Energia ed Eni: «Non c’è più spazio per Oil&Gas. Cambi rotta o intervenga il governo»

La lettera di MASSIMO SCALIA, GIANNI SILVESTRINI, GIANNI MATTIOLI e VINCENZO NASO

Signor Presidente,

“La Co2 nascosta sotto il tappeto” – grafica dei contestatori del progetto Ccs di Ravenna

abbiamo preso atto con preoccupata soddisfazione del suo viaggio in Libia che ha recuperato per il nostro Paese autorevolezza rispetto ai precedenti esiti. Preoccupati perché in quel contesto difficile e complesso un punto di riferimento sicuro è la presenza dell’Eni, che è riuscita a resistere, tutelando così anche lavoro e interessi italiani. Non vorremmo, però, che questo ruolo dell’Eni la inducesse a valutare con benigna comprensione l’aspetto più generale che riguarda l’Eni nel contesto delle strategie e delle politiche industriali di Next Generation Eu. Con assoluta franchezza le segnaliamo che l’Eni può rappresentare un serio ostacolo per i destini di una ripresa dell’Italia che sia davvero resiliente, capace cioè di sprigionare impulso e sostegno alla transizione ecologica nella quale il suo Governo si dichiara impegnato.

Nel mondo, i grandi Gruppi multinazionali basati sull’energia stanno assumendo ruoli e obiettivi sempre più coraggiosi e ravvicinati nel tempo. Questo è ovvio per le compagnie che operano nelle energie rinnovabili, come Ørsted, Iberdrola ed Enel, in continua crescita; ma riguarda anche grandi multinazionali come la General Electric, che si presenta con successo sul mercato con le sue mega turbine eoliche. 

È prevedibile che, dopo un calo degli investimenti nel 2020 e 2021, le compagnie Oil&Gas ripartiranno, ma con le incertezze legate al picco della domanda di petrolio. Per questo sono costrette a definire nuove strategie. Nei primi nove mesi del 2020, le sette maggiori Compagnie petrolifere hanno ridotto le loro attività nel settore di 87 miliardi di dollari: «un cambiamento che riflette un accelerato spostamento fuori dai combustibili fossili» (The Guardian, 14 agosto 2020).

La stessa Iea (International Energy Agency), che ha sempre difeso le posizioni tradizionali, deve ammettere nel rapporto “Net Zero by 2050” presentato il 18 maggio scorso: «there are no new oil and gas fields approved for development in our pathway» (“non c’è nessun nuovo campo di petrolio o di gas approvato per lo sfruttamento”, ndr). E le principali compagnie europee Oil&Gas si erano già date importanti obiettivi sulle rinnovabili al 2030: 100 Gw per Total, 50 Gw per BP. Il target dell’Eni è invece di soli 15 Gw.

Tutto questo in un contesto mondiale in cui si sono stabiliti nuovi record per le rinnovabili, che nel 2020 hanno rappresentato il 90% della nuova potenza installata globalmente. La Cina è divenuta il maggior attore mondiale, installando ex-novo 136 Gw (dei quali, 72 eolici e 49 fotovoltaici); mentre gli Stati Uniti, nonostante Trump, la seguono con 29 Gw e un record di 85 mld $ di investimenti. 

Le rinnovabili rappresentano il 90% della nuova potenza installata nel 2020 

Tuttavia, secondo il Rapporto 2020 messo a punto da Irena (International Renewable Energy Agency) e da Climate Policy Initiative, se si vuole raggiungere la neutralità climatica per il 2050, i 300 miliardi di dollari all’anno che mediamente sono stati investiti nell’ultimo decennio dovranno passare a 800 mld $/anno. Queste stime collimano con la Strategia di Decarbonizzazione a Lungo Termine, che il Governo italiano ha presentato il febbraio scorso a Bruxelles e che pone nella forcella 200 ÷ 300 Gw l’obiettivo di rinnovabili al 2050 per la sola Italia.

D’altro canto, mentre comincia a dissiparsi il velo drammatico della pandemia, oggi riemerge in tutta la sua gravità l’incombente minaccia del cambiamento climatico, che ha suggerito la raccomandazione della Ue di realizzare entro il 2025 almeno il 40% dei 500 Gw obiettivo Ue al 2030.  Considerando che il Governo si è posto l’obiettivo di installare 70 Gw rinnovabili al 2030,ciòcomporterebbe per l’Italia di realizzare, al 2025, almeno 28 nuovi Gw di rinnovabiliIn questo quadro appaiono totalmente inadeguati, come Le abbiamo già segnalato, i 4,2 Gw di rinnovabili programmati dal Pnrr e la corrispondente previsione di spesa pubblica, che lascia al mercato il compito del raggiungimento del target.

Appare del tutto rinunciataria e inaccettabile, allora, la strategia dell’Eni che sembra opporre una tenace resistenza al cambiamento. Dov’è finito il coraggio e lo spirito innovatore del suo fondatore? Dov’è l’audacia di proposte e di strategia che ha consentito all’Italia di emergere prepotentemente nel contesto internazionale del dopoguerra, avviandola ad una rinascita industriale, economica e sociale? Un’audacia e una strategia costate la vita a Enrico Mattei. Oggi il contesto è profondamente mutato, ma quella che si gioca è una partita senza precedenti per un recupero che sia anche riforma e innovazione; e che superi posizioni di rendita, investendo sul futuro, su quella rivoluzione verde evocata dal Pnrr sotto l’incalzare delle prospettive drammatiche dello sconvolgimento climatico.

Eni – Agip. Piattaforma Garibaldi al largo di Ravenna

Signor Presidente, l’Eni non si può sottrarre a questi compiti; deve recitare appieno la sua parte nella “rivoluzione energetica” che è, non ne abbiamo dubbio, precondizione e cardine della transizione ecologica. Mutuando dalla capacità di visione del suo fondatore, deve attualizzarla rispetto alle sfide poste oggi per l’immediato e per il futuro, ridefinendo la sua mission in rapporto agli stringenti obiettivi dell’Europa e, in essa, dell’Italia. Eni non può sottrarsi al ruolo di promuovere una dimensione effettivamente industriale, anche nella Pmi, del sistema delle energie rinnovabili, includendo il rapporto con le comunità energetiche, che saranno protagoniste sul terreno proprio della mission dell’Ente.

Non è in linea con questi compiti, ad esempio, l’insistita riproposizione, a Ravenna, della tecnologia Ccs (cattura e stoccaggio di carbonio), che rimane nei piani industriali dell’Ente, nonostante non sia prevista nel Pnrr. Il dibattito pubblico su sperimentazione, risultati e prospettive della Ccs, avviato molto tempo fa, ha evidenziato i limiti di questa tecnologia e il carattere ideologico, da “Forte Apache”, degli idrocarburi che l’Eni le attribuisce, mentre a livello internazionale si affermano gli investimenti sull’idrogeno “verde”. 

A questo punto, urge una correzione di rotta della strategia di questa partecipata dello Stato. Quanto Le abbiamo segnalato evidenzia come queste posizioni limitino, e in alcuni casi ostacolino, il percorso del Paese verso la neutralità climatica. Non è accettabile che l’Italia resti nell’era dei fossili mentre il mondo si sposta verso le rinnovabili! È una prospettiva contro la quale ci siamo battuti nei decenni e continueremo a batterci insieme a tanti altri. Una prospettiva inaccettabile. Vorremmo che lo fosse anche per Lei e che prendesse le misure necessarie.

Roma, 19.5.2021                                                                      FacebookMessengerTwitterEmailWhatsApp

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