Due crisi, quella ambientale e quella economica

Un approfondimento di Massimo Scalia e Gianni Mattioli

Ci permettiamo ora di fornire un contributo, che enunceremo per punti molto schematici, su temi che riteniamo di grande rilevanza. Pensiamo, infatti, che la riflessione aperta dal dibattito congressuale non possa evitare, debba anzi sapersi confrontare con problemi globali che sembrano esulare dalle competenze dirette del Sindacato ma, poiché riguardano il futuro di tutta l’umanità, rientrano necessariamente negli scenari che la CGIL deve saper leggere e nelle ipotesi di sviluppo sociale che, a partire dai lavoratori, deve saper proporre.

Ci riferiamo alle due crisi, quella ambientale e quella economica, che caratterizzano questa nostra epoca e continueranno a essere lo scenario di molti altri anni a venire; la prima, la crisi ambientale, essendo l’altra faccia della medaglia dello sfruttamento e della spoliazione di risorse, tipici del modo capitalistico di produrre e di consumare.

  1. La crisi ambientale

La gravità di questa crisi è stata segnata da alcuni passaggi fondamentali, ignorati o fortemente sottovalutati dal sistema informativo italiano; né la CGIL e il movimento sindacale sono stati in grado di far fronte a questa irresponsabile deriva, nonostante l’impegno, difficile ma vincolante, assunto anche dal Governo italiano – obtorto collo, all’epoca – rispetto ai tre 20% al 2020, decisi dal Consiglio d’Europa del marzo 2007 nella prospettiva di mitigare il più grave dei rischi ambientali: il cambiamento climatico.

Come mai il Consiglio d’Europa assume quella decisione e quel protagonismo a livello mondiale? Dopo “Rio de Janeiro, 1992”, il “Protocollo di Kyoto” (1997) e la sua entrata in vigore (2005), la Comunità scientifica internazionale prende atto della sostanziale inesistenza di politiche adeguate per far fronte alla minaccia climatica e si rivolge direttamente al G8 di Gleneagles (luglio 2005) con uno statement approvato dalle Accademie delle Scienze, oltre che dei Paesi del G8, di Cina, India e Brasile. Con molta chiarezza lo statement, superando i contrasti che fino ad allora avevano diviso il mondo scientifico, denuncia il global warming come dovuto principalmente alle attività umane – la CO2 generata dalla combustione dei fossili, che rappresentano più dell’80% delle fonti primarie d’energia – e esorta tutte le nazioni, a partire dai decisori più potenti della terra, a intraprendere una “prompt action”, un’azione immediata, per fronteggiare il riscaldamento globale. L’anno successivo le Accademie già dette, più quella del Sud Africa, ribadiscono con un nuovo statement rivolto al G8 di S.Pietroburgo, luglio 2006, quanto già affermato l’anno precedente esortando a osservare con particolare attenzione il legame “energia/cambiamenti climatici”. La risposta politica, quasi immediata, viene da Tony Blair, che legge nel rapporto da lui commissionato a Nicholas Stern, consulente del Governo per l’Economia del cambiamento climatico, lo sfacelo economico conseguente a non fare nulla per combattere il global warming: 5% all’anno di perdita del PIL mondiale, è il drammatico responso dello studio di 700 pagine, nel quale i ricercatori che l’hanno elaborato hanno utilizzato i più aggiornati modelli previsionali e programmi informatici. Blair propone la riduzione del 60% delle emissioni di CO2 entro il 2050 e Angela Merkel anticipa al 2020 un obiettivo apparentemente minore ma più concreto e difficile: meno 20% di CO2. È il primo dei tre 20% al 2020, che la forte mediazione della Merkel riuscirà a far digerire ai recalcitranti Paesi dell’Est, nuovi membri della UE, che avevano trovato una vergognosa sponda nel Governo Berlusconi.

Va segnalato che alla radice degli statement delle Accademie delle Scienze c’è anche il rapporto del Consiglio delle Ricerche dell’Accademia delle Scienze USA, pubblicato nel 2002 dopo dieci anni di studi e ricerche sul campo: “Abrupt Climate Change”, che, in contrasto con la visione climatologica dominante, assegna all’atmosfera, e quindi ai gas “serra” in essa contenuti, un ruolo di modifica del clima proprio nei cambiamenti a carattere improvviso. Ed è faticoso accettare, anche nel mondo scientifico e perfino in quello ambientalista, che gli scenari sono più drammatici di quelli rappresentati dai rapporti dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), che pure ha avuto il merito, fin dalla sua costituzione presso le Nazioni Unite (1988), di accendere il riflettore sul global warming e ha tracciato la “road map” che ha portato al Protocollo di Kyoto, e quella che poi condurrà fino all’Accordo di Parigi (dicembre 2015). La lezione di “Abrupt Climate Change” è, infatti, assai dura: la concentrazione della CO2 in atmosfera negli ultimi 50 anni è stata pari a quella che in precedenti epoche climatiche richiedeva 5000 anni! E’ questo fattore di contrazione temporale che misura l’intensità dell’“azione forzante” esercitata sul clima dal global warming e che scatena un “effetto soglia”: il passaggio dalla stabilità all’instabilità dei cicli climatici.

Nel 2009 è Josè Manuel Barroso, presidente della Commissione UE, che ammonisce i capi di Stato e di Governo riuniti a New York in preparazione della Conferenza di Copenhagen (COP 9) che sottovalutare l’accelerazione con la quale procede il cambiamento climatico “potrebbe portare a una catastrofe ecologica nel corso di questo secolo”.

Nell’editoriale online del suo primo numero del 2012, Nature, la rivista di divulgazione scientifica più diffusa al mondo, lancia un appello accorato a tutti gli uomini di scienza affinché, di fronte a un preoccupante calo dell’attenzione pubblica, dei cittadini, ricorrano a tutti i media più diffusi e seguiti, come i social network, per informare e allertare chiunque dello sconvolgimento del clima perché: “the threat has never been greater”.

È l’instabilità climatica, che stiamo già vivendo da anni: con l’intensificarsi degli eventi meteorologici estremi, con l’ampliarsi delle aree di siccità, con lo spostamento verso Nord delle isoterme nell’emisfero terrestre più popolato, con lo spaccarsi della calotta artica (settembre 2006) e lo scioglimento dei grandi ghiacciai del Quaternario, con lo staccarsi dall’Antartide nel luglio 2017 di un “iceberg” di 5.800 kmq, Larsen C, un po’ più grande della Liguria.

Il Global Risk Report del 2017 valuta in 60 milioni i “rifugiati ambientali” che si sono dovuti spostare o all’interno del loro territorio o emigrando al di fuori di esso: una cifra molto superiore a quella di coloro che sono costretti a spostarsi o a fuggire per condizioni di vita rese insostenibili da guerre, massacri etnici o regimi brutali e liberticidi. La stima sui “rifugiati ambientali” – che giuridicamente neanche esistono – che ingrosseranno nei prossimi anni le file dei migranti fuggendo da siccità, alluvioni o altri fenomeni climatologici ascende, secondo gli studiosi e le organizzazioni di settore, a 250 milioni di persone per il 2050; ma Christian Aid parla di un miliardo di persone per quella stessa data.

Almeno un miliardo di persone sono quelle stimate, negli studi e nei convegni dedicati, essere coinvolte dal problema dell’“adattamento”, cioè gli abitanti che dovranno abbandonare i loro territori progressivamente invasi dall’innalzarsi del livello dei mari: dal Bangladesh, con una popolazione di 160 milioni di abitanti che già vivono sui giganteschi delta del Gange e del Brahmaputra, a grandi conurbazioni come Shangai, Pechino, Oakland-San Francisco, la Florida, per non parlare di aree europee e italiane.

Aver focalizzato l’attenzione su quella minaccia che “non è mai stata così grande”, come ammoniva Nature, non può esimere dall’accennare agli altri preoccupanti dati della crisi ambientale, dove è più direttamente evidente il marchio del modello capitalistico. Il consumo delle risorse naturali è proceduto negli ultimi decenni al di fuori di ogni razionalità, con un saccheggio sistematico che ha ridotto costantemente la diversità biologica, le grandi foreste – a un ritmo di decine di migliaia di km quadrati all’anno – mentre si estendevano le aree desertiche e quelle della siccità. Le prospezioni per gli idrocarburi continuano a crescere in modo esponenziale, forti della libertà di concessione. La caccia ai minerali rari preziosi per l’innovazione tecnologica non ha quartiere, mentre le miniere all’aperto trasformano i territori in enormi aree industriali dismesse, le cime delle montagne vengono rimosse, le terre divorate.

Già nel 2011 l’United Nation Environment Programme (UNEP), l’Agenzia di Protezione ambientale delle Nazioni Unite, aveva lanciato in un rapporto l’allarme, prevedendo per il 2050 un consumo di 140 miliardi di tonnellate all’anno di risorse naturali – minerali, filoni di minerali, combustibili fossili, biomasse – quasi una triplicazione rispetto al dato del 2000, nel permanere di enormi disuguaglianze, con punte di 40 t/anno pro capite nei Paesi ricchi a fronte delle 4t/anno in India; e quello attuale dell’India è un consumo complessivo di poco inferiore a quello mondiale all’inizio del XX secolo. Il rapporto richiamava quindi i governi, soprattutto quelli dei Paesi ricchi, a perseguire politiche di “disaccoppiamento” tra crescita economica e consumo di risorse, perché “il consumo globale di risorse sta esplodendo” e “la prospettiva di molto più alti livelli di consumo di risorse è assai al di là di ciò che è verosimilmente sostenibile”. E ricordava che: “Bisogna rendersi conto che prosperità e benessere non dipendono dal consumare quantitativi sempre maggiori di risorse” e che “disaccoppiamento non vuol dire uno stop alla crescita, ma fare di più con meno”.

In America Latina, Asia e Africa sempre più terre comunitarie, bacini fluviali e interi ecosistemi vengono spogliati e le comunità sfollate; ed è del luglio scorso (2017) la volontà espressa dal Presidente del Brasile di voler cedere 47.000 km2 di foresta amazzonica alle compagnie minerarie per la ricerca dell’oro e di altri minerali preziosi. E’ il land grabbing, come la stampa più critica ha battezzato il fenomeno dell’intensificarsi delle acquisizioni transnazionali a basso prezzo di terreni silvo-forestali, agricoli o potenzialmente tali – ad esempio, dopo una deforestazione – in Paesi esteri, operato da Stati e da multinazionali. Al land grabbing è associata l’appropriazione di acque dolci, in misura che solo in anni recenti comincia a essere oggetto di studi approfonditi. L’appropriazione di terre e acque dolci sta procedendo a ritmi preoccupanti in tutti i continenti con eccezione dell’Antartide, ed è addirittura possibile seguire da un “osservatorio” online tutte le trattative concluse o in corso. Nel 2011, a Tirana, la Conferenza della International Land Coalition ha definito il land grabbing come “acquisizioni di terre in violazione dei diritti umani, in assenza del consenso di chi le usava in precedenza e con nessuna considerazione degli impatti sociali e ambientali.” Insomma, una nuova forma di colonialismo nel contesto generale della predazione delle risorse della natura, che ha assunto, nella sostanziale ignoranza dell’opinione pubblica e col compiacente silenzio dei governi, dimensioni tali da rendere sempre più attuale la richiesta di un impegno etico nei confronti di tutta la biosfera, avanzata trent’anni fa dal filosofo Hans Jonas. Le conseguenze che una tale depredazione comporta sulla salute di chi ci lavora e delle popolazioni così colpite si leggono nei bollettini sanitari dei Paesi coinvolti e nelle statistiche del WHO (World Health Organization).

Abbiamo sottolineato i più importanti aspetti che rendono grave la crisi ambientale, innanzi tutto per le conseguenze drammatiche del cambiamento climatico. Nel suo ultimo rapporto l’IPCC anticipava dal 2050 al 2030 il “punto di non ritorno”, recependo in questo modo la lezione di “Abrupt Climate Change”. Si tratta di domani, non della fine di questo secolo. Ci sembra urgente e necessario che una maggior consapevolezza di questi problemi, che avranno conseguenze enormi anche nel medio termine sul lavoro, le sue condizioni, e sul complesso della società, diventi un obiettivo del 18° Congresso della CGIL; e che a tal fine siano previsti strumenti d’informazione e dibattito che accompagnino, ai vari livelli, le fasi congressuali.

  1. La Crisi economica. Una crisi di sovrapproduzione e una finanza fuori controllo

La crisi economica viene da lontano e la sua natura è tale che assai difficilmente potrà trovare soluzioni nei prossimi anni, tanto meno da politiche economiche tradizionali. Infatti, già a partire dagli anni ’80 in tutti i Paesi dell’Occidente capitalistico si era cominciata ad aprire una forbice tra la sempre maggior velocità d’offerta sul mercato di beni di consumo individuali e la velocità con cui il consumatore entrava nella disponibilità di spesa per acquistarli. Per far fronte a questo gap crescente i Governi, soprattutto in Europa, tesero a addossare alla spesa pubblica i costi di scuola, salute, assistenza – insomma, lo stato sociale – per allargare le possibilità di spesa dei consumi individuali in modo da colmare, almeno in parte, il divario sempre più ampio tra domanda e offerta. Questo processo non aveva niente da automatico ma era l’esito di lotte da parte dei lavoratori e delle loro rappresentanze sindacali e politiche; e prendeva forme diverse nei vari Paesi.

A rendere più ampio il gap ha concorso in modo determinante l’innovazione tecnologica, sia rispetto all’aumento dell’offerta che, com’è consolidato aspetto storico, alla riduzione costante della base occupazionale e quindi dell’intensità della domanda. Il ruolo dell’innovazione tecnologica nel mercato globalizzato, che non ci sembra sia stato valutato a pieno nelle sue conseguenze, dà al divario il carattere di una crisi di sovrapproduzione, cui si è cercato di far fronte secondo i dettami del pensiero economico dominante: austerity, cioè restringimento della spesa pubblica in nome del contenimento del deficit secondo parametri che non hanno alcun valore scientifico ma soddisfano solamente l’imperativo incondizionato di ridurre quel deficit. Gli esiti rovinosi di questa politica economica dettata dal “main stream” (Scuola di Chicago, Washington Consensus), antitetica rispetto ai problemi di una crisi di sovrapproduzione, sono stati nel corso di questi anni la distruzione di milioni di posti di lavoro e i conseguenti drammi sociali. Una mitigazione di questa follia è venuta negli ultimi tempi dalle politiche delle banche centrali – BCE, FED – che sono intervenute con provvedimenti “anti-ciclici” (come il “quantitative easing” della BCE). Resta il “fiscal compact”, che, introdotto addirittura nella nostra costituzione, sancisce il predominio delle ragioni di bilancio su quelle della democrazia configurando in più una forte limitazione della “sovranità” nazionale, senza alcuna contropartita sulla costituzione di una UE politica.

L’altro aspetto “nuovo” è stato il ruolo della Finanza mondiale, che viene liberata dal vincolo di tenere separate le attività di raccolta del risparmio da quelle d’investimento; ad es., negli USA il Gramm-Leach-Bliley Act del 1999 abolisce quella separazione, voluta oltre sessant’anni prima come strumento di supporto al new deal di Roosvelt (1933). Potendo attingere al risparmio, l’attività finanziaria si orienta alla mera speculazione, sempre più ritirandosi dal sostegno delle attività imprenditoriali – rischiose rispetto all’esito e a relativamente basso profitto – e privilegiando l’immissione sul mercato finanziario di “prodotti creativi” ad alto profitto, tra i quali, oltre ai futures e ai derivatives, compaiono dei bond costruiti su debiti inesigibili (Cancellation Of Debt). L’enorme “bolla finanziaria” che si viene così a produrre esplode alla fine del 2007, con le conseguenze laboricide drammaticamente note, ma nessun provvedimento in grado di moderare sostanzialmente questi squilibri viene preso, né a opera di singoli governi né di istituti internazionali. A oggi si valuta che il volume d’affari della finanza mondiale corrisponda a una dozzina di volte il PIL mondiale.

Crisi di sovrapproduzione del mercato capitalistico hanno percorso anche il secolo scorso, ed è bene ricordare che alle due di carattere mondiale sono state date come risposta la 1^ e la 2^ guerra mondiale. Oggi questo “strumento” – una guerra mondiale – non sembra disponibile, per un motivo non certo consolante: la deterrenza nucleare. Né il fiorente mercato delle armi, anche le più avanzate, e delle guerre – che solo un inveterato tic colonialista continua a considerare “locali” – ha dimensioni tali da fornire una risposta alla crisi di sovrapproduzione. Né questa crisi appare superabile ricorrendo a strumenti tradizionali, in un mondo in cui la logica capitalistica si è sostanzialmente affermata anche in Paesi a economia di Stato come la Cina.

Il carattere quantitativo della crisi di sovrapproduzione, determinato dall’innovazione tecnologica nel mercato globalizzato, rende insuperabile la contraddizione tra l’aumento dell’offerta e la capacità del mercato di assorbire la domanda: quale colossale redistribuzione del reddito sarebbe necessaria per adeguare la capacità di spesa per consumi individuali all’offerta di beni sul mercato?

A togliere dubbi sulla difficoltà di superare questa crisi concorrono i dati che abbiamo riportato in tabella:

Region 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2023
World e average

5.4

5.6

3.0

– 0.1

5.4

4.3

3.5

3.4

3.6

3.4

3.2

3.7

3.9 3.9 3.7
A Advanced

E economies

3.0

2.7

0.1

– 3.4

3.1

1.7

1.2

1.3

2.1

2.3

1.7

2.3

2.4 2.2 1.5
Eurozone

3.2

3.0

0.4

– 4.5

2.1

1.5

– 0.9 – 0.2

1.3

2.0

1.8

2.3

2.4 2.0 1.4
D Developing c countries

8.1

8.4

5.7

2.8

7.4

6.4

5.4

5.1

4.7

4.3

4.4

4.8

4.9 5.1 5.0

Fonte: International Monetary Fund’s World Economic Outlook Database

A dieci anni dalla crisi i tassi di crescita del PIL nelle diverse aree geo-economiche faticano a superare la metà dei valori pre-crisi; e proprio su questa percentuale, il 50%, sono previsti calare a breve-medio termine (2023) nelle aree economiche più forti (Economie avanzate e Eurozona).

  1. La rivoluzione energetica

E’ opportuno ricordare che questo andamento di riduzione della crescita dell’economia, almeno secondo il parametro PIL, sconta l’andamento invece assai positivo dello sviluppo delle fonti rinnovabili, FER. Nel decennio in cui imperversava la crisi dell’edilizia e dell’auto (con cali fino a due cifre) le FER si sono portate dai 40 miliardi di dollari d’investimenti del 2004 a 335 miliardi di dollari nel 2015. A questa impressionante crescita d’investimenti e alle nuove e sempre più diffuse politiche energetiche sono corrisposti su scala mondo i seguenti fatti:

  • L’Accordo di Parigi, ratificato il 22 aprile 2016, da 180 governi di tutto il mondo, che, al di là di ogni valutazione sul merito dell’Accordo, segna l’inizio della fine dell’era dei combustibili fossili, come ha osservato, tra gli altri, Nicholas Stern consulente del Governo britannico per l’Economia del Cambiamento climatico;

  • 180 Paesi che hanno ratificato l’Accordo di Parigi rappresentano il 95% delle emissioni globali; all’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, il 16 febbraio del 2005, i Paesi impegnati al momento, rappresentavano poco più del 55% delle emissioni; 145 Paesi hanno già fatto corrispondere agli Impegni Nazionali fissati dall’Accordo (INDC) i corrispondenti finanziamenti;

  • 10 milioni di nuovi posti di lavoro cumulati fino 2016, con una crescita occupazionale che non ha confronti, sullo stesso arco di tempo, con nessun altro fenomeno di sviluppo industriale;

  • oltre il 19% dei consumi mondiali d’energia sono coperti da fonti rinnovabili, a un passo cioè da uno dei tre obiettivi UE al 2020, che hanno peraltro costituito il punto di riferimento costante per i Governi di tutto il mondo fino al conseguimento dell’Accordo di Parigi;

  • l’indubbio ruolo di apripista della UE nel settore FER ha ceduto il passo alla Cina, ormai consolidato leader mondiale in tutti i settori FER, ma, fatto di grandissima rilevanza, tutti Paesi in via di sviluppo stanno giocando un ruolo da protagonisti. Nel 2014 hanno superato nell’eolico il livello d’investimenti del complesso delle economie avanzate (58 mld $ vs 41 mld $) e l’Asia, senza Cina, ha investito in FER più degli USA (48,7 vs 38,3 mld $). Nel 2015 l’incremento dei tassi d’investimento rispetto all’anno precedente è stato, per fare alcuni esempi, + 114% Messico, +157% Cile, +329% Sud Africa (vedi: Renewables21-Global Status Report 2016);

  • nel 2016 l’UE-28 ha coperto con FER il 17% dei suoi consumi totali d’energia e quasi il 30% dei soli consumi elettrici. Mentre la produzione idroelettrica è rimasta circa costante l’energia solare e quella eolica sono cresciute, rispetto al 2006, di 44 volte e 3 volte, portando la loro produzione elettrica a 110 TWh (10%) e 336 TWh (11,6%). Nel 2017 le FER hanno rappresentato l’85% della nuova potenza installata nell’UE. L’Italia ha avuto ritmi di moltiplicazione per le FER analoghi a quelli appena riportati; ha già raggiunto l’obiettivo europeo al 2020, fissato nel 17% dei consumi totali coperto da FER, e nel 2016, per i consumi elettrici, 52 GW hanno prodotto 110 TWh coprendo circa il 39% dei consumi elettrici (vedi: European Environment Agency Report, No 3/2017; Rapporto statistico GSE 2016).

In conclusione: una nuova economia sta prendendo piede, con fatica rispetto ai colossali interessi in gioco che da essa si sentono minacciati, ma in modo sempre più deciso; in particolare, il 100% di copertura dei consumi elettrici al 2050 con fonti rinnovabili ipotizzato dal rapporto McKinsey* sembra un obiettivo del tutto ragionevole.

*McKinsey & Company (2010), Transformation of Europe’s power system until 2050. Including specific considerations for Germany. Il rapporto è di fatto un sondaggio eseguito tra imprese operanti nel settore elettrico e istituti di finanziamento.

Queste possibilità aprono prospettive tecnologiche, industriali, economiche e occupazionali che richiedono da parte del movimento sindacale e dei lavoratori, non certo del solo settore energetico, la capacità di darsi interlocuzioni reali con i nuovi soggetti dell’impresa e dell’economia e strategie d’attacco rispetto ai ritardi, le inerzie e il vagheggiamento di soluzioni “fossili”, cui hanno indulto, chi più chi meno, i vari governi che si sono succeduti in questi anni.

Di fronte ai cambiamenti in corso, e a quelli sempre più drammatici inerenti al passaggio all’instabilità climatica, sarebbe del tutto perdente – è storia vista anche in Paesi a noi “vicini” come Inghilterra, Francia, Spagna – un atteggiamento fondato sulla sola difesa degli occupati senza costruire alleanze con ampi strati della società, sul terreno di comuni battaglie e interessi di lavoro, ma anche su esigenze sociali generali, culturali e di partecipazione alle decisioni che riguardano tutti.

4. La riconversione ecologica di economia e società. Appunti per una politica economica sostenibile

Il processo che lega la crescita del debito e del ruolo della finanza al funzionamento dell’impianto produttivo, in particolare al ruolo dell’innovazione tecnologica, appare già chiaramente leggibile nell’ultimo decennio del secolo scorso e porta Jacques Delors ad affermare – nel “libro bianco” delle CEE (1993), l’attuale Commissione UE – che rilancio dell’economia (e dell’occupazione) non sarebbe venuto dai settori produttivi consolidati – materiali e immateriali – ma da un nuovo settore ove si produce e si vende una nuova merce che si chiama qualità della vita.

Siamo dunque alla prospettiva della Green Economy. Intesa come cambiamento della struttura della domanda, più che come sublime istanza ecologica. Già all’inizio di questo secolo, la Green Economy sembrerebbe così una risposta “obbligata” alla crisi degli equilibri ecologici – in primo luogo, i cambiamenti climatici – con le conseguenze positive sulla salute e sul ben vivere. Ma essa appare anche una risposta razionale alla crisi dell’impianto economico; una risposta a un problema che, va ribadito, ha un carattere globale: la compatibilità non governabile – nella realtà del mercato globalizzato – tra dimensione dell’offerta e domanda. Una risposta alternativa alla “finanziarizzazione”, un modello che veniva principalmente dagli USA: rispondere con il mutuo – per la casa, per l’auto, per la salute – per non lasciar deprimere la domanda: una domanda di consumi individuali. Un modello con cui si stava costruendo il meccanismo rischioso della “bolla” e della sua rovinosa deflagrazione

E c’erano e ci sono settori che presentano anch’essi domanda, ma certo non individuale:

efficienza energetica nell’industria e nell’edilizia; ricorso alle fonti pulite e rinnovabili; riqualificazione urbana; ristrutturazione dell’impianto industriale con uso più efficiente delle risorse fisiche e abbattimento degli inquinanti; manutenzione e ristrutturazione delle reti di distribuzione dell’acqua, del trasporto delle persone e delle merci; difesa del suolo e interventi di bacino; agricoltura come sicurezza alimentare ma anche come controllo della franosità e della sicurezza idraulica; salvaguardia delle reti idrografiche minori; prevenzione sanitaria; restauro e valorizzazione dei beni storici, culturali, ambientali; eccellenza delle produzioni artigianali o di nicchia.

Una domanda di beni non individuali, alcuni addirittura comuni, che rappresenta il passaggio dalla cultura produttiva della quantità alla cultura della qualità, con produzioni in prevalenza non delocalizzabili e per le quali appare difficile innescare processi di competizione tra le imprese nel quadro dell’aumento esasperato della produttività del lavoro. Con effetti ricostituenti e benefici anche sull’occupazione, diretta o indiretta.

Si pensi ad esempio ad un progetto di mobilità sostenibile: trasporti pubblici periurbani, urbani, interurbani, una rete gradevole da usare e competitiva con il mezzo privato. Un altro esempio: risparmio energetico negli edifici. O, più in generale, riqualificazione urbana: cioè restauro dei centri storici e riqualificazione delle periferie, recupero e riuso del patrimonio abitativo esistente: sono produzioni ad altissima intensità di lavoro. Per contro, il ritornello di rito di una ripresa fatta di un recupero delle produzioni in massa di case, auto, elettrodomestici, telefoni cellulari, gadget elettronici appare, alla luce delle contraddizioni sopra illustrate, una risposta parziale e inadeguata.

Siamo, insomma, presi tra due fuochi. Da un lato l’irrazionalità di un modello economico che, irretito dalla moneta e dalla finanza, non vede l’esaustione sistematica delle risorse fisiche operata dalla spoliazione capitalistica della Natura e le pensa, come ai tempi della critica a Malthus, indefinitamente riproducibili. Dall’altro la crisi ecologica: non soltanto i drammatici effetti sull’ambiente e sull’uomo di quella spoliazione che l’Economia ignora, ma il galoppo di carica del drammatico passaggio all’instabilità climatica.

La riconversione ecologica dell’economia e della società, proposta già da decenni per correggere l’irrazionalità rovinosa del modello economico dominante, trova due nuovi elementi a favore e cogenti: oggi, rispetto ai tempi delle “guerre per il petrolio”, è maturata la possibilità, anche tecnologica, di cambiare lo scenario delle fonti energetiche; ed è da meno di vent’anni che i cambiamenti climatici hanno acquisito quel carattere di perentoria urgenza che si è cercato di descrivere.

Il modo di fare questa riconversione ha caratteristiche “universali”, che sono state scandite nel tempo dalle strategie e dalle azioni che si riferiscono all’“economia circolare”: una visione per la quale i flussi di produzione e consumo delle risorse diano luogo a dei circuiti chiusi, come già proponeva Kenneth Boulding cinquant’anni fa con la sua “Spaceship Earth”, all’insaputa di quelli che oggi stanno facendo dell’economia circolare una sorta di mantra.

Nonostante le esitazioni e i ritardi della UE, l’economia circolare –divenuta ormai una sorta di “must” buono per convegni sia accademici che imprenditoriali – ha collezionato indubbi successi. E il successo forse più importante è stato quello di una cultura che è riuscita, in casi significativi per la loro incidenza, a proporre ed anche a ottenere, almeno in parte, che venissero applicate le strategie e le azioni che propone.

Se non già nella sua teorizzazione, l’economia circolare è poi sempre stata abbinata all’abbandono dei combustibili fossili e a un ricorso sempre più marcato all’uso efficiente dell’energia e alle energie rinnovabili. In tal senso l’economia circolare è sostanzialmente indistinguibile, dal punto di vista degli effetti pratici, da quella che da anni chiamiamo Green Economy che, a sua volta, trova nella “rivoluzione energetica un elemento fondamentale per la sua realizzazione.

Ma – obietta qualcuno – questa rivoluzione energetica e la green economy sono un fatto secondario, nel quale il capitalismo si può permettere di esibire il volto umano. Il vero volto resta quello grifagno e irresponsabile della crisi economica scatenata da una finanza omicida” Ai giorni nostri il capitalismo è oggetto di una profonda trasformazione, che negli ultimi trent’anni sta portando le società più “avanzate” – India e Cina incluse – dall’era dell’“industrialismo” a quella dell’ “informazionalismo”, come è stata definita da vari studiosi questa nostra epoca: il passaggio dalla società delle macchine e delle fabbriche a quella dell’informatica e del web. Un progressivo affermarsi delle “reti” rispetto ai “blocchi”, un’innovazione tecnologica che a macchine, motori e sferraglianti processi industriali tende a sostituire silenziosi bit. Il percorso di questa trasformazione è lungi dall’essere concluso ed è tutt’altro che scontato, ma sarebbe sbagliato farsi sviare, non riconoscere questo trend, a causa della gravità dell’attuale crisi economica.

La rivoluzione energetica è molto omogenea e incrociata con la tendenza cui abbiamo ora accennato. In ogni caso non si può pensare che essa possa essere solo, o preminentemente, un fatto tecnologico e di mercato. Essa configura, e questo è forse il principale merito dei tre 20% della UE, il passaggio dalle grandi produzioni concentrate di energie – dominio di potenti compagnie o dei governi centrali – all’utilizzo di energie diffuse sul territorio e più direttamente controllabili o accessibili da parte degli utenti; fino all’autogestione energetica che, già oggi, comincia a non essere solo un’esperienza esemplare.

Le azioni di risparmio energetico richiedono poi la capacità di intervenire su ogni momento di trasformazione dell’energia, perciò un’organizzazione pubblica e privata più capillare ed esigente e un’attenzione dei singoli cittadini più consapevole e informata, non avulsa dai processi tecnologici che li riguardano.

Difficile, insomma, ritenere che una tale rivoluzione possa avvenire se non in un contesto di sempre maggior protagonismo dei cittadini, di maggior diffusione dei saperi e di una generale crescita culturale della società.

Dal punto di vista merceologico la Green Economy si fonda, ovunque, sul carattere eminentemente locale dell’accesso alle risorse o della loro produzione, e su produzione e utilizzo di beni durevoli sostenibili, in media meno onerosi di quelli tradizionali per chi acquista, e divenuti sempre più “familiari” col sistema creditizio. Fa quindi fronte alla scarsa propensione dei risparmiatori al consumo di tradizionali beni durevoli, quali il mattone e l’auto. La crisi economica lascia, infatti, pochi soldi e molta giustificata paura nei confronti di una finanza spesso in mano ad avidi malfattori.

Invece i beni durevoli sostenibili, coniugando l’utilità con la morale – basti pensare all’umile pannello solare che sostituisce un combustibile fossile – possono motivare il consumatore, sempre più sensibile alla crisi ambientale: una funzione “didattica” del consumo in una prospettiva di evoluzione razionale della “preferenza”.

Non c’è da stimolare e sostenere una domanda individuale, ma da destinare le risorse alla necessità collettiva di ben vivere piuttosto che di ben avere.

Incentivi pubblici dovrebbero poi sostenere il passaggio delle imprese verso questo tipo di impianto produttivo, anche se, per alcuni settori, l’evoluzione appare del tutto naturale: ad esempio, il passaggio di produzioni dall’elettromeccanica pesante, dall’automobile, dall’edilizia a nuove modalità produttive incentrate sulle nuove energie, la mobilità intermodale, la rigenerazione urbana, la difesa del suolo e così via. E questo passaggio provoca effetti trasversali a tutta l’economia: un’evoluzione accompagnata, in tutti i settori, dal pieno coinvolgimento delle sedi della ricerca scientifica e tecnologica, inserita nella prospettiva della ristrutturazione dell’impianto economico e produttivo.

La prospettiva della riconversione ecologica fatica però ad assumere la necessaria priorità, nella consapevolezza della più generale opinione pubblica, ad accreditarsi come alternativa desiderabile.

Allora un decollo pieno della Green Economy necessita, e necessiterà ancora, di strategie economiche che diano certezze a lavoratori e a imprese, e di politiche mirate d’investimenti pubblici in alcuni settori, da ridurre man mano che quei beni si reggono da soli sul mercato. E di una generale education sui processi produttivi, sulla loro qualità come su quella dei prodotti.

Vale la pena osservare a questo proposito che le ripetute campagne ambientaliste di questi trent’anni sono riuscite, oltre a stimolare in generale l’attenzione alla salubrità dell’ambiente e all’importanza di rispettarlo, a convincere i cittadini, ma anche molti amministratori eletti, a guardare a tutta la filiera del prodotto e alla sua rintracciabilità, a privilegiare i prodotti con minor carico inquinante e più facilmente riciclabili, a ritenere un requisito positivo il “km zero” o la “filiera corta”. Al punto che molte di queste preferenze sono diventate normativa nazionale e hanno ispirato direttive UE, che attuavano di fatto, anche se non in modo organico, il principio di precauzione.

Accanto alla Green Economy c’è un’altra leva da considerare per la diffusione di un nuovo modello di società e, quindi, per l’investimento pubblico: ampliare il “terzo mercato”, quello nel quale il valore d’uso conta più del valore di scambio. Questo mercato è già popolato da una miriade di associazioni senza fini di lucro e di soggetti per i quali servizi sociali, attività culturali, produzione e commercio equo e solidale costituiscono occupazione e coesione sociale.

È difficile avere un quadro globale, ma la sensazione è che queste leve stanno permettendo di muovere passi con un’orma sempre più ampia nel mondo. Anche in Italia ci vorrebbe un’azione immediata di questo tipo che, se era certamente ortogonale al sentire dei Governi Berlusconi, non sembra abbia guadagnato molti punti neanche con i premier che gli sono succeduti.

Green Economy e terzo mercato: una politica economica bottom-up che trova i suoi protagonisti in grado di valorizzare le risorse e le reti locali.

È questo scenario, che tende a realizzarsi sempre più, a fornire le coordinate nelle quali inquadrare le strategie del sindacato. Non più la grande industria, che in Italia peraltro è sempre stata minoritaria e in generale al di sotto dei concorrenti europei, ma l’espandersi di servizi utili al “ben vivere”, una diffusione di attività produttive sul territorio, sostenibili, durevoli, improntate all’eccellenza, capaci di coesione. Molto è già cambiato, molto altro potrà cambiare se i lavoratori e le loro organizzazioni saranno tra gli stakeholder del cambiamento.

Maggio 2018

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