Il brusco cambio del clima inibisce il gas di ENI e il CCS di Cingolani – Un appello…

Care/i sorelle e fratelli, compagne e compagni, amiche e amici, tutti quelli che, come noi, stanno conducendo la battaglia affinché venga vissuta con la dovuta consapevolezza la gravità della malattia della Terra.

E’ peccato che in questo ormai lungo periodo in cui si è parlato tanto di Covid ci si sia occupati solo di dire come si poteva uscire dalla malattia, tanto poco del come e perché ci eravamo entrati! Solo dai movimenti giovanili e da Papa Francesco è venuta una spinta forte, quando ha spiegato in poche parole l’essenziale: che in un mondo malato deperisce l’intera natura, la vita si rigenera a fatica e non possono esserci umani sani!

Per seguire con coerenza questa indicazione dobbiamo dunque occuparci di questa Terra. E ci rivolgiamo a voi in quanto partecipi di un obbiettivo verso il quale operiamo, ciascuno nei propri modi e grazie alle rispettive competenze, perché ci sembra che siamo arrivati ad un punto drammatico, vicino alla soglia dell’irreversibilità che richiede una iniziativa straordinaria e perciò collettiva, non affidandoci ai comunicati delle assisi dei governanti. Essi risultano ripetitivi non solo sugli obbiettivi da conseguire (a cinque anni di distanza ci si accorda su…Parigi 2015!), ma, ancor peggio, incapaci di imprimere quella svolta culturale, politica ed economica senza la quale il tempo che viene a mancare pregiudicherà la vita stessa sul pianeta. Qui di seguito ci riferiamo in particolare all’impatto del sistema energetico fossile sul clima e la biosfera.

 Innanzitutto, non possiamo far passare senza gridare la nostra inquietudine su quanto è accaduto al G20 di Napoli, a partire da un approccio in sostanziale continuità col passato. Nonostante gli effetti catastrofici della sindemia e del deterioramento ambientale si stiano ingigantendo, non c’è traccia di critica al dogma della crescita in nome del quale si è depredata la natura, sono stati messi a rendita i beni comuni, viene deteriorato il vivente, dimenticando le interconnessioni che, tessute nell’universo, ci hanno permesso di abitare il nostro pianeta. Anche nel caso dell’energia, puntare a cambiare produzione mantenendo però intatti i livelli attuali di consumo equivale ad accettare l’inganno tecnocratico pur di sottrarsi alla conversione all’ecologia integrale. Non basta rimediare al modello disastroso dei combustibili fossili solo con una sostituzione altrettanto totalizzante attraverso le rinnovabili, pur sapendo che il loro impatto inibisce l’emissione di gas climalteranti.  L’abbandono di gas petrolio e carbone offre finalmente l’occasione di partire dalla democrazia territoriale per arrivare alla sufficienza energetica in ogni parte del mondo e per liberare tutta la ricchezza di un ambiente che possiede una sua autonomia, ma noi stiamo rendendo nemico. La Terra continuerà il suo corso, ma noi sicuramente rischieremmo di non sopravvivere.

Per di più, nel produrre e consumare energia si continua a non tenere in conto dei bilanci dell’acqua coinvolta nei processi di trasformazione energetica. Si tratta di  consumi trascurati nell’evoluzione del mondo artificiale in progettazione, dimenticando che l’elemento vitale per definizione non è affatto inesauribile e viene consumato in modo e quantità differenti a seconda delle tecnologie cui si fa ricorso. In quantità assai maggiori rispetto, ad esempio, al fotovoltaico o all’eolico, quando si ricorre alla combustione dei fossili per alimentare enormi caldaie per produrre vapore per le turbine, disperso in aria assieme a gas climalteranti e a polveri mortali. Anche sotto il profilo energetico e in un ricorso non meditato all’idrogeno, l’acqua rischia di diventare la prima fonte di conflitti e guerre, anziché il bene comune essenziale. Se poi si permette che si mercifichi, si può dare l’assalto ai laghi, ai fiumi, ai mari e agli oceani, pur di sprecarla per usi commerciali e di profitto, con conseguente sottrazione agli usi naturali.

Nelle dichiarazioni conclusive al G20 ci preoccupano le dichiarazioni del ministro italiano Cingolani, che, approfittando delle complessità dell’accordo (in particolare per Cina e India, non giustificabili ma storicamente più comprensibili), ha rilanciato il suo pericoloso piano di sequestro della CO2 con interramento per produrre idrogeno da metano. Un’ipotesi,  quella dell’uso del gas nelle centrali per ottenere idrogeno blu, ancor più pericolosa per il carattere sismico del nostro territorio, dilatoria, in quanto se la ritroveranno le future generazioni, costosissima e perfino sconsigliata sul piano finanziario dalla BEI e da Bloomberg. Nonostante ciò il ministro insiste nel ricorso al gas, dopo aver più volte contraddetto con numeri e tecnologie improvvisate l’impegno a passare dalle fonti energetiche fossili a quelle rinnovabili.

“Se dobbiamo decarbonizzare – ha detto in conferenza stampa – dobbiamo stabilizzare l’energia da rinnovabili. Di contro, la domanda di energia richiede gas almeno fino a che le rinnovabili non riusciranno a garantire adeguata copertura”. Volutamente trascura del tutto che i pompaggi che già ora Enel sarebbe in grado di mettere in funzione rappresentano una stabilizzazione sufficiente della rete, a cui non si fa ricorso perché, sotto le insegne del capacity market, risulta più remunerativo partecipare alle aste di fornitura con l’entrata in funzione fino a 14 centrali a gas: alcune di nuova costruzione, con una sovracapacità che andrà a carico delle bollette. Un prezioso assist all’ENI offerto in un consesso internazionale e nella funzione di rappresentante del governo.

Quindi, niente fossili da lasciare sottoterra, anzi!: ci troviamo di fronte a una serie di progetti destinati a perpetuarsi ben oltre i limiti in cui ottenere la neutralità climatica, mentre poco o nulla si fa in favore delle nuove fonti rinnovabili. Ci riferiamo in particolare alle nuove centrali a gas i cui progetti andrebbero cancellati, come stabilito dalla IEA (International Energy Agency), l’organismo che ha ordinato la cessazione dal 2021 di qualsiasi operazione finalizzata allo sviluppo delle fonti come petrolio e gas. Distinguere tra carbone da eliminare e gas invece da continuare ad usare, o per dare elettricità in combustione o per produrre idrogeno blu, è operazione che contrasta non con la posizione di un gruppo di ecologisti intransigenti, ma con quella unanimemente adottata dalla scienza. Convinzione appurata sia a partire dai rilievi sulle perdite di gas metano climalterante lungo la catena di approvvigionamento, sia dagli insuccessi forniti dalle sperimentazioni a livello mondiale del pompaggio di CO2 nei sottosuoli, da cui può nel tempo fuoriuscire. Dopo la chiusura dei CCS (Carbon Capture Storage) negli Stati Uniti, la sospensione delle sperimentazioni in sei progetti europei contestati dalla Corte dei Conti UE, è di questi giorni la clamorosa notizia del gigante energetico Chevron, che ha ammesso che il suo più grande progetto mondiale di CCS non è riuscito a raggiungere l’obiettivo quinquennale di seppellire l’anidride carbonica sotto un’isola al largo dell’Australia occidentale.

In realtà, dell’urgenza e della priorità che deve esser data al mutamento radicale del nostro modello energetico non c’è traccia nel PNRR. Ad operare intanto sono però l’ENEL e soprattutto l’ENI, il principale operatore energetico del nostro paese, che ha nel frattempo progettato un aumento delle esplorazioni per ottenere altri 2 miliardi di barili di petrolio (pari ad un aumento del 4% annuo). Pur essendo la più importante azienda partecipata italiana ha discusso dei propri progetti con il Ministro per la transizione e con l’assemblea degli azionisti, ma non in Parlamento. Tanto meno ne è stata informata la popolazione, che pure vive nei territori maggiormente interessati alle soluzioni che verranno adottate.

La questione è assai complessa ma non possiamo non chiedere all’opinione pubblica lo sforzo necessario a capire cosa sta accadendo e a noi tutti di compiere quello di fornire l’informazione necessaria.

Quando l’informazione crea le condizioni per la partecipazione alla definizione di progetti alternativi, si dischiudono scenari imprevedibili, anche perché a fronte dell’eventuale salvaguardia del posto di lavoro degli attuali addetti si possono quantificare multipli di occupazione qualificata e stabile in filiere non fossili, proiettate verso un futuro a ridotto impatto ambientale (per una equivalente quantità di energia prodotta si stimano 6 occupati da impianti eolici rispetto ad 1 da una centrale a turbogas). Ci si ritrova così con una società articolata e non passiva, che si articola sui territori, in cittadini e lavoratori organizzati e istituzioni locali, mette in campo competenze, cura dell’ambiente, attenzione alla salute e alla riproduzione del vivente. In una parola occorre agire criticamente e sottrarre le scelte allo strapotere delle aziende come ENI, ENEL, ma anche A2A.

Nel caso specifico delle alternative fin qui solo accennate sono già in esercizio e sperimentazione soluzioni dettagliate e compatibili con i territori di insediamento: innanzitutto tese alla solarizzazione di paesi e città e all’installazione di pale eoliche ben localizzate e delimitate su piattaforme galleggianti in mare (dove c’è il vento, non a terra dove in Italia non ce ne è abbastanza), naturalmente a molti km dalla costa. Tutto il mare al sud della Sardegna e della Sicilia e lungo tratti di coste tirreniche è particolarmente adatto, tanto è vero che già esistono concrete proposte da vagliare cui fanno riferimento diverse imprese sia per Palermo che per Civitavecchia. Ed, oltre all’eolico, di cui il PNRR si era letteralmente dimenticato, si stanno progettando sistemi fotovoltaici anch’essi assistiti eventualmente da storage di idrogeno o batterie o da pompaggi da riattivare, dopo che ENEL trascura i bacini montani da anni tenuti inattivi, dato che le è conveniente ricorrere a centrali a gas compensate dal capacity market: un meccanismo tipicamente italiano che ha corroborato entro i nostri confini l’interesse di ENEL, delle ex-municipalizzate e soprattutto di ENI nei confronti del metano, ormai non più prioritario nemmeno nel loro raggio di investimenti all’estero.

Nel lanciare un allarme e nel richiamare una partecipazione attenta, non partiamo comunque da zero: oltre a situazioni già in atto -ad esempio in Basilicata a Viggiano e su Tempa Rossa o a Porto Tolle o a Vado Ligure o Brindisi – in particolare a  Civitavecchia, la locale Camera del Lavoro CGIL, la FIOM appoggiata dalla segreteria regionale del Lazio, la UIL locale e del Lazio  ed altri sindacati, la CNA di Civitavecchia e Viterbo e le associazioni datoriali Legacoop e Federlazio si sono uniti alle espressioni già presenti in città (comitati contro i fossili, associazioni ambientaliste e nuclei di cittadine/i,) ed hanno ottenuto il sostegno unanime del Consiglio Comunale e di quello della regione Lazio. Ne è nata una ferma posizione in favore di un progetto basato su eolico e fotovoltaico con storage (pompaggi e idrogeno verde) contro la riconversione a turbogas della centrale oggi a carbone. La popolazione si è mobilitata, assemblee sono state promosse da molti gruppi politici e partiti. Sono state depositate interrogazioni di parlamentari in attesa che la vertenza arrivi sul tavolo del Governo.

Più complesso, ma non meno determinante il caso di Ravenna, particolarmente coinvolta dalla ferma pretesa di ENI di produrre idrogeno blu con CCS e di fare del polo di Ravenna un polo di resistenza per il settore di cui è leader e per il quale mobilita una decisa attività di lobby nelle sedi di Bruxelles. L’unico elemento che tiene in vita i progetti sull’idrogeno blu sono i sussidi a carico dei governi, mentre tutti i profitti vanno alle compagnie petrolifere e del gas. Se ciò appaga la contabilità aziendale di ENI e offre ristorni a breve ai suoi azionisti (anche pubblici), è assai improbabile che diventi popolare tra gli elettori una volta informati del danno ambientale ed economico di un ciclo arrogantemente innaturale.

Come a Civitavecchia, anche a Ravenna  gli attivisti ambientalisti stanno  portando avanti  una iniziativa  di contrasto che, oltre  a produrre diversi momenti di approfondimento  e mobilitazione,  sta aprendo un significativo  confronto con la società  civile, il mondo del lavoro e le OO.SS. ,allo scopo di creare la più  ampia convergenza per aprire una dialettica ed un confronto  con la multinazionale  che opera nei loro territori.

Ma è soprattutto il Parlamento che dovrebbe esigere una pubblica audizione, dal momento che ENI ed ENEL non sono due aziende puramente private, sono partecipate dallo stato italiano.

Scriviamo, a tutte e tutti, per dirvi: quella climatica ed energetica ci sembra l’urgenza oggi tra le più drammatiche seppure inspiegabilmente sottaciuta. Cerchiamo di intervenire tutti, ciascuno nei modi che crede: se ci riuscissimo tutti insieme sarebbe senz’altro meglio.

Promotori a livello locale:

Comitato Città Futura Civitavecchia, Comitato Sole Civitavecchia, comitato no al fossile Civitavecchia, Il paese che vorrei Santa Marinella, Piazza 048 Civitavecchia, Medici Isde Civitavecchia, Forum Ambientalista Civitavecchia, Europa Verde, Coordinamento per il clima fuori dal fossile Ravenna; Movimento no TAP/SNAM Brindisi; Redazione “emergenza climatica.it” Università del Salento

Promotori tematici e a livello interterritoriale:

Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, Laudato Sì – un’alleanza per il clima, la cura della Terra, la giustizia sociale, NOstra,, Task force Natura e Lavoro, Osservatorii sulla transizione ecologica-Pnrr, Ecoistituto della valle Ticino, Oltre il Nucleare (Comitato Sì alle rinnovabili no all’energia nucleare), Attac, Fairwatch, FAIR, Enrico Gagliano e Roberta Radich (cofondatori coordinamento Nazionale No triv),

Invitiamo tutte le organizzazioni che condividono questo appello a riprenderne anche in maniera critica gli spunti e, nel caso, a sottoscriverlo contribuendo ad una informazione e ad una mobilitazione adeguata all’emergenza in cui stiamo precipitando.

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