Tokamak: la fusione è lontana

Sull’articolo del Corriere del 7 novembre il reattore a fusione nucleare che addomestica il Sole, di presentazione del reattore Tokamak 1 (o ITER) 2 c’è poco da dire: si tratta dell’ennesimo taglio del nastro. Il bello è che festeggiano il completamento dei lavori del genio civile quando nel 2001 avevano previsto che l’impianto fosse completato nel 2018 con un costo di 5 miliardi di EURO.

Adesso la previsione è di accenderlo nel 2025 con i costi che sono raddoppiati. Di fronte a questo fallimento hanno il coraggio di festeggiare il completamento delle opere civili.

Non si tratta solo di cattiva gestione, di sbagli clamorosi sulla programmazione, di informazioni sbagliate passate ai decisori politici. C’è tutto ciò, ma la cosa ancora più rilevante è che si è puntato tutto sulla realizzazione dell’ingegneria del sistema, quando ci sono ancora dei problemi di fisica di base aperta sul comportamento dei plasmi che si vogliono accendere.

Di fatto ITER è un esperimento, e su ciò non c’è nulla di male. È invece grave che sia stato spacciato come un progetto industriale e per due decenni ITER ha assorbito tutti i finanziamenti comunitari sulla fusione nucleare. Le eventuali linee alternative sono state volutamente ignorate.

Nel momento in cui ITER si dovesse rivelare un fallimento scientifico, oltre che gestionale, avremmo buttato via non solo 10 miliardi di euro, ma anche 20 anni nei quali potevano essere esplorate vie alternative alla fusione nucleare, magari più semplici, di dimensioni meno faraoniche e sicuramente più economiche. Non parliamo poi di che cosa si sarebbe potuto fare con 10 miliardi di euro investiti nelle energie rinnovabili, di sicuro avremmo già delle applicazioni disponibili sul mercato.

Da segnalare che il progetto francese, che vede la partecipazione di altri paesi tra cui l’Italia, è finanziato per l’80% da risorse europee e per il restante 20% dalla Francia e dagli altri partner.

Contemporaneamente, in Italia Enea, nella sede di Frascati, sta ipotizzando il progetto DTT (Divertor Tokamak Test), un analogo progetto sperimentale sulla fusione nucleare, che in futuro potrebbe integrarsi col progetto ITER

A questo proposito citiamo due articoli usciti su QualEnergia: Il sole sulla terra di Mattioli e Scalia sugli approfondimenti teorici e scientifici; Fusione lontana di Bartolomei e Scalia, che in particolare descrive precisamente il problema dei costi, che rischiano di assorbire gran parte delle risorse economiche dell’Ente, che verrebbero tolte ad altri progetti. Si tenga conto che il finanziamento europeo in questo caso coprirebbe solo 20% mentre il restante 80 deve essere finanziato dall’Italia e da eventuali altri partner.

Associazione “SI alle energie rinnovabili NO al nucleare”, costituita in Roma presso il notaio Gennaro Mariconda, sede legale c/o CGIL, Via Filippo Buonarroti 12, 00185 Roma, 1° piano – sito internet www.oltreilnucleare.it – email: info@oltreilnucleare.it

1Tokamak Termine russo di uso internazionale per indicare un tipo di macchina adatta a produrre e contenere un plasma termonucleare (temperatura ≃ 108 K)

2ITER (acronimo di International Thermonuclear Experimental Reactor, inteso anche nel significato originale latino di “percorso”, o “cammino”) è un progetto internazionale che si propone di realizzare un reattore a fusione nucleare di tipo sperimentale,

Convegno di presentazione Smart Mobility Report 2019 L’Italia alla sfida della Smart Mobility That’s Mobility 25 – 26 Settembre 2019

Centro Congressi MiCo di FieraMilano – Via Gattamelata 5, Milano

La presentazione dello Smart Mobility Report – che si pone in continuità con i precedenti E-Mobility Report – intende affrontare due dei principali “macro-trend” che stanno ridisegnando il mondo della mobilità, ossia l’elettrificazione e la condivisione (sharing). In particolare, saranno analizzati i seguenti temi: L’evoluzione del mercato della “smart mobility” a livello mondiale, europeo ed italiano, con particolare riferimento alle autovetture ed alle altre tipologie di veicolo (biciclette, bus, scooter, etc.), sia privati che in modalità “sharing”; La diffusione dell’infrastruttura di ricarica per i veicoli elettrici a livello mondiale, europeo ed italiano; Il quadro normativo a supporto della diffusione dei veicoli elettrici e dell’infrastruttura di ricarica in Italia; L’offerta di auto elettriche e sua evoluzione attesa; L’analisi comparativa delle emissioni del veicolo elettrico rispetto ad altre alimentazioni, lungo l’intero ciclo di vita di un veicolo; Il potenziale di diffusione di veicoli elettrici e dell’infrastruttura di ricarica in Italia. Questi gli obiettivi del convegno di presentazione dei risultati dello Smart Mobility Report ed. 2019, che coinvolgerà come sempre nel dibattito le imprese Partner della ricerca per discutere e approfondire le analisi svolte e renderle strumento di lavoro per tutti coloro che operano o intendono operare nell’ambito specifico oggetto dello studio. Vi ricordiamo che lo Smart Mobility Report sarà presentato nell’ambito di That’s Mobilityla Conference&Exhibition organizzata da Energy & Strategy Group e Reed Exhibitions Italia che si terrà il 25 e 26 settembre presso il Centro Congressi MiCo di FieraMilano.  

Per ulteriori informazioni visitate il sito www.thatsmobility.it

POTETE TROVARE IL PROGRAMMA DETTAGLIATO DELLE CONFERENZE QUI

Ai presenti sarà consegnata in omaggio una copia dello Smart Mobility Report – 3a ed. fino ad esaurimento copie

Ambientalisti lanciano appello per la riduzione del 55% dei gas serra Proposta di legge di iniziativa popolare

Ambientalisti, scienziati, accademici, esperti e giornalisti lanciano un appello perché tutti i cittadini si mobilitino contro il riscaldamento globale, la “più grande minaccia di questo secolo”.  Battiamoci per almeno il 55%”: l’appello per la mobilitazione di tutti perché l’obiettivo nazionale di riduzione dei gas serra al 2030 sia almeno del 55%.

In previsione del terzo sciopero mondiale per il clima del 27 settembre, un nucleo di cittadini lancia un appello affinché tutti si mobilitino e, conseguentemente, affinché il governo ridefinisca nel PNIEC, il Piano Nazionale Energia/Clima, quel “vergognoso obiettivo del 33% di riduzione dei gas serra al 2030, fissato proprio mentre la neo-presidentessa dell’UE, Ursula von der Leyen, propone di alzare al 50-55% il precedente obiettivo UE del 40%“.

Dopo gli spaventosi crolli della banchisa polare di questa estate; dopo il rogo della foresta amazzonica, il “polmone verde” della terra, in nome degli interessi delle grandi compagnie agrario-alimentari “non c’è più tempo da perdere”.

Come strumento di mobilitazione, anche dopo la settimana per il clima, i firmatari dell’appello propongono una legge d’iniziativa popolare che assuma quell’obiettivo, prevedendo a tal fine un fondo speciale per realizzarlo. Un fondo da finanziare da subito con l’abolizione degli incentivi di cui ancora fruiscono, direttamente o indirettamente, i combustibili fossili; e prevedendo per il seguito l’istituzione di una carbon tax.

Ecco il testo dell’appello.

ALMENO IL 55%!

La più grande minaccia di questo secolo” – il cambiamento climatico, la transizione all’instabilità climatica – si sta delineando con eventi sempre più drammatici: a luglio scorso il National Snow and Ice Data Center (NSIDC) degli Usa ha rilevato un picco terribile e inatteso nella curva che documenta l’andamento della fusione dei ghiacci artici in Groenlandia.

Abbiamo denunciato da gran tempo le conseguenze del cambiamento climatico che si abbatte su uomini e cose con l’intensità degli eventi meteorologici estremi, mentre si estendono le aree desertiche, cresce la siccità, si addensa negli ultimi vent’anni il numero dei massimi di temperatura media della terra. La calotta artica si è spaccata nel 2006 aprendo la caccia senza regole al suo sottosuolo, nel 2017 si è staccato dall’Antartide un “iceberg” più grande della Liguria.

Ci siamo battuti documentando e denunciando la più generale crisi ambientale: la devastazione di uno sviluppo fondato sulla spoliazione e il saccheggio delle risorse naturali, come conseguenza del modo capitalistico di produrre e consumare. Esemplare, il nuovo odioso colonialismo del landgrabbing, che attraverso i meccanismi della mera acquisizione di mercato priva intere popolazioni dei loro diritti, delle loro terre e delle loro acque senza dar loro nemmeno la possibilità di essere ascoltati o addirittura attraverso vere e proprie deportazioni. In America Latina, Asia e Africa sempre più grandi foreste, terre comunitarie, bacini fluviali e interi ecosistemi vengono spogliati e le comunità sfollate. Il rogo della foresta amazzonica è l’ultimo drammatico esempio, ammantato di un sovranismo in realtà prono agli interessi delle grandi compagnie agrario-alimentari.

La diversità biologica viene costantemente ridotta, la grande barriera corallina australiana è a rischio nei suoi 3000 km. Il respiro degli oceani è soffocato dalla plastica.

Abbiamo proposto in tutti questi anni la battaglia a favore dell’ambiente, contro il global warming e per una generale riconversione ecologica dell’economia e della società, come impegno sociale, culturale e morale. La “Laudato si’” di Papa Bergoglio ha messo in risalto gli aspetti umani e spirituali di questa nuova visione.

I governi di tutto il mondo, colpevolmente lenti nell’applicare il Protocollo di Kyoto (2005), oggi in ritardo nell’attuare gli impegni dell’Accordo di Parigi ratificati nel 2016 da 180 Paesi, devono accelerare la loro azione per fare più efficacemente fronte al cambiamento climaticoe mantenere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 °C.

A pagare lo sconquasso del clima sono soprattutto le popolazioni più povere e vulnerabili, colpite dalle migrazioni interne o dalla fuga disperata dalle loro terre, da fame, sete e malattie endemiche, marginalizzate nei loro territori, spesso nel nome stesso dello sviluppo e dell’innovazione. I rischi dovuti ai disastri ambientali accrescono tensioni e conflitti e nel 2017 hanno causato, da soli, l’esodo di 60 milioni di “rifugiati ambientali”, ma saranno quattro volte tanti nel giro di soli vent’anni.

Non si tratta solo dell’accoglienza e della sicurezza. Occorre “costruire ponti”, capaci di ridurre la distanza tra chi ha troppo e chi non ha abbastanza, tra l’opulenza e la povertà, come indicato dagli obiettivi globali dell’Agenda 2030 proposta dalle Nazioni Unite.

Occorre modificare i nostri stili di vita e il nostro modo di pensare se vogliamo dare futuro al futuro. Fare di più con meno e trasformare i rifiuti in nuovi prodotti com’è tecnologicamente possibile: “dalla culla alla culla”. Organizzare la società della sufficienza affinché ogni risorsa sia utilizzata senza sprechi e nel modo più appropriato fino all’autogestione. E, da subito, “decarbonizzare” l’economia sostituendo i combustibili fossili con le fonti rinnovabili. Serve, soprattutto, che la cultura della sostenibilità si diffonda nel profondo della società e in tutte le sue attività, in modo che le idee di progresso e di futuro siano fondate sulla continua ricerca del completo equilibrio con i grandi cicli della natura.

Oggi finalmente una voce si leva autorevole per imprimere un’accelerazione agli impegni dei Governi, almeno qui in Europa. La neo-presidentessa della Commissione UE, Ursula von der Leyen, ha proposto al Parlamento europeo a Strasburgo l’obiettivo di riduzione del 50-55% di CO2, il gas serra dominante, entro il 2030 facendo così balzare a quel livello il target della UE. E, conseguentemente, di mantenere “un ruolo di guida della UE nei negoziati internazionali per far crescere il livello di ambizione delle altre principali economie entro il 2021”. Come si è verificato lungo tutto il percorso che ha portato all’Accordo di Parigi.

Il Governo italiano continua a perseguire un atteggiamento vergognosamente caudatario; infatti, mentre il Quadro per il Clima e l’Energia 2030 della UE prevede, fin dal 2014, la riduzione del 40% delle emissioni di gas serra, ha proposto nel Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) un obiettivo di solo il 33%. Il PNIEC è stato sottoposto, a decorrere dal 3 agosto scorso, alle osservazioni di tutti i cittadini tramite la Valutazione Ambientale Strategica (VAS).

Noi, le associazioni, i comitati e i gruppi che rappresentiamo, faremo senz’altro pervenire le nostre osservazioni entro i 60 giorni previsti dalla procedura di VAS. Riteniamo, però, che debba attuarsi in tutto il Paese la più ampia mobilitazione possibile perché il Piano assuma l’obiettivo di almeno il 55% di riduzione delle emissioni dei gas serra entro il 2030, com’è tecnologicamente possibile. Al di sotto, saremmo come i Paesi di Visegrad nei confronti dell’immigrazione, non a caso le maggiori resistenze alla “decarbonizzazione” provengono da alcuni di loro in nome del miope privilegio degli “interessi nazionali”. E, soprattutto, non saremmo all’altezza della tremenda sfida e delle responsabilità che il cambiamento climatico impone a tutti.

Per favorire questa mobilitazione, per dargli il carattere capillare di confronto con cittadini, organi territoriali elettivi, istituzioni e enti pubblici, organizzazioni del lavoro, luoghi di socializzazione, organi di informazione, proponiamo una legge d’iniziativa popolare che assume per l’Italia l’obiettivo di almeno il 55% di riduzione dei gas serra entro il 2030; indica la carbon tax come mezzo principale per coprire la spesa pubblica finalizzata a quell’obiettivo e abolisce, già dalla prossima legge di stabilità 2021- 2023, ogni forma diretta o indiretta di finanziamento ai combustibili fossili e agli Enti e alle Società che li gestiscono, inclusa la “capacità di generazione” di energia da combustibile fossile.

La raccolta di firme per la presentazione della legge può costituire un momento d’informazione e, allo stesso tempo, sollecitare un protagonismo consapevole ed esteso di tutti quale la drammaticità dei tempi richiede. BATTIAMOCI PER “ALMENO IL 55%”!

Massimo Scalia CIRPSDaniela Padoan Pres. Forum LAUDATO SI’Mario Agostinelli Pres. ENERGIA FELICE – Vanessa Pallucchi Vice Pres. LEGAMBIENTE – Enrico Vicenti Segretario CNI-Unesco Ermete Realacci Pres. SYMBOLARoberta Cafarotti Dir. Scient. EARTH DAY ITALY – Mariagrazia Midulla Resp. Clima & Energia WWFEnzo Naso Direttore CIRPS – Virginio Colmegna Forum LAUDATO SI’ – Marialuisa Saviano Pres. IASS – Aurelio Angelini Pres.CNESA2030-UnescoGianni Silvestrini Dir. Scient. KYOTO CLUB – Mario Salomone Segr. Gen. WEEC NETWORKSimona Sambati CASA DELLA CARITÀSergio Ferraris Dir. “QUALE ENERGIA”–Vittorio Bardi Pres. SÌ ALLE RINNOVABILI, NO AL NUCLEAREPaola Bolaffio Dir. “GIORNALISTI NELL’ERBA” – Guido Viale FORUM “LAUDATO SI” – Gianni Mattioli CIRPS Pasquale StiglianiSCANZIAMO LE SCORIE”, ScanzanoSerenella Iovino University of North CarolinaMarco Fratoddi Dir. “SAPERE AMBIENTE” – Stefania Divertito, Giornalista – Oreste Magni ECOISTITUTO-VALLE DEL TICINO – Michela Mayer CNESA 2030-Unesco – Enzo Reda MOV. ECOLOGISTA CALABRIA – Monica D’Ambrosio GiornalistaPaolo Bartolomei Commiss. Scient. DECOMMISSIONING – Anna Re Univ. IULM, Milano – Ilaria Romano Giornalista – Gianluca Senatore Univ. LA SAPIENZA-Roma – Giuditta Iantaffi Coord. Doc. GIORN. NELL’ ERBA Gian Piero Godio PRO NATURA, Vercelli –Linda Maggiori Blogger – Filippo Delogu Segr. CNESA2030-Unesco – Salvatore Alfano MOV. ECOLOGISTALAZIOLaura Cima PRIMA LE PERSONE – Silvia Zamboni Giornalista

La fotografia della filiera italiana dell’e-mobility. Rapporto MotusE-Ambrosetti

di Giusy Caretto

auto elettriche

Tutti i dettagli dello studio “La filiera della mobilità elettrica Made in Italy: imprese, territori e tecnologie della e-Mobility” presentato oggi a Roma da Motus-E e da The European House-Ambrosetti. E anche Fca farà parte dell’associazione Motus-E

La mobilità italiana inizia ed elettrizzarsi. Spinta dall’agenda nazionale e degli obiettivi della Commissione europea, il settore della mobilità sta vivendo un’epocale trasformazione, con la batteria al centro di questa rivoluzione.

Crescono, in Italia, le auto elettriche e ibride immatricolate e, soprattutto, la filiera, come si evince da “La filiera della mobilità elettrica Made in Italy: imprese, territori e tecnologie della e-Mobility”, studio presentato oggi a Roma da Motus-E e da The European House-Ambrosetti. Andiamo per gradi.

LE AUTO IMMATRICOLATE

Partiamo dai numeri che fotografano subito la situazione attuale: le immatricolazioni di veicoli elettrici e ibridi plug-in hanno superato le 9,5mila unità nel 2018, più del doppio rispetto all’anno precedente.

UN FATTURATO IN CRESCITA

Guardando alla filiera, è stato registrato un costante trend di crescita nel quinquennio 2013-2017, con il fatturato che è cresciuto dai 2,2 miliardi di euro del 2013 ai circa 6 miliardi di euro del 2017, per un tasso medio annuo di crescita pari a +28,7%.

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LE POTENZIALITA’

E la potenzialità dl settore è ancora tutta da scoprire: considerando la curva di penetrazione dei veicoli elettrici BEV (Battery Electric Vehicle) e PHEV (Plug-in Hybrid Electric Vehicle), come spiegato nello studio, si può ipotizzare che al 2030 il fatturato complessivo della filiera possa arrivare fino a 98 miliardi di euro nel caso dello “scenario intermedio” di policy (introiti a 79 miliardi di euro nel caso dello “scenario base”, più conservativo).

Oggi ci sono 160 realtà industriali e imprenditoriali attive nel settore, con la transizione alla batteria, le imprese potrebbero diventare più di 10mila.

LE REGIONI PIU’ ELETTRIFICATE

Spostandoci sulla geografia della mobilità elettrica, lo studio evidenzia come gli operatori della e-Mobility sia concentrata nel Nord Ovest italiano: la Lombardia, da sola, ospita quasi il 40% delle imprese della filiera core e genera il 33% del suo fatturato. La restante parte delle imprese si distribuisce sul territorio nazionale, con un peso più significativo per Emilia- Romagna (13% del totale nazionale), Piemonte (10%), Veneto (9%) e Lazio (7%).

IMPRESE ITALIANE PRONTE ALLA TRANSIZIONE

“La mobilità elettrica può rappresentare un volano per lo sviluppo dell’intero sistema-Paese. Lo studio realizzato con The European House-Ambrosetti dimostra che le nostre imprese sono già pronte e stanno affrontando con coraggio le sfide della transizione. Questo studio è il punto di inizio di un percorso più approfondito che coinvolgerà comparti industriali e decisori pubblici in un’azione sinergica che punti all’espansione di questo settore strategico per il nostro Paese”, ha affermato Dino Marcozzi, segretario generale di Motus-E, la prima associazione italiana a riunire operatori industriali, filiera dei trasporti, mondo accademico, consumatori e movimenti di opinione per favorire la transizione verso una mobilità più sostenibile (tra i soci: ABB, Nissan, Volkswagen, Allianz, Enel X, Cobat e da oggi anche Fca).

UN’OCCASIONE DA NON PERDERE

“Dall’analisi svolta emerge come la filiera della mobilità elettrica integri, da monte a valle, molteplici attività legate non solo alla tradizione che l’Italia vanta nell’automotive e nella componentistica, ma anche a prodotti e servizi innovativi e cross-industry. Attraverso il ripensamento dei modelli di business e la specializzazione su alcune produzioni ad alto valore aggiunto destinate alla mobilità elettrica, le imprese italiane potranno inserirsi sull’onda del trend di crescita del settore e rafforzare la propria presenza sul mercato domestico e all’estero per competere con i player internazionali”, ha sottolienato Lorenzo Tavazzi, Associate Partner e Responsabile Area Scenari e Intelligence di The European House-Ambrosetti.

ECCO UN ESTRATTO DELLO STUDIO PRESENTATO OGGI

Alla presentazione del dossier di Legambiente, “Oltre il fossile: energia e lavoro nell’Adriatico del futuro”, approfondimenti sull’eolico Offshore e un progetto presentato da AGNES – The Adriatic Green Network of Energy Sources

La pagina di AGNES Adriatic Green Network of Energy Sources

L’ipotesi dell’eolico Offshore.

Nell’ottica di una generale riconversione energetica nazionale verso le energie rinnovabili, da tempo Legambiente chiede che la principale azienda energetica controllata dallo Stato, cioè l’ENI, riorienti i propri investimenti in modo significativo verso le energie verdi ed il risparmio energetico. Purtroppo su questo il lavoro è tutto da fare. Legambiente ha formulato una richiesta alla Regione Emilia Romagna inerente la quantità di potenza di rinnovabili installate da ENI, a fronte delle sue ampissime attività sul territorio regionale: da questa richiesta è emerso come -ad oggi – siano stati installati una quantità trascurabile di kWp inerenti due impianti pilota di generazione elettrica da moto ondoso e delle maree!!!! Rispetto alle varie fonti rinnovabili una riflessione da aprire potrebbe essere quella delle potenzialità dell’eolico off-shore nell’alto Adriatico. Indipendentemente dal soggetto imprenditoriale promotore un’ipotesi del genere prevederebbe soluzioni innovative sia per quanto riguarda la tecnologia che le tecniche di installazione, dunque una potenziale occasione anche per il settore produttivo ravennate oggi impegnato sul fossile. Anche in questo settore la capacità imprenditoriale locale potrebbe trovare un mercato di sviluppo da spendere oltre i confini locali. 8 Si tratterebbe di una prospettiva occupazionale non indifferente sia in fase di realizzazione, ma soprattutto negli aspetti legati alle operazioni di manutenzione. Alcune valutazioni tecniche nel merito: Geomorfologicamente, il fondale dell’Alto Adriatico (non particolarmente profondo anche al largo) garantirebbe la potenzialità tecnica di installare pale eoliche anche a notevole distanza dalla costa, opzione che renderebbe le infrastrutture visivamente meno invasive. Allo stato attuale, il livello di ventosità che insiste in questo tratto di mare è stato giudicato poco interessante a basse quote s.l.m. I dati disponibili sul livello di ventosità del territorio derivano da indagini eseguite sulle piattaforma off-shore di ENI (test su “Azalea B” e “Amelia A”) spesso con attrezzature non ufficiali, non correttamente installate e ad altezze non sufficienti a fornire un valore significativo. Nell’area dell’Alto Adriatico è stimata una velocità del vento su media annuale di circa 6m/s a 80m di altezza, che in termini di densità di potenza media è traducibile in 312W/m2 per la produttività di un potenziale impianto. La crescita delle dimensioni delle pale degli ultimi anni potrebbe tuttavia intercettare livelli di ventosità più interessanti a quote elevate, su cui si rendono necessari studi più attendibili e precisi. A sostegno dell’ipotesi di impianti off-shore andrebbe considerata inoltre la presenza di dorsali elettriche importanti che partono dalla costa verso l’entroterra in corrispondenza di vecchie centrali elettriche (ad es. quella chiusa di Porto Tolle, e quelle di Ravenna e Fano). Dorsali già in grado di rispondere alla futura offerta di energia elettrica prodotta, quindi la rapida immissione della stessa in rete. Un elemento riscontrato, sicuramente a favore dello sviluppo dell’eolico nell’Adriatico è la forte direzionalità del vento.