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L'Associazione Giga no Profit ed il Coordinamento nazionale FREE organizzano il giorno 18 gennaio 2018 a Roma il convegno "Le nuove frontiere della geotermia: dalla geotermia elettrica alla cogenerazione geotermica"

Lo sviluppo ecotecnologico consente alla cenerentola tra le energie rinnovabili di trasformarsi in assoluta protagonista del futuro senza fossili. Dalla geotermia di scambio per il condizionamento degli edifici alla microgeotermia cogenerativa dei bassobollenti e degli scambiatori in pozzo, passando attraverso i teleriscaldamenti geotermici per l'alternativa alla generazione di calore fossile, per giungere agli impianti da 5/10 MWe a ciclo binario e reiniezione totale.

L'evoluzione dalla geotermia alle geotermie comporta una enorme flessibilità di utilizzo di tale risorsa che gli consente di non sprecare più la parte termica oggi invece sciaguratamente sprecata. La geotermia oggi è l'unica fonte rinnovabile continua e capace di produrre appunto in continuità, sia energia elettrica che riscaldamento e raffrescamento.

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Coordina Sergio Ferraris (Direttore di Qualenergia)

Saluto di Sauro Valentini (Presidente Ass. Giga)

Introducono Giuliano Gabbani e Enrico Pandeli (UNIFI DST – Resp.Scientifici Ass. Giga) – Le potenzialità di sviluppo degli impianti a ciclo binario in Italia

Aurelio Cupelli (Direttore Rete Goetermica) – Presentazione delle nuove centrali a ciclo binario – resoconto della visita alla centrale di Sauerlach

Franco Donatini (UNIPI- Dip.Energetica) – Dall’uso combinato una geotermia efficiente e conveniente

Giuseppe De Natale INGV (INGV-Oss. Vesuviano) – Le potenzialità delle microutilizzazioni geotermiche nel territorio campano

Alessandro Visalli (Direttivo Coordinamento FREE e Assess. Comune di Arzano) -  Le potenzialità delle microutilizzazioni geotermiche nel territorio campano

Maurizio Marconcini (Zuccato Energia) – La nuova frontiera degli scambiatori in pozzo

Andrea Zaghi (Elettricità Futura) – La geotermia per la sfida del futuro tutto rinnovabile

Alessandro Murratzu (Idrogeo srl) – Lo sviluppo dei teleriscaldamenti geotermici

Andrea Parrini (Italia Solare) e Daniele D’Ottavio (Ord. geologi Lazio) – Il matrimonio perfetto: la geotermia e il fotovoltaico per la climatizzazione degli edifici

Christian Curlisi (Direttore CIB) e Fabio Roggiolani (V.Pres. Giga) - Geotermia e biogas: le rinnovabili continue per la stabilità delle reti

 

Le aziende presentano le nuove tecnologie

Joseph Bonafin (Turboden SpA)

Massimo Stolzuoli (Baker Hughes, a GE Company)

Alessandro Zuccato (Zuccato Energia SpA)

 

Tavola rotonda confronto politico

Fabio Roggiolani (Vice Presidente Ass. Giga)

Sen. Gianni Girotto (M5S)

On. Ermete Realacci (PD)

Silvia Velo (Sottosegretario Ministero Ambiente)

Edoardo Zanchini (Vice Presidente Legambiente)

Annalisa Corrado (Possibile – Liberi e Uguali)

On. Stefano Saglia

 

Conclusioni di Giovanni Battista Zorzoli  (Presidente Coordinamento FREE)

 

Alla conclusione dell’evento sarà offerto un piccolo buffet

L’evento è realizzato in collaborazione con Rete Geotermica

Per info e contatti: Sauro Secci (Ass. Giga no profit): Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – 328 4554695

 

Data dell'evento: 18 gennaio 2018 - 9:30 -14:00

Luogo dell'evento: Auditorium GSE - Viale Maresciallo Pilsudski, 92 Roma 

 

REGISTRATI ALL'EVENTO

Il 12 Gennaio in contemporanea due manifestazioni interessanti peril disarmo nucleare e la firma da parte del Governo Italiano del Trattato di Proibizione delle Armi nucleari.

Al Castello dei Missionari Comboniani (via delle Missioni, 12) a Venegono Superiore (VA) dalle ore 20:30 alle 23:00 parlano del tema Luigi Mosca (fisico nucleare, membro di «Abolition des Armes Nucléaires – Maison de Vigilance»,parte di ICAN -France); Lisa Clark(portavoce dei Beati i Costruttori di Pace e membro di RID, parte di ICAN -Italia); Mario Agostinelli (fisico, portavoce di Contratto mondiale per l’energia e il clima, presidente di Energia Felice e membro di Disarmisti Esigenti).  Organizza il Forum Contro la Guerra.

Firenze, ore 17,30 Spazio Incontri Inkiostro, via degli Alfani 49 (presso Rotonda Brunelleschi) ne parlano Giovanna Pagani, WILPF Italia; Simone Pieranni, giornalista de Il Manifesto; Angelo Baracca, professore di fisica. Organizza il Comitato Fiorentino Fermiamo la Guerra.

In  ambedue le circostanze si lancerà anche la mobilitazione per la manifestazione che si svolgerà il 20 gennaio vicino a Brescia presso la base militare di Ghedi, con gli stessi obiettivi e con la finalità di chiedere ai candidati alle prossime elezioni che posizione abbiano su questi temi.

 

È stato spento, dopo 34 anni di attività, il reattore B della centrale nucleare di Gundremmingen, nel sud della Germania, 120 chilometri a nord-ovest di Monaco di Baviera.

Dopo la chiusura dell’unità, resteranno funzionanti nel paese solo sette reattori, che saranno spenti progressivame nte entro il 2022, secondo il piano di riduzione dell’energia nucleare previsto dalla Germania dopo il disastro di Fukushima in Giappone del 2011.

Soddisfatti ma non del tutto i Verdi. Il deputato e portavoce del partito, Martin Stuempfig, ha manifestato soddisfazione per la chiusura del reattore, ma chiede che l’intera struttura venga disattivata nel più breve tempo possibile per via dei «numerosi difetti tecnici».

La chiusura dell’ultima unità della centrale di Gundremmingen è prevista per il 2021.Viceversa, il governo giapponese ha dato il via libera alla riaccensione di due reattori dopo il disastro di Fukushima.

 

 

COMUNICATO STAMPA. «CEMEX: la cementificazione dei rifiuti radioattivi dell’EUREX di Saluggia (Piemonte). Ma quale “Industria 4.0”, Ministro Calenda! Per chiudere questa vergognosa vicenda ventennale che minaccia la salute e la sicurezza dei cittadini ci vuole una ristrutturazione seria e completa della Sogin».

 

Nell’impianto EUREX di Saluggia per il ritrattamento del combustibile nucleare ci sono, da oltre 40 anni, dei serbatoi contenenti più di 200 litri di rifiuti radioattivi di alta attività sciolti in acido nitrico. Nel 2000 il dirigente del Dipartimento nucleare dell’ANPA, Roberto Mezzanotte, prematuramente scomparso poche settimane fa, impose di solidificare quei rifiuti entro il termine improrogabile del 31 dicembre 2005. Nel 2003 gli impianti passarono alla Sogin e il generale Jean, commissario pro tempore e noto per la felice incisività della sua gestione – basti pensare alla ribellione, civilissima e vincente, di tutta la Basilicata contro il decreto del Governo Berlusconi che voleva seppellire tutte le scorie radioattive a Scanzano Jonico – , decise di cambiare il progetto ENEA, basato sulla tecnologia della vetrificazione, a favore, invece, di una semplice cementazione dei liquidi in modo da accelerare i tempi: il progetto CEMEX.

La tecnologia della cementazione, pur relativamente semplice, è particolarmente delicata quando si tratta di realizzare un impianto robusto, affidabile e sicuro, ma la Sogin ci mette ben 10 anni per portare a gara il progetto, mentre tra i due gruppi pubblici interessati alla realizzazione – Ansaldo Nucleare (Finmeccanica) e SAIPEM (gruppo ENI) – si svolge uno scontro a colpi bassi. E quando la SAIPEM vince la gara, lo scontro si sposta al contenzioso continuo tra appaltatore e committente e all’interno della stessa Sogin fino alla paralisi dell’operatività. Il nuovo CdA, insediato l’anno scorso, giunge nel luglio di quest’anno alla rescissione unilaterale con la SAIPEM accusandola sostanzialmente d’incapacità. “Il bue che dice cornuto all’asino” commenta un po’ rudemente la saggezza popolare. E il reboante avvio di un contenzioso legale tra Sogin e SAIPEM, che non si sa se e quando si chiuderà, fa’ da sfondo a un’umiliante e grave realtà: di fatto siamo tornati indietro di 20 anni sulla gestione di quella che è la situazione più critica dei rifiuti radioattivi in Italia.

Ma quale “Industria 4.0”! E’ l’italietta delle faide tra corporazioni medievali, e se il Ministro Calenda, così impegnato sul futuro, si voltasse a dare un’occhiata a questo pregresso non farebbe un’oncia di danno.

Ci sono tante, troppe cose che non vanno. Si sono accavallate incapacità di programmazione e pessime gestioni, appetiti politici, interessi di lobby grandi, medie e minuscole, velleità varie sui finanziamenti per lo smantellamento degli impianti. Tra queste velleità va segnalata quella del mitico ritorno al nucleare che, incredibilmente, non si è mai spenta. Peggio dei militari giapponesi, che da una qualche isoletta del Pacifico si arrendevano ancora venticinque dopo la fine della guerra. Già, ma dal referendum del 1987 sono passati più di cinque lustri e c’è stato un altro referendum per chi non avesse capito. E arrendetevi, sù!

In questi giorni stanno girando insistenti rumors di commissariamento della Sogin. L’intervento su questa società è ormai ineludibile, ma deve essere una ristrutturazione completa e di alto livello. Chi pensasse che possa essere un mezzo per creare una poltroncina per qualche politico, trombato o “trombaturus”, sarebbe un irresponsabile. Un cretino irresponsabile.

Roma, 13 dicembre 2017

La Presidenza della Commissione scientifica sul Decommissioning

 

 

 

 

Riferimento: Massimo Scalia

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Mobile: 3356415237

 

 

 

 

 

Se si vuole rispettare l’accordo di Parigi, più di quattro quinti dei combustibili fossili non devono essere utilizzati: che senso ha allora estrarre petrolio nell’Artico, una delle zone più fragili del pianeta?

 

Nei giorni scorsi si è saputo che Donald Trump ha autorizzato nuove trivellazioni nell’Artico per la ricerca di nuovi pozzi petroliferi. La prima compagnia che è stata autorizzata è l’Italiana ENI (vedi qui, qui e qui).

L’Artico è una delle zone più delicate del pianeta, operazioni petrolifere in queste zone sono molto rischiose sia per i gravi danni che un incidente a un pozzo potrebbe causare in acque così fredde, sia perché le emissioni di sostanze inquinanti come il black carbon (emesso in rilevanti quantità dai motori diesel di navi e fiaccole) in quelle zone sono molto efficaci nel ridurre l’albedo del ghiaccio, già in drammatica riduzione.

Ma se si considera il contesto globale delle politiche sul clima, questa operazione ha poco senso anche da altri punti di vista.

 

***

Una delle novità del Quinto rapporto sul clima, pubblicato dall’IPCC nel 2013, era stata di aver mostrato in modo chiaro come sul lungo periodo il riscaldamento globale è legato al totale delle emissioni cumulate di CO2, ed è indipendente dallo scenario, ossia dal percorso con cui le emissioni aumentano. In altre parole, esiste una relazione lineare fra l’aumento delle temperature medie globali e le emissioni cumulate globali di CO2, relazione espressa dall’ultima figura inserita nel Sommario per i decisori politici del Primo Gruppo di Lavoro (qui a fianco). Di conseguenza, l’obiettivo delle politiche sul clima può essere espresso efficacemente in termini di “budget” di emissioni globali di CO2. Per avere una probabilità di 2 su 3 (66%) di contenere il riscaldamento globale a meno di 2°C, le emissioni cumulate di CO2 devono essere inferiore a 3670 gigatonnellate (Gt), che diventano 2900 se si “lascia spazio” per il riscaldamento provocato dagli altri gas serra.

Sulla base dei dati storici dei consumi di carbone, petrolio e gas, si è stimato che dall’inizio della rivoluzione industriale al 2016 sono state emesse circa 2100 GtCO2. Di conseguenza, se si vuole limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, rimangono da emettere circa 800 gigatonnellate di CO2.

Le emissioni annue di CO2 sono state negli ultimi anni circa pari a 36 Gt, quindi ai livelli attuali in soli 22 anni avremmo esaurito lo “spazio di carbonio” disponibile per limitare il riscaldamento globale a +2°C.

Se si utilizzassero tutte le riserve di combustibili fossili accertate (ossia quelli che sono estraibili alle attuali condizioni economiche e con le attuali tecnologie) le emissioni di CO2 aggiunte nell’atmosfera sarebbero circa 3500 Gt, quindi se si vuole rimanere sotto i 2°C, tre quarti dei combustibili fossili che sono già estraibili andrebbero lasciati sotto terra.

***

Uno studio pubblicato nel 2015 sulla rivista Nature ha indicato anche dove si trovano le riserve che dovrebbero rimanere inutilizzate, tenendo conto dei costi di estrazione e della distanza dei luoghi di approvvigionamento: più del 90% del carbone degli Stati Uniti e della Russia, il 66% del carbone della Cina, il 50% del gas e il 20% del petrolio della Russia, il 60% del gas e il 40% del petrolio del Medio Oriente, e così via. Nel complesso, non sarebbero da bruciare quattro quinti delle riserve di carbone conosciute e estraibili, metà di quelle del gas e un terzo di quelle del petrolio.

Molti studi negli scorsi anni hanno evidenziato che il valore contabile delle compagnie di produzione di combustibili fossili private o statali considera già le aspettative dei ricavi economici di una buona parte di questo carbone, petrolio e gas che andrebbe lasciato sottoterra. Per questo si parla di “bolla del carbonio”: se si contrasterà seriamente il riscaldamento globale qualcuno dovrà rinunciare a un po’ di profitti, e quelle riserve di combustibili fossili conteggiate come futuri ricavi nei bilanci perderanno valore: diventeranno degli “stranded assets”, ossia degli attivi non recuperabili.

***

 

Come raccontato , gli ambiziosi obiettivi di aumento massimo delle temperature globali approvati dall’Accordo di Parigi hanno ulteriormente ridotto il budget rispetto ai calcoli sopra riportati: se si vuole limitare il riscaldamento globale “ben al di sotto di 2°C e se possibile 1,5°C” il budget di emissioni rimanenti di CO2 da qui a fine secolo si dimezza. Di conseguenza la quantità di combustibili fossili da lasciare sottoterra aumenta ulteriormente (a meno di non ricorrere, in futuro, a tecnologie in grado di fornire emissioni “negative”): i combustibili fossili da lasciare sotto terra sarebbero l’85-90% di quelli che già saremmo in grado di estrarre. Visto che già lo scenario 2°C ipotizzava che quasi il 90% del carbone rimarrà sottoterra, allora è probabile che l’Accordo di Parigi metterà una limitazione ulteriore al petrolio e al gas.

Da questo scenario emergono quindi due semplici domande:

1) qual è il senso di cercare nuovo petrolio nell’Artico?

2) se il Parlamento italiano ha ratificato l’Accordo di Parigi alla quasi unanimità, perché la compagnia petrolifera di cui lo Stato italiano (tramite il Ministero del Tesoro) detiene il controllo si fa coinvolgere in questa operazione?

 

 

Testo di Stefano Caserini, con contributi di Mario Grosso

 

LANCIO UFFICIALE

 
STORIE DI ECONOMIA CIRCOLARE
 
Martedì 5 dicembre
CAMPO DEI MIRACOLI
ROMA - Via Poggio Verde N. 455
 

Un evento di una intera giornata per presentare alla stampa e al pubblico
il progetto Storie di Economia Circolare e i due strumenti pensati
per promuovere una nuova cultura del consumo:

l'Atlante Italiano dell'Economia Circolare
e il Concorso Storie di Economia Circolare
 

REGISTRATI QUI ALL'EVENTO!
Servizio Bus navetta gratuito su prenotazione
(è possibile prenotare durante la procedura di iscrizione) da:
Stazione Termini (Via Marsala - angolo viale Castro Pretorio)
P.zza Venezia (di fronte al Teatro Marcello)
Fiumicino Aereoporto (lato dentro area parcheggi)
 

Per i giornalisti presenti è prevista l'attribuzione di 4 crediti formativi (CFP).
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PROGRAMMA DELLA GIORNATA

PRESENTAZIONE DEL PROGETTO
ore 14.00

Intervengono: 

Marica Di Pierri - Presidente CDCA
Laura Greco - Comitato Scientifico
Silvano Falocco - Comitato Scientifico
Andrea Segre - Regista, Presidente Giuria di Qualità
 

TAVOLA ROTONDA
ore 16.00

Intervengono:

Luca Mercalli – Meteorologo e divulgatore scientifico
Simona Bonafè  – Parlamentare Europea
Alessandro Bratti – Direttore Generale ISPRA
Stefano Mazzetti – Direttore Generale ISPRA
Massimo De Rosa – Parlamentare Italiano
Silvia Pezzoli – Ricercatrice Poliedra
Giorgio Arienti – Direttore Generale Ecodom

Conclude:

Un rappresentante del Ministero dell'Ambiente

A seguire: aperitivo di commiato
 
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Il 5 dicembre alle 14,30 in Senato la segretaria Cgil Susanna Camusso, il presidente Coldiretti Roberto Moncalvo, con i rappresentanti di Greenpeace, dei consumatori e eella Campagna Stop TTIP Italia e dell'intergruppo NO CETA, discuteranno dell'"impatto dei nuovi trattati commerciali sull'occupazione in Europa e in Italia".

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