OSSERVAZIONI AL PNRR

Comitato Nazionale Educazione alla Sostenibilità CNESA-Agenda 2030 (https://www.facebook.com/unesco2030.it)

Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo sostenibile – CIRPS (www.cirps.it)

“Sì alle fonti rinnovabili, no al nucleare” – FER 2030 (www.oltreilnucleare.it)

“Energia felice” (www.energiafelice.it)

  1. FARE IN FRETTA E BENE

Delle 6 missioni che Next Generation EU (NGEU) individua per il raggiungimento dei 7 macro-obiettivi fissati dalla UE, le nostre osservazioni si riferiranno essenzialmente alla missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, in particolare ad alcuni aspetti energetici, per i quali abbiamo operato e continuiamo a farlo con qualche successo, nell’auspicio che il Piano sia modificato nel senso che proponiamo.

Infatti, l’attuale trama del PNRR, che diremo eufemisticamente “sincretica”, è così scoperta che diventa di per sé un elemento a sfavore, una piattaforma fortemente esposta al criticismo dei Paesi che già faticarono non poco ad accettare il quantitative easing; e, ancor di più, ad andare oltre un intervento monetaristico per dare invece mano alle risorse della UE in vista di un finanziamento gigantesco e universale pro-ricostruzione e ripresa di tutti i Paesi aderenti. Una comune politica economica europea.

Va definita in modo molto più preciso la rotta che si intende seguire per la ripresa del Paese nei prossimi anni, guardando soprattutto ai giovani e all’Italia che loro riceveranno in consegna non al 2050 ma al 2030. Segnalando che il triennio 2021-2023 sarà cruciale per la realizzazione anche quantitativa degli obiettivi finali. Una partenza lenta e un trend poco ambizioso nel breve termine farebbero fallire il conseguimento di ogni risultato.

Vale la pena citare in proposito brevi passi dal Rapporto 2020, uscito il gennaio scorso, del “Lancet countdown”, una collaborazione internazionale promossa nel 2015 dalla rivista The Lancet per fornire, in base a determinati criteri e a un elevato numero di indicatori, un sistema di monitoraggio globale e indipendente sull’emergere dei profili sanitari connessi ai cambiamenti climatici: “I prossimi 5 anni saranno fondamentali. Per raggiungere l’obiettivo di 1.5° C e limitare la crescita della temperatura ‘ben al di sotto di 2 °C’, le 56 Giga-ton di CO2 equivalente emesse correntemente ogni anno dovranno calare a 25 entro solo 10 anni (2030). Di fatto, una tale decrescita comporterebbe una riduzione annuale del 7.6%, cioè un aumento di un fattore cinque degli attuali livelli di riduzione cui si attengono i governi. Se in questi 5 anni non ci fossero ulteriori interventi, le riduzioni necessarie salirebbero al 15.4% all’anno, mettendo l’1.5 °C del tutto fuori portata.

E ancora: “L’evidenza suggerisce che l’essere più ambiziosi delle attuali politiche climatiche, riuscendo a limitare il riscaldamento a 1.5 °C per il 2100, genererà un beneficio globale netto di 264 – 610 migliaia di miliardi di dollari. L’aspetto economico dell’essere più ambiziosi è ulteriormente rafforzato dalla considerazione dei conseguenti benefici di una forza lavoro più sana e della riduzione dei costi sanitari.

Il Rapporto è una delle poche sedi scientifiche internazionali nelle quali si sia incrociata un’approfondita riflessione sulle due emergenze globali: la pandemia causata dal SARS-Cov-2 e il cambiamento climatico. E quando il Covid-19 avrà dissipato i suoi tremendi effetti sanitari, sociali ed economici resteranno quelli, sempre più gravi, connessi al cambiamento climatico. Che nei Global Risk Report dell’ultimo decennio è sempre stato collocato tra i cinque rischi più pericolosi e più probabili, e indicato oltre dieci anni fa come “the biggest global health threat of the 21st century” dal rapporto della Commissione congiunta di The Lancet e del University College London Institute for Global Health (pubblicato il 16 maggio 2009).

Insomma, l’urgenza dettata dalle preoccupanti accelerazioni dei fenomeni del global warming impone strategie politiche adeguate e tempestive.

Ci troviamo, cioè, nella difficile situazione del dover “fare in fretta e bene”.

È questo quadro, e la risposta efficace a queste preoccupazioni, che dovrebbero essere assunti per dare unitarietà di impostazione alle tante proposte presenti nel PNRR, che sembrano invece lì affastellate più per giustificare in qualche modo le richieste a valere sui fondi NGEU che per risolvere i problemi da affrontare. In una delle varie versioni, poi, accreditando il sospetto, giustificato guardando a vari importanti progetti, che quella bozza fosse stata redatta da tecnostrutture di grandi Enti come l’ENI. En passant, il preoccupante aumento della concentrazione in atmosfera del metano, dovuto alle perdite per estrazione, distribuzione e usi finali, fa della forte metanizzazione degli ultimi decenni una componente importante del global warming a causa dell’efficacia di questo gas nel produrre l’effetto serra, circa 10 volte maggiore di quella della CO2.

La formulazione definitiva del PNRR deve perciò superare l’attuale aspetto frammentario e assumere un tema unificante e preponderante, quello che abbiamo sopra avanzato, come ispiratore della proposta complessiva, e non certo assecondare discutibili filosofie aziendali.

  • LA RIVOLUZIONE ENERGETICA

Cardine della transizione ecologica è sempre stata, dai tempi del Rapporto Saint-Geours alle CEE (1979), ed è di fatto “la rivoluzione energetica”, che si avvale dell’innovazione tecnologica e del trend di “dematerializzazione” delle produzioni. Del resto, lo stesso obiettivo UE della “neutralità climatica” al 2050 è una componente essenziale di quella rivoluzione. Una rivoluzione in corso ormai da decenni; ne è testimonianza la crescita di investimenti e realizzazioni che in tutto il mondo ha riguardato le fonti energetiche rinnovabili (FER), dai 40 miliardi di dollari del 2004 ai 329 del 2015 (BNEF), proprio mentre i due beni riferimento del mainstream, auto e edilizia abitativa, crollavano con percentuali a due cifre a seguito dell’esplodere nel 2008 della bolla finanziaria. En passant, poiché sono stati messi in campo solo palliativi, la minaccia di una finanza mondiale ancora sostanzialmente fuori controllo richiede una dimensione politica e di investimenti del tutto europea, le singole nazioni essendo soccombenti, com’è già stato, di fronte alla speculazione e ai “prodotti” tanto immoralmente fantasiosi quanto socialmente ed economicamente rovinosi che la finanza è stata in grado di introdurre nel mercato.

Una rapida occhiata anche alle politiche agricole, il cui ripensamento non è oggetto di queste osservazioni ma è fondamentale. Il suolo è il più grande serbatoio terrestre di CO2, già sequestrata sotto i nostri piedi sotto forma di sostanza organica presente nel suolo. Basterebbe ridurre del 10% il consumo del suolo per sequestrare una quantità di anidride carbonica superiore a quella ipotizzata dai più ambiziosi programmi di stoccaggio geologico profondo. È quindi importante nel nostro Paese tutelare strettamente ogni metro quadrato, bloccando la cementificazione, ma anche promuovendo pratiche agricole che hanno un uso intelligente e rispettoso del suolo. L’agricoltura biologica e in generale l’agricoltura di precisione si stanno già affermando sul mercato grazie alla fornitura di prodotti di qualità. Si tratta quindi di assecondare e incentivare una tendenza che è in atto perché non si tratta solo di mercato, ma delle rilevanti conseguenze delle pratiche agricole nel ciclo della CO2.

Potrà la rivoluzione energetica invertire quel trend denunciato nel Rapporto 2020 del Lancet countdown, che ci porterebbe fuori dal contenimento entro 1.5 °C? Il “Climate scenario” mondiale fornito dal New Energy Outlook 2020 (BloombergNEF) dice di sì, guardando anche agli effetti del Covid-19 e a colpi di energie pulite e idrogeno verde, fino al raggiungimento di 100.000 TWh di energia elettrica per un’economia sostenibile. Questo, come altri Outlook, nel valutare gli investimenti necessari, enormi su scala globale, si basano sui prezzi da tempo competitivi delle FER in particolare del solare PV. Che non “ha un costo per watt ancora troppo elevato”, come afferma il neo-Ministro alla Transizione ecologica in preoccupante sintonia con i fautori dei combustibili fossili (https://www.eni.com/en-IT/scientific-research/roberto-cingolani-sustainable-technology.html); al contrario, il costo si è ridotto vertiginosamente dai primi tempi di quando il PV è entrato in scena. Un solo esempio: per il reattore nucleare di Hinkley Point (UK) l’accordo con l’ente elettrico francese, EdF, parla di 113 €/MWh per 35 anni, mentre in Portogallo una gara per impianti fotovoltaici è stata vinta con 11,1€/MWh. Solare batte nucleare 10 a 1.

  • Teniamoci al passo con la Germania. Via il PNIEC

Nel clima recente di presentazione del Piano tedesco per l’idrogeno e poi di quello della Commissione UE (luglio 2020), mentre il Renewable Energy Outlook di IRENA stimava in 78 mld di euro l’incremento di investimenti al 2030 per un’efficace politica di decarbonizzazione, mentre la società saudita ACWA POWER concludeva un accordo da 5 mld $ per fare del regno saudita lo hub mondiale dell’idrogeno verde entro il 2025, idee analoghe venivano veicolate pubblicamente dal Governo italiano, che si proponeva anche come uno dei capofila dell’IPCEI. Meglio lanciare il cuore oltre l’ostacolo, che rimanere azzoppati al di qua di esso; ma un obiettivo come quello di non perdere terreno nei confronti della Germania appare da considerare devotamente.

A cominciare dalle cifre di previsione del “PNIEC” tedesco per il 2030:

  • riduzione del 55% (rispetto al 1990) delle emissioni GHG, come ha chiesto il Parlamento UE e ha deliberato la Commissione UE (23 ottobre 2020);
  • riduzione dei consumi finali di almeno il 30%;
  • copertura del 30% dei consumi finali totali con fonti rinnovabili.

Coerentemente con questi obiettivi le nuove potenze da installare (in aggiunta all’esistente):

  • eolico onshore 67-71 GW
  • eolico off-shore 20 GW
  • solare fotovoltaico 90-110 GW

eolico + solare 187-201 GW,

cioè circa un raddoppio dei 104 GW del 2018.

Il piano tedesco prevede poi 5 GW di elettrolizzatori per l’idrogeno verde entro il 2030 e altri 5 entro il 2035-2040.

L’Italia parte da più in basso 30 GW (solare + eolico) nel 2018 – ma nuovi 70 GW da installare entro il 2030 sono alla portata del complesso industriale e produttivo italiano. Tenendo poi conto del ruolo che l’ENEL ha assunto nella decarbonizzazione tramite idrogeno verde (accordo con l’ENI, proposta per Civitavecchia per citare solo due iniziative) l’obiettivo al 2030 per la sua produzione da FER può essere posto in 5 GW di elettrolizzatori entro il 2025e altri 5 GW entro il 2030.

Ciò comporta disfarsi subito del PNIEC, anche per motivi di decenza rispetto alla UE con quel 33% (settori non ETS) di riduzione dei GHG al 2030! Con l’attuale versione del PNIEC sarebbe oltretutto impossibile riempire il 37%, espressamente inteso alla lotta contro i cambiamenti climatici, dei 209 mld destinati all’Italia nell’ambito NGEU. Ne consegue l’imperativo di riformulare il PNIEC sulla scorta degli obiettivi sopra elencati.

  •  Il ruolo dell’eolico off-shore per l’Italia

Dei 70 GW da FER, almeno 30 GW sono eolico in maggioranza off-shore, tenendo conto delle note difficoltà dell’onshore. Inoltre, l’innovazione tecnologica nel settore consente di disporre di mega turbine eoliche che possono essere collocate in mare a 20 miglia dalla costa in modo da essere sostanzialmente invisibili. La società danese Oersted ha ordinato alla General Electric 90 mega-turbine da 13 MW l’una (Haliade-X) per un grande parco eolico da realizzare in breve tempo nella piccola Danimarca, il cui peso demografico è uguale a quello del Lazio. 

Condizione necessaria per un adeguato sviluppo dell’eolico off-shore è l’immediata predisposizione di un Piano di gestione dello spazio marittimo che renda compatibili le piattaforme degli aerogeneratori in alto mare con le rotte marittime. La deadline fissata dalla UE per la presentazione del Piano è il 31 marzo.

È ipotizzabile l’acquisizione di licenze che consentano di interiorizzare la tecnologia in modo da poter poi produrre in proprio. La produzione di mega-turbine è indubbiamente capital intensive, non così tutta la componentistica e la capacità di assemblaggio e installazione, attività che possono essere realizzate da imprese italiane e per le quali sono prevedibili ricadute occupazionali rilevanti, confrontabili con l’installazione e l’utilizzo delle altre FER che hanno dimostrato di essere in media labour intensive.

  • Idrogeno verde, alternativo all’idrogeno “blu”

Solo l’idrogeno prodotto dalle rinnovabili (idrogeno ‘verde’) è sostenibile nel lungo termine; afferma la Die Nationale Wasserstoff Strategie tedesca, lasciando però una porta aperta all’acquisizione sul mercato di quantitativi di idrogeno “blu”. Non è questa la condizione dell’Italia, dove l’ENI – non c’è un analogo Ente a partecipazione pubblica in Germania è storicamente abituato a seguire sue autonome politiche, tanti decenni fa anche gloriose, e mostra una pervicace volontà di sperimentare la CCS (Capture Carbon and Storage) per la CO2 nonostante i modestissimi risultati finora ottenuti. Non è obbligatorio che ENI faccia dei combustibili fossili il suo esclusivo core business, basta guardare a scelte operate da grandi Aziende internazionali del settore, non ultima la già citata ACWA POWER in un Paese, l’Arabia Saudita, che non ha nulla da imparare in merito al promuovere le strategie sugli idrocarburi.

Insomma, anche per motivi di credibilità nei confronti della UE, gli investimenti per l’idrogeno verde sono in Italia alternativi a quelli nell’idrogeno blu; una strada, questa, che il PNRR deve imboccare con decisione a partire dalla cancellazione definitiva dai finanziamenti pubblici del progetto CCS a Ravenna. E incoraggiando la realizzazione di grandi elettrolizzatori, di potenza superiore a 10 MW, per poter procedere nelle aree da sottoporre alla decarbonizzazione – l’accordo Enel/Eni in tal senso è un buon punto di riferimento e nei settori dove è più difficile decarbonizzare: produzione dell’acciaio, della chimica industriale, aree del trasporto.

Infine, dispiegare un’attenzione realizzativa sui molteplici usi dell’idrogeno come suggerito dal già ricordato Piano UE: stoccaggio, vettore energetico, innovazione tecnologica nel settore trasporti. E anche combustibile al posto dei fossili; vale segnalare come positiva la progressiva sostituzione dell’idrogeno verde negli impianti dell’ILVA di Taranto al posto dei combustibili in uso, ventilata dal precedente Governo.

Un capitolo particolare per la PMI può essere l’idrogeno “stazionario”, sia per la sua produzione sia per gli usi termici e elettrici di piccole imprese e condomini residenziali.

  •  La mobilità elettrica. La “Tesla”, un riferimento per l’auto

Le innovazioni tecnologiche e di sistema in tutto il comparto trasporti forniscono ogni giorno nuove ipotesi e realizzazioni alle quali è bene che il Governo stia molto dietro per evitare l’usuale politica centrata su strade, autostrade, ponti e altre opere pubbliche a forte presa … di cemento, vien naturale dire.

Come si circolerà e con quali mezzi, non nella Metropolis del 2050 ma nelle nostre città e sul nostro territorio entro il 2030, è già oggetto di idee e progetti fortemente innovativi quali, uno per tutti, Hyperloop, l’ultima trovata di Elon Musk per il trasporto aereo passeggeri e merci da città a città. Non pensiamo di intervenire con osservazioni di merito sulla mobilità, anche se abbiamo in qualche modo contribuito a progetti innovativi di trasporto a livello regionale, perché andrebbe al di là dell’intento principale di queste osservazioni.

Condividendo la politica di incentivi per l’auto elettrica messa in campo dal Governo, prendendo atto che nella UE le immatricolazioni elettriche hanno superato nel 2020 il 10% e che questo trend è in robusta crescita – è prevista a metà degli anni ’20 la parità di prezzo con le auto tradizionali – perché non incoraggiare la diffusione dei veicoli migliori nel rapporto prestazioni/consumi di materiale, a salvaguardia delle risorse, inevitabilmente limitate, costituite dai metalli necessari per le batterie? Certo, anche questo tema dovrà giovarsi della ricerca per nuovi metodi, tecnologie, processi e materiali che risparmino le risorse minerali del pianeta, ma nei tempi più brevi, e in generale, l’efficienza dei motori e delle componenti dell’auto elettrica potrà essere un criterio guida.

Da questo punto di vista i vari modelli “Tesla”, la cui presenza sul mercato data dal 2013, rappresentano un livello imbattuto. Poiché Elon Musk, che li ha progettati e prodotti, ha messo da tempo in open source i progetti delle varie componenti, anche quelle motoristiche, appare opportuna una politica di incentivi mirata a una maggior efficienza non solo nei confronti dei compratori ma anche per stimolare i costruttori a immettere sul mercato modelli più efficienti nel senso già specificato.

  • Lo spostamento verso le FER dei consumi totali d’energia entro il 2030

Accelerare l’impiego del vento e del fotovoltaico nella produzione elettrica; spingere le preferenze dei consumatori verso una più veloce elettrificazione del trasporto e del riscaldamento; decarbonizzare intensamente in vista di un ulteriore estensione dopo il 2030.

Nel settore elettrico, cancellata la produzione da carbone entro il 2025, o anche prima, si tratta di eliminare gli ancora ingenti quantitativi di metano impiegati o ipotizzati per le centrali termoelettriche a Monfalcone (GO) come a Montalto di Castro (VT), a Civitavecchia (Roma) come a Brindisi Sud.

Una più ampia e diffusa elettrificazione, come sognavano i fautori dell’energia nucleare, ma senza i rischi della contaminazione radioattiva prima, durante e dopo l’esercizio della centrale. Con tanti posti di lavoro in più in un quadro di maggior sostenibilità anche sanitaria. Con nuovi processi e nuovi prodotti per realizzare un massiccio spostamento, verso l’energia elettrica prodotta da FER, dei consumi totali d’energia nei vari settori di impiego trasporti, riscaldamento, industria, costruzioni – come non sarebbe mai possibile con la generazione elettrica da enormi impianti centralizzati, termoelettrici o nucleari.

Al contrario, l’affermazione di un modello energetico di fonti diffuse sul territorio con un sempre più avanzato controllo da parte dei cittadini sull’energia loro necessaria – le comunità energetiche sono già una realtà anche in Italia attraverso l’autoproduzione e fino all’autogestione.

  •  L’Italia si ritiri da ITER

Antitetico a questo modello che è quello promosso dai tre 20% al 2020 della UE, divenuti punto di riferimento mondiale per l’Accordo di Parigi (ratificato nel 2016) – è quello di colossali impianti di energia come il reattore a fusione ITER, in costruzione a Cadarache (Francia) in concorso con Stati Uniti, India, Cina, Giappone, Corea del Sud oltre che la UE, con buona pace del neo Ministro alla Transizione ecologica che pensa che “la fusione sia stata abbandonata” (https://www.eni.com/en-IT/scientific-research/roberto-cingolani-sustainable-technology.html).

Il fatto che neanche un kWh verrà prodotto prima del 2050, al termine della fase DEMO, testimonia l’obsolescenza del progetto rispetto alle previsioni di un’energia elettrica da fusione disponibile negli anni ‘90, spostate poi di decennio in decennio.

Nel 2050 la produzione elettrica da fonti rinnovabili sarà assai vicina al 100% stimato dal rapporto McKinsey (2010). Infatti, l’11 febbraio scorso c’è stato il “sorpasso” per la prima volta nella storia della produzione elettrica europea: FER 38,2%, Fossili 37,0 (con l’Italia al 43,2%). E sono in corso grandi progetti e finanziamenti per raddoppiare il contributo delle FER entro il 2030.

Tra i motivi dell’insistere su un progetto così opposto al modello energetico UE c’è l’accontentare deluse aspettative di vari Enti e frustrati orgogli accademico-tecnologici, ragioni che possono sembrare non esaltanti ma che hanno il loro peso. Più corposamente, i finanziamenti delle colossali componenti per realizzare il reattore sono iniezioni di soldi pubblici gradite alle grandi Elettromeccaniche.

Nell’adempimento della missione “Rivoluzione verde” questi aspetti possono, devono essere pretermessi e l’Italia può trovare altre realizzazioni per l’Elettromeccanica; una, è dare il peso che è stato già indicato all’eolico off-shore. Insomma, i motivi ci sono tutti per abbandonare un progetto già oggi obsoleto, figuriamoci nel 2050! ritirando la partecipazione italiana da ITER.

Ci possiamo accontentare, si fa per dire, dello spreco di denaro pubblico, seppure minore, rappresentato dal Divertor Tokamak Test (DTT), un ITER in miniatura motivato dall’ENEA con l’essere di supporto a ITER senza ricorrere al Trizio. Peccato che ITER il suo DTT ce l’abbia già dal 2016, si chiama West.

  • I distretti industriali per le energie rinnovabili

Perché questi anni di rivoluzione energetica vedano protagonisti le imprese e il lavoro italiani si deve recuperare in vari settori. Uno strumento per operare questo recupero possono essere i Distretti industriali per le energie rinnovabili, definiti e promossi su scala almeno provinciale dalla Conferenza Stato-Regioni nell’ambito delle strategie e dei finanziamenti nazionali; attrezzati e dedicati alla produzione di componenti e sistemi per l’utilizzo delle FER e per la produzione di idrogeno verde(elettrolizzatori).

Il distretto deve:

poter fruire dell’apporto delle Università e dei laboratori di ricerca presenti nel suo territorio;

svolgere verso i cittadini la funzione di sportello informativo, anche per gli aspetti finanziari, e promozionale dell’attività produttiva e di ricerca.

  • UNA TRANSIZIONE ECOLOGICA CHE GUARDA AL MEDITERRANEO. UN PROGETTO UE

È difficile pensare a una transizione ecologica che si faccia da soli, o che ponga delle frontiere. Le indicazioni della missione 6 di NGEU vanno integrate, tramite un impegno del Governo in sede UE, con un grande progetto comune europeo per la diffusione delle tecnologie legate alle fonti rinnovabili e alla produzione dell’idrogeno verde a partire dai Paesi dell’area MENA, superando i limiti delle collaborazioni in atto e con in mente i goal dell’Agenda 2030 delle NU: disponibilità di acqua potabile, energia elettrica, sistemi di refrigerazione, cura delle persone. E pratiche agricole in grado di contrastare la desertificazione, far ripartire l’economia ed innescare circuiti virtuosi.

Una svolta epocale per le popolazioni afflitte da sete e fame – 11 milioni i bambini sottonutriti dell’area del Sahel.

Un passo fondamentale rispetto alla regolazione dei flussi di immigrazione.

Una dimensione politica condivisa per la UE, come vagheggiavano i “padri fondatori”, al posto delle logore e costose politiche “imperiali”, intrise di ingiustizia e di sangue.

Roma, 17.02.2021

Prof. Massimo Scalia, Presidente CNESA Agenda 2030

Prof. Vincenzo Naso, Direttore CIRPS

Vittorio Bardi, Presidente FER 2030

Mario Agostinelli, Presidente “Energia Felice”