nota su politiche climatiche e ambientali

Protezione civile: audizione alla VIII^ Commissione (Ambiente, territorio e lavori pubblici) della Camera dei Deputati


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ecomafia

30 ANNI PER GIULIO FACCHI. E’ LA RICHIESTA DEL PM MILITA NEL PROCESSO SULL’ ECOMAFIA IN CAMPANIA

MAG 14 • CRONACA, HOME, POLITICA E AMMINISTRATIVANESSUN COMMENTO

Disastro ambientale, traffico illecito di rifiuti e collusione con la criminalità organizzata, nello specifico, rapporti stretti con il clan camorrista dei Casalesi. Sono questi i capi d’accusa per i quali il PM dell’ antimafia di Napoli Alessandro Milita, ha chiesto pene per un totale di 280 anni ai principali imputati del più grande processo sull’ ecomafia in Campania. Tra di loro, oltre al potente broker Cipriano Chianese, e all’imprenditore Gaetano Cerci riconducibile alla loggia massonica P2, anche il colognese Giulio Facchi (30 anni chiesti per lui), nominato nel 1999 dall’allora presidente della Regione Campania, Andrea Losco, in accordo con l’ex Ministro all’ Ambiente Edo Ronchi, sub commissario all’emergenza rifiuti in Campania, a seguito di una virtuosa esperienza come assessore all’Ambiente (nei Verdi) alla Provincia di Milano.... (dal sito Fuoridalcomune.it)

Lettera per Giulio Facchi

di: Luigi Manconi, già portavoce nazionale del Verdi, Gianni Francesco Mattioli, già Ministro delle Politiche Comunitarie, Edo Ronchi, già Ministro dell’Ambiente, Massimo Scalia, già Presidente dell Commissione bicamerale d’Inchiesta su ciclo dei rifiuti

Siamo rimasti sbalorditi, e tuttora increduli, per le richieste di pena della pubblica accusa nei confronti di Giulio Facchi nel processo che si sta celebrando a Napoli per smaltimento illecito dei rifiuti e conseguenti danni ambientali e sanitari. Non solo per l’incredibile entità della pena richiesta dalla Procura – 30 anni – ma per il personaggio che deriverebbe dal quadro accusatorio, per poter giustificare una simile richiesta: un personaggio che avrebbe concorso a operare, consapevolmente, una devastazione ambientale, gravida di danni sanitari, a vantaggio della camorra, senza peraltro ricavarne alcun beneficio personale come ammette la stessa requisitoria dell’accusa.

Conosciamo Giulio Facchi da molti anni e siamo francamente sbalorditi: quel personaggio camorrista e devastatore non è lui, non può essere lui. Lo avevamo apprezzato come alacre e competente assessore all’ambiente della provincia di Milano, e proprio in virtù dell’ottima valutazione del suo operato ci apparve una scelta felice quella della sua nomina a subcommissario per l’emergenza rifiuti a partire dal 1999, nel commissariato presieduto dall’allora presidente della giunta regionale campana, Andrea Losco.
Eravamo infatti all’epoca del Commissariamento della gestione dei rifiuti in Campania particolarmente impegnati, per le responsabilità inerenti ai nostri diversi ruoli istituzionali, nelle azioni di contrasto contro la camorra così fortemente presente in quella Regione. Nei rispettivi ruoli non abbiamo mai avuto notizie, né segnalazioni, né voci relative a rapporti intrattenuti dal subcommissario ai rifiuti Giulio Facchi con la camorra: se vi fossero stati tali rapporti almeno qualche sospetto lo avrebbero suscitato. Non stiamo sostenendo che non vi potesse essere qualche ditta che si occupava dell’emergenza rifiuti in Campania che potesse essere infiltrata o collusa con la camorra: purtroppo, in quel contesto, nonostante i controlli che vari organi dello Stato avevano in corso, non potevamo escludere tali infiltrazioni. Quello di cui siamo convinti è che Giulio Facchi per storia personale, ambiente di provenienza, caratteristiche culturali e morali e per tutto ciò che sapevamo di lui, non era certo né un camorrista, né una persona che potesse cercare o intrattenere - non casualmente o non ignorando chi fosse realmente l’interlocutore, ma conoscendone le caratteristiche criminali ed essendo informato di suoi legami con la camorra - rapporti con camorristi.
Abbiamo anche potuto verificare le enormi difficoltà e le incompetenze che rendevano tanto difficile - sembravano rendere impossibile - l’uscita dall’emergenza dei rifiuti urbani in quel territorio. Solo dopo anni di commissariamenti con limitati risultati, proprio il Parlamento trasse un bilancio critico di quella lunga fase di gestione di emergenza. Ma allora, soprattutto durante i primi anni, era opinione diffusa, e continuò a esserlo nel Governo e nella Regione, che non si potesse fare altro che procedere ad un Commissariamento e a procedure straordinarie per cercare di togliere i rifiuti dalle strade. E’ giusto fare una riflessione critica sugli anni di Commissariamento, ma non ci pare giusto che sia indicato Giulio Facchi quale responsabile di una gestione emergenziale risultata inadeguata e inefficace: se le raccolte differenziate dei rifiuti restavano a livelli bassi, se i siti individuati, anche con legge, per nuove discariche risultavano bloccati e inagibili, se il nuovo inceneritore non partiva, non si poteva certo dare la colpa al subcommissario che doveva impedire che si formassero mucchi di rifiuti per le strade.
In quel primo periodo del Commissariamento, periodo dell’emergenza più acuta che fu definita allora “un’emergenza nell’emergenza”, su Giulio Facchi, subcommissario deputato alla raccolta, fu caricato e scaricato il problema dello smaltimento delle centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti abbandonati per le strade di Napoli e di altri comuni della Provincia. Ricordiamo come fosse angoscioso il problema di trovare siti idonei per liberare quelle strade, per ridare dignità e salute al contesto urbano. Una via d’uscita, parziale, fu allora attivare il trasporto per treno raccomandato dal Parlamento, e centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti partirono per la Germania. Il grosso rimase però da smaltire in Campania.
Se errori ci sono stati da parte di Giulio Facchi, essi vanno collocati in quel contesto di eccezionali difficoltà, hanno le dimensioni ricordate nel dibattimento processuale – 40mila tonnellate sue due milioni – e pare veramente difficile pensare che possano essere stati compiuti con dolo, e, ancor di più, tanto meno nell’interesse della camorra.


Luigi Manconi, già Portavoce nazionale dei Verdi
Gianni Francesco Mattioli, già Ministro delle Politiche Comunitarie
Edo Ronchi, già Ministro dell’Ambiente
Massimo Scalia, già Presidente dell Commissione bicamerale d’Inchiesta su ciclo dei rifiuti

Trivelle. Dai risultati del referendum, una radiografia tra due opposti modelli di economia. La schizofrenia di Pd e Cgil: in una città hanno fatto campagna astensionista, nell’altra, invece, hanno spinto i cittadini al voto.

La stampa siciliana, all’indomani dei risultati del referendum sulle trivelle, ha messo, giustamente, l’accento sull’Alfa e l’Omega dei controversi risultati della consultazione nell’isola: Gela con il record negativo dei votanti (15%) e Sciacca, scopertasi capitale siciliana del fronte antitrivelle con quasi il 54% di partecipazione, ben al di sopra del quorum. Gli altri comuni hanno ottenuto risultati variabili con affermazioni molto vicine al quorum soprattutto nei comuni dove si è sviluppato nel 2011 il grande movimento del “Forum Siciliano per l’acqua pubblica e i beni comuni” che ha portato all’approvazione in Sicilia di una legge sull’acqua pubblica per gli usi civili osteggiata nella sua applicazione dal governo Renzi e dai suoi rappresentanti nell’isola.

Sciacca e Gela, a poche decine di chilometri l’una dall’altra sulla costa meridionale della Sicilia, a metà del secolo scorso hanno scelto due linee di sviluppo alternative. Sciacca, assieme a Ribera e Menfi, ha puntato sull’irrigazione delle dighe dell’Ese, sullo sviluppo della viticoltura e, quindi, sulle cantine sociali con migliaia di soci e su un’agricoltura avanzata analoga a quella che, all’altra estremità sud dell’isola, a Vittoria, si sviluppava attraverso l’irrigazione e le serre. Nel 1963, poi, ad iniziativa dell’amministrazione comunale socialcomunista, quello che era un modesto approdo, con poche decine di barche da pesca, fu trasformato in un moderno porto che oggi accoglie 150 grandi pescherecci e costituisce una quota importante dell’occupazione e del Pil, in collegamento anche con lo sviluppo del turismo, con colossi come la francese “Rocco Forte” e il gruppo inglese “Aeroviaggi”, ma soprattutto con una rete di 200 B&B e case vacanza. Delle tredici richieste di perforazione presentate nello specchio d’acqua antistante Sciacca, undici sono state già archiviate a furor di popolo e per le altre due (della francese Schlumberger e della inglese Northern Petroleum) è in corso una battaglia che dura ormai da parecchi anni anche perché c’è memoria di uno sversamento a mare di prodotti petroliferi. Questa situazione ha fatto in modo che tutte le forze politiche presenti a Sciacca, oltre i movimenti e le associazioni, da Forza Italia a Ncd, dall’attuale sindaco Di Paola (principale collaboratore di Alfano), al M5S, alla corrente renziana del Pd e naturalmente a Sel e a Rifondazione comunista, hanno determinato la straordinaria partecipazione al voto del referendum.

Il discorso è rovesciato a Gela dove uno sviluppo analogo a quello di Vittoria e di Sciacca, Menfi e Ribera è stato bloccato dall’iniziativa di Mattei. Nei primi anni ’50, infatti, l’Agip-Eni scelse Gela per costruire raffineria e impianti petrolchimici su circa tremila ettari di latifondo che era stato proprio assegnato, attraverso le lotte per la Riforma agraria, a circa 1.500 braccianti e contadini poveri.

Gli assegnatari, contro il parere della Cgil e della Confederterra, furono indotti da Mattei a cedere le loro quote in cambio di un milione di vecchie lire (una tantum) e soprattutto dell’impegno, realizzato, di occupare nella nuova industria almeno un componente della famiglia degli assegnatari. Lo sviluppo del petrolchimico condizionò inevitabilmente il modello di sviluppo di tutta la zona ed impedì, per circa 60 Km ad est e ovest di Gela, la crescita di un’economia analoga a quella di Vittoria e di Sciacca. Ora, dopo la privatizzazione e l’entrata in crisi del sistema petrolifero, con la caduta del prezzo di oltre il 50%, l’Eni ha deciso di chiudere l’ultimo residuo del vecchio petrolchimico ridotto ad una raffineria del micidiale residuo velenoso il pet coke della raffineria oggi “Lukeoil” di Priolo. Queste vicende spiegano che a poche decine di km di distanza gli stessi partiti politici e organizzazioni sindacali che a Sciacca si sono uniti, senza distinzioni di destra e sinistra, contro le trivellazioni si sono ritrovate, sotto la guida di Crocetta, ex funzionario dell’Eni, ad invitare all’astensionismo che ha portato Gela al clamoroso risultato negativo. Mentre a Sciacca, seguendo la linea promossa dalla Fiom di Landini, la CdL e tutti i sindacati si schieravano sul fronte anti trivelle, a Gela con l’ intervento, anche personale, di Emilio Miceli, segretario nazionale della Cgil chimici, il sindacato è stato il promotore principale dell’astensionismo. Da notare che le uniche formazioni politiche che hanno mantenuto lo stesso atteggiamento sia a Sciacca che Gela sono Sel e Rifondazione comunista, da un lato e M5S dall’altro che ha perfino espulso il sindaco di Gela, Domenico Messinese, eletto nel 2015 nella sua lista.

La manovra di Renzi, i tempi abbreviati per il referendum e il cedimento sulla parte essenziale delle proposte referendarie (che costituisce però, se confermato, un successo del movimento) hanno portato ai risultati contraddittori del 17 aprile.

Ma ora, in vista dei referendum costituzionali (senza quorum) e di quelli tematici (sulla scuola, contro il jobs act ed ora, ad iniziativa dei sindacati, sulle leggi che regolano il rapporto di lavoro) la Cgil della Camusso, dovrà trovare l’accordo tra Landini e i chimici di Miceli se vuole riuscire a raggiungere gli obiettivi che si è prefissa.
Ad urne chiuse il risultato del referendum apre alle forze di progresso e ambientaliste della Sicilia una nuova prospettiva sul futuro: sfruttare il sole del Mediterraneo, per fare diventare l’isola, con i poteri del suo Statuto autonomo, il centro propulsore dello sviluppo economico, democratico e pacifico dell’intera area mediterranea secondo l’ispirazione di papa Francesco ed ora dell’Onu che ha recepito integralmente i risultati della Conferenza sul clima, COP 21 di Parigi.

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